Il fallimento del Governo che doveva tenere i conti in ordine – di Giancarlo Infante
Il ragioniere che scopre di non aver fatto crescere l’azienda
C’è un’immagine che più di altre racconta il fallimento della politica economica del governo Meloni: quella del ragioniere che, dopo aver passato anni a controllare il decimale del bilancio, scopre di non aver fatto crescere l’azienda.
L’Italia è ancora dentro la procedura per disavanzo eccessivo. La Commissione europea ha valutato nel giugno scorso che il Paese avesse adottato un’azione efficace e ha quindi tenuto la procedura in sospeso, ma non l’ha chiusa. La condizione resta quella di riportare stabilmente il deficit sotto il 3 per cento del Pil.
Il Governo che aveva fatto della prudenza finanziaria, della responsabilità sui conti e della promessa di una gestione finalmente rigorosa della finanza pubblica uno dei propri cavalli di battaglia non è ancora riuscito a liberarsi della Procedura. Ma il vero problema è che questo mancato risultato diventa un doppio fallimento se si guarda a ciò che è stato fatto — o non fatto — con le risorse pubbliche. Non ci stancheremo di ripetere, a questo proposito, che il Pnrr – mai un nostro Governo aveva avuto a disposizione una tanto ingente disponibilità finanziaria – resta sempre un oggetto veramente misterioso. Se non si può arrivare a dire persino che il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza sembra solamente servito ad una copertura figurativa del Debito pubblico, è corretto sostenere che esso è diventato una gigantesca operazione di sostegno finanziario straordinario, che ha permesso di finanziare una parte degli investimenti senza, però, risolvere il problema di fondo della finanza pubblica italiana: il Debito continua a crescere e, soprattutto, non si è ancora trasformata quella massa di risorse in una svolta strutturale della produttività e della crescita.
Qualità del Debito e lo “schiaffone” in piena faccia
Ora, dobbiamo considerare che sarebbe persino comprensibile non riuscire a stare dentro quell’asticella del 3 per cento se, per farlo, si fosse deliberatamente scelto di finanziare una trasformazione profonda dell’economia italiana. Se si fosse investito massicciamente in innovazione, ricerca, infrastrutture, formazione, nuove tecnologie, riconversione industriale. Se fosse stata utilizzata una parte della Finanza pubblica per creare le condizioni di una crescita futura capace di aumentare produttività, occupazione e salari. In quel caso si potrebbe discutere sull’opportunità delle scelte, ma almeno esisterebbe una ragione economica e politica per spiegare perché quel limite sia stato temporaneamente superato.
Il punto drammatico, invece, è che non siamo riusciti neppure a trasformare lo sforamento dei conti in un investimento sul futuro. Restiamo all’interno dell’assemblaggio di risposte ad una serie di interessi costituiti e spesso non produttivi. Ma questa non è una politica economica all’altezza della ambizioni che diceva di coltivare questo Governo.
Uno “schiaffone” forte in piena faccia: di quelli che lasciano il rosso delle cinque dita. E che sugellano i fallimenti di questo Governo. Una cosa simile, in un paese serio, avrebbe portato alle dimissioni immediate. Anche perché è lo stesso insuccesso registrato lo scorso anno. Come allora, figlio della stessa logica che fa esistere questo Governo: il potere per il potere e la tutela degli interessi costituiti come scelta strategica ed elettorale. E ci commuovono poco le recriminazioni sul Super bonus. Quello per il quale, dal 2020 al 2022, sentimmo Giorgia Meloni e Matteo Salvini sbracciarsi per allargarlo. Cosa per cui 2021 i Fratelli d’Italia criticarono apertamente il Governo Draghi affermando: “Il governo complica ancora di più il Superbonus 110% […] non può essere trasformato in un inferno di norme”. E i parlamentari della Meloni presentarono emendamenti per estendere il Bonus ai condomini fino al 2025. Nel pieno della campagna elettorale del 2022 la stessa Meloni rassicurò gli elettori dicendo che FdI era “pronta a tutelare i diritti del Superbonus”.
Ammesso di credere al ravvedimento una volta raggiunto Palazzo Chigi, la Meloni ha avuto quattro anni per mitigarne gli effetti negativi, destinati a subentrare a quelli indubbiamente positivi del primo periodo serviti a rivitalizzare l’economia dopo la stagione del Covid.
Nel Debito nessun investimento per il futuro
Il 3 per cento, lo sappiamo, non è una legge naturale dell’economia. È una soglia convenzionale introdotta dall’Ordinamento europeo come riferimento per la disciplina dei bilanci pubblici. Una vera e propria “invenzione” – molto improvvisata ai tempi della guida europea di Jacques Delors – per limitare la “voracità” della politica che si nutre di Debito. Ma una volta che quella soglia esiste, e una volta che l’Italia è sottoposta alla Procedura per averla superata, il problema politico non consiste nel prendere in giro il termometro perché non ci piace la temperatura. Consiste nel capire perché la temperatura continui a essere alta e, soprattutto, che cosa si stia facendo per cambiare le condizioni strutturali dell’economia.
Ed è qui che la narrazione del buon governo “melon giorgettiano” dei conti comincia a mostrare tutte le sue crepe e carenze. L’economia italiana continua a crescere a ritmi modestissimi. Soprattutto, rimane il grande problema della produttività. Nel 2023 era diminuita del 2,7 per cento; nel 2024 è diminuita ancora dell’1,9 per cento. Sono numeri che non autorizzano a parlare di una semplice difficoltà congiunturale: raccontano una fragilità strutturale del nostro sistema produttivo.
Naturalmente non si può attribuire automaticamente al Governo Meloni tutta la responsabilità di un problema che l’Italia si trascina da decenni. Ma che cosa ha fatto questo Governo in quattro anni per invertire quella tendenza? Perché la produttività non cresce con gli slogan e nemmeno con una successione di provvedimenti costruiti per soddisfare, volta per volta, interessi particolari e continuare ad elargire bonus. Cresce quando si investe.
E gli investimenti pubblici non sono una voce residuale del bilancio da utilizzare quando tutto il resto è stato sistemato. Sono uno dei principali strumenti attraverso i quali un Paese può modificare la propria struttura economica: aumentare il valore aggiunto, creare nuove professionalità, migliorare la qualità del lavoro, aumentare i salari e rendere le imprese più competitive.
E invece l’Italia continua a vivere dentro una contraddizione evidente. Da una parte, si celebra l’aumento dell’occupazione come prova del buon andamento dell’economia: ma senza andare a misurarsi con la “qualità” di quell’aumento di occupazione. Dall’altra, la crescita del prodotto rimane debole e la produttività del lavoro arretra. Nel 2025 il Pil è cresciuto appena dello 0,5 per cento in termini reali, mentre gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 3,5 per cento: un dato positivo, ma fortemente legato anche alla prosecuzione degli interventi e degli investimenti connessi al PNRR.
E poi c’è il tema dei salari. Non basta che aumenti l’occupazione se il lavoro non produce una crescita sufficientemente forte dei redditi disponibili. È qui che una politica economica seria dovrebbe intervenire: produttività, salari, investimenti e innovazione sono pezzi dello stesso problema.
Una maggiore produttività consente di produrre più valore; una parte di quel valore deve tradursi in salari migliori; salari migliori sostengono la domanda interna; investimenti e innovazione aumentano la capacità produttiva e consentono di creare nuove attività e nuove professionalità. Non è un meccanismo automatico, naturalmente. Ma è difficile immaginare una strategia di sviluppo nazionale che prescinda da questi elementi.
E allora il secondo fallimento diventa ancora più evidente. Non soltanto il Governo non è riuscito, almeno finora, a chiudere la Procedura per disavanzo eccessivo. Non è riuscito neppure a dimostrare che quel maggiore indebitamento sia stato il prezzo di una politica economica capace di cambiare strutturalmente il Paese. Il Debito pubblico, intanto, resta enorme e il rapporto debito/Pil rimane previsto in aumento.
Alle generazioni future, dunque, non stiamo lasciando soltanto il Debito. Rischiamo di lasciare anche un’economia con una produttività che fatica a crescere, un potere d’acquisto che deve ancora recuperare quanto perso durante l’inflazione – che tuttora non demorde – una struttura produttiva che ha bisogno di investimenti e un Paese che continua a crescere troppo lentamente.
Manca la politica economica
Il Ministro Giorgetti si rammarica che l’azione innovativa del Governo sia frenata dall’enorme palla al piede rappresentato dai ben oltre 90 miliardi che dobbiamo pagare ogni anno sugli interessi del Debito che hanno raggiunto circa il 4% del Bilancio.
Ma è proprio qui che il cane rischia di mordersi la coda. Perché se il debito e gli interessi sul Debito diventano la ragione per non investire, come si pensa di modificare le condizioni economiche che rendono quel Debito sempre più pesante? Il cane continua a girare intorno a se stesso perché il padrone non vuole mettergli la museruola e, soprattutto, non vuole imporgli una direzione. Gli interessi si pagano, certamente. Ma proprio per questo il problema non può essere affrontato limitandosi a tagliare o comprimere la spesa utile. Bisogna intervenire sulle ragioni per cui il rapporto tra il nostro Debito e ricchezza prodotta rimane così elevato.
Si può discutere, per esempio, della scelta di destinare risorse alla cancellazione del bollo auto e della sua effettiva capacità di produrre equità sociale. Ma la domanda, anche per rispondere alle “sofferenze” di Giorgetti, è un’altra: che cosa avrebbe prodotto quell’impiego di risorse se fosse stato invece inserito dentro un progetto nazionale di investimenti in innovazione e sviluppo? Due miliardi, o poco più, non cambiano da soli il destino di un’economia grande come quella italiana. Ma possono diventare il primo volano di un progetto di sviluppo se utilizzati per moltiplicare risorse, coinvolgere Regioni, fondazioni, università, centri di ricerca, sistema industriale e finanza privata.
È questo che significa fare politica economica. Non distribuire semplicemente una somma. Ma utilizzare la Spesa pubblica per costruire un moltiplicatore. Ed è proprio questo il punto che sembra sfuggire alla politica economica di Giorgia Meloni e di Giancarlo Giorgetti: la differenza tra amministrare le risorse disponibili e costruire le condizioni perché quelle risorse aumentino nel tempo.
Se alla fine di un percorso non si è riusciti neppure a chiudere la Procedura per disavanzo eccessivo e, contemporaneamente, non si è costruita una strategia convincente per aumentare produttività, investimenti, salari e crescita, allora il problema non è più soltanto il mancato rispetto di una soglia europea.
Il vero fallimento, in questo caso, è proprio di aver avuto paura del 3 per cento senza aver avuto il coraggio di costruire il 4 per cento per una crescita.
Giancarlo Infante