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Europa: identità e cambiamento – di Francesco Iannitti

Nella società europea contemporanea convivono due tensioni opposte, da un lato il desiderio di proteggere ciò che resta delle identità storiche, dall’altro la necessità di calarsi in un mondo che cambia con una rapidità esacerbata, dove le categorie del passato non bastano più. È come se l’Europa camminasse su un crinale sottile, ogni passo può essere un avanzamento, oppure un inciampo che rischia di scuoiarvi,  metaforicamente, delle certezze che hanno retto per secoli.

Nel tempo in cui siamo, la parola è diventata arma. Basta un gesto mal interpretato, un’opinione fuori dal coro e subito qualcuno è pronto a diffamare, a trasformare il dissenso in colpa morale.

La figura del furbacchione, colui che aggira le regole, che manipola, che si muove tra le pieghe del sistema, è diventata quasi un simbolo della comunicazione pubblica, non più l’astuto che salva la comunità, ma il piccolo stratega che accumula vantaggi personali mentre la fiducia collettiva si sgretola.

In questo clima, le discussioni politiche e culturali spesso si riducono a cianfrusaglie retoriche, slogan, semplificazioni, indignazioni a tempo determinato.

Eppure, sotto questa superficie, si muovono questioni profonde che riguardano la dignità, la giustizia, la convivenza e a tal proposito fa d’uopo leggere approfonditamente l’Enciclica di Papa Leone: “Magnifica humanitas”.

La presenza crescente di comunità provenienti dal Maghreb e da altre regioni del mondo non è soltanto un fenomeno demografico, è una sfida filosofica.

Interroga l’idea stessa di “Patria”, che non può più essere pensata come un recinto immobile, ma come un organismo vivo, attraversato da storie, lingue, memorie diverse.

Molti europei si sentono emigranti in Patria, non perché abbiano lasciato il loro Paese, ma perché percepiscono che il Paese ha lasciato loro. È un sentimento complesso, che non va liquidato come paura irrazionale né celebrato come progresso inevitabile, è piuttosto un invito a ripensare cosa significhi appartenere, condividere, costruire insieme.

La superstizione del controllo

In un mondo che cambia, cresce la tentazione di rifugiarsi in una nuova forma di superstizione, credere che basti irrigidire le regole, alzare muri, semplificare le identità per ritrovare stabilità ma la filosofia ci ricorda che la sicurezza non nasce dal controllo, bensì dalla comprensione. Non si tratta di scegliere tra apertura totale o chiusura totale, ma di elaborare un pensiero capace di integrare complessità senza temerla.

L’Europa non è un museo, né un campo di battaglia, è un laboratorio e ogni cittadino, indipendentemente dalla sua origine, è chiamato a fornire un contributo, non solo economico o culturale, ma etico. La domanda non è “chi siamo stati?”, ma “chi vogliamo diventare?”

Per farlo, occorre abbandonare la logica del sospetto reciproco e recuperare la capacità di ascolto. Occorre riconoscere che la convivenza non è un fatto naturale, ma un’opera d’arte politica e spirituale, che richiede cura, pazienza e una visione che non si lasci intimidire dalle ombre del presente.

In mezzo alle cianfrusaglie del dibattito quotidiano, si nasconde ancora la possibilità di una nuova forma di umanità condivisa.

Francesco Iannitti