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“Decostituzionalizzazione” della politica e fedeltà alla Repubblica – di Umberto Baldocchi

2006-2026 : un ventennio “senza Costituzione”?

Credo che siamo all’epilogo o alla fine, spero,  di un “ventennio” peculiare soprattutto dell’ Italia, ma non solo dell’Italia. Niente a che fare col noto “ventennio” nostrano; la storia, come Paganini, non si ripete mai, lo sappiamo. Solo una coincidenza, certo molto  singolare, ma solo una coincidenza, niente di più per carità.

Noi abbiamo avuto, direi,  un “ventennio senza Costituzione” in un senso peculiare, non “senza Costituzione” nel senso che abbiamo avuto leggi incostituzionali, che la Corte Costituzionale e la giustizia non abbiano svolto il loro ruolo, né che le istituzioni non ne abbiano rispettato i limiti e le regole. Niente di questo è successo. Ma nel senso che nel nuovo secolo la politica italiana, investita da un processo di relativizzazione della materia costituzionale e di de-istituzionalizzazione della democrazia, si è progressivamente allontanata dalle formule di principio e programmatiche contenute in Costituzione, formule che avrebbero richiesto di essere prolungate  entro una “politica costituzionale”  che puntasse, tendenzialmente, alla realizzazione e attualizzazione concreta di quei principi. Al punto che, nel senso comune, oggi addirittura alcuni di quei principi sembrano affievolirsi drammaticamente e la costituzione in senso formale sembra non vincolare più la totalità degli attori.

Se ad esempio dovessimo prendere alla lettera alcune asserzioni comparse in relazione ai fatti di cronaca concernenti l’uso della legittima difesa addirittura il diritto alla vita sembrerebbe assumere talvolta un peso relativo e soccombente accanto a un  diritto alla sicurezza posto in parte in testa al privato, confondendosi il diritto alla difesa con un generalizzato diritto a punire chi compie crimini ai nostri danni.

Certo la  “politica costituzionale” dei governi italiani era molto sbiadita già negli anni novanta del secolo XX e l’ “attuazione costituzionale” promossa negli anni cinquanta del XX secolo,  quelli dei governi “senza stabilità”, ma in grado di ricostruire l’Italia,  si era arenata da tempo. Ciò che però è successo dal 2005 in poi non ha precedenti.    Oggi , tutte le parti politiche o quasi concordano ( salvo discordare nell’  indicarne  responsabilità e  rimedi), che siamo di fronte ad un disastro epocale. L’ Italia fanalino di coda nel 2027 delle prime trenta economie mondiali secondo il FMI è un dato incontrovertibile riconosciuto da tutti. Nulla a che fare con le politiche governative perseguite dai governi di ogni colore? Anche le asserzioni di parte governativa che cercano di evidenziare i miglioramenti degli ultimi anni non possono nascondersi di fronte a questi dati oggettivi.  I conti pubblici sono in piccola parte precariamente al sicuro ( anche se il debito pubblico cresce e la economia di guerra permanente non facilita le cose) quelli privati- di famiglie e imprese-  sono invece al disastro. La pubblica sicurezza – pure attenzionata dal governo in carica- ha problemi enormi; pensiamo soltanto al degrado urbano ed alla nuova delinquenza minorile che ormai dilaga pure  dentro le aule scolastiche. Coi ragazzi appena decenni che hanno paura dei loro  compagni di scuola. Ci sono precedenti storici di questo? Regole, rispetto, senso del dovere o della legge o della Costituzione  sembrano ridotte a pii desideri per tanta parte del paese. Non per tutti ovviamente.

Come è stato possibile ridurci a questo? E’ un destino inevitabile  o qualcosa di diverso ?Abbiamo avuto governi senza stabilità, tutto qui sarebbe il problema? Ma governi instabili abbiamo avuti sempre dal 1946 in poi. E quello stabile per un ventennio ci aveva regalato una guerra.  E quando la stabilità del governo più longevo produce poco o nulla?  Eppure se andiamo ai nostri ricordi personali, per chi ha un po’ di anni sulle spalle, ci dovremmo ricordare l’ottimismo con cui si andava incontro al nuovo secolo, l’entusiasmo per l’euro quasi una nuova monetina con cui giocare e non vi era pessimismo neppure di fronte al primo grande disastro epocale, la tragedia delle Torri Gemelle del 2001.

In Italia, ma non solo da noi, poco alla volta si è insinuata nella  mentalità diffusa, anche tramite i media e i social, e nella vita pubblica l’idea di un paese ( o un mondo) in uno stato di crisi permanente, la crisi come normalità o evento ricorrente, il che si dice meglio come “emergenza” o “stato di necessità” ( come definire altrimenti un male sociale che non posso evitare?).   Uno stato di emergenza perenne che è divenuto, dopo l’esperienza Covid-19, anche uno stato di paura perenne. Il virus un “nemico” invisibile,  onnipotente, globalizzato, diffuso e difficilmente controllabile. Era la paura mediatizzata, diffusasi già prima della guerra di Ucraina. La “paura” notoriamente la madre delle tirannidi per Montesquieu e  la molla propulsiva di ogni dispotismo, l’opposto della “virtù” che è la molla propulsiva delle repubbliche. Ed il “dispotismo” è esemplificato da Montesquieu col magnifico esempio dei “selvaggi della Luisiana” che tagliano alla base gli alberi quando vogliono  raccogliere la frutta. Anche noi in Italia, nella crisi del 2011,  abbiamo cominciato a fare lo stesso. Ad esempio usando come comodo bancomat, alla voce dei trasferimenti netti del pubblico bilancio,  la spesa pensionistica per salvare i titoli del debito pubblico da svalutazione e crolli. Certo abbiamo salvato i titoli del debito pubblico e cioè  la frutta….  Ma gli alberi e cioè le economie familiari che facevano legittimo affidamento su un reddito?  E tagliare la sanità, l’istruzione, la ricerca, la sicurezza non è un modo di tagliare gli alberi alla base per salvare i “frutti” finanziari immediati?

Lo svuotamento “silenzioso”della politica

La domanda essenziale ora è : cosa ha generato questo degrado nella vita pubblica, questo dispotismo di una democrazia in cui siamo “governati” dalle paure? C’è qualcosa che in Italia abbiamo rovesciato senza che alcuno lo denunciasse apertamente,  pochissimi lo hanno avvertito. E’ stato però un cambiamento enorme, una mutazione  di cui solo oggi possiamo valutare la portata reale. .

Nella grande tradizione moderna e illuminista le costituzioni scritte sono la manifestazione dell’idea che il reale possa esser modellato   da un atto di volontà politica  e cioè da un atto di ragione finalizzato al governo della polis. L’accettazione stessa di una costituzione scritta implica il rigetto della prospettiva anti illuministica di un ordine sociale, spontaneo e provvidenziale. Di una economia  capace di ordinare la realtà distribuendo premi e sacrifici, imponendo vincoli esterni non derogabili e magari assicurando pure la pace. Una fede tragica e disgraziata!

Il potere regolativo del denaro e della finanza ( la grande trasformazione si è intrecciata con la costruzione dell’euro e con l’ abbandono della prospettiva della costituzionalizzazione  dell’UE, per la resistenza di Francia e Paesi Bassi alla Costituzione europea) ha finito per subentrare alla decisione politica per essere esso la decisione politica suprema, il fattore “naturale” che garantisce “ordine” e rende obsoleta la prospettiva illuministica del costituzionalismo e della politica come strumento di decisione sovrano. Anzi questo potere finanziario ha agito come una sorta di potere “costituente” che riempie gli spazi vuoti di costituzione o “svuotati” progressivamente da essa.   Pensiamo all’operato  disgregatore/delegificatore  di una “concorrenza” usata impropriamente quale “principio”  ( cosa che essa non è neppure nei trattati UE né in Costituzione) invece che come una “condizione” da regolare attraverso la decisione politica e pensiamo alla  deregulation  e alla competizione regolamentare tra Stati che ha iniziato a promuovere una conflittualità mai vista prima dentro l’ UE.

In Italia in particolare si è sempre più popolarizzata l’idea della decisione politica “veloce”- e quindi apolitica-,  del treno “superveloce”, che deve surclassare la lentezza snervante della politica,  e quindi si sono enfatizzati ii meccanismi esecutivi rapidi, come i sistemi elettorali che permettono di avere la maggioranza di governo appena contate le schede. Persino sinceri e onesti democratici hanno sostenuto tranquillamente le ragioni di una scelta disastrosa ed hanno intonato veri ”peana” all’avvento di una economia come una continuazione della politica con altra velocità.

Trionfava così una “politica” che metteva le regole dell’economia o della finanza prima delle proprie , o almeno come ispiratrici e guida della politica. Valeva per l’ UE e per i “trionfi” ( poi disastrosi) delle politiche neoliberiste,  ma valeva per l’ Italia anche. Con quali conseguenze?

Le regole e il potere

Partiamo da una premessa. Cosa può accadere quando l’economia diviene una sorta di potere “costituente” e pretende di orientare la politica quando la materia costituzionale si relativizza e la Costituzione somiglia sempre più ad un contratto che ad un patto fondativo? i?  E’ un prerequisito della nostra vita pubblica e della democrazia la netta distinzione tra spazio del potere e spazio del diritto, Senza questa netta separazione non si dà costituzione vera e propria. O si dà una “costituzione incostituzionale” per riprendere una simpatica e acuta definizione coniata da  Giuseppe Sartori tanti anni fa, in cui la Costituzione in senso garantista si muta in una forma di Stato( impropriamente detto Costituzione) che è l’organigramma di come viene organizzato l’esercizio del potere ( G. Sartori, Mala Costituzione e altri malanni, Laterza, 2006, p. 45). In ogni Costituzione vera cioè garantista, invece,  chi comanda non può stabilire le regole e chi stabilisce le regole non può comandare. E’ un assioma di evidenza palmare. O che tale dovrebbe essere.

Se la Costituzione si relativizza può accadere, ed è ciò che accade dagli anno duemila che, ad un certo punto, quelle regole e norme possono apparire contrastanti rispetto all’operato di chi governa o comanda o cerca di realizzare un programma. Non dovunque, ma in quelle situazioni in cui per vari motivi il governo di turno non riesce a realizzare un programma. Sorge allora spontanea la  tentazione di imputare  alle regole e agli istituti dello Stato l’ostacolo alla realizzazione dei propri intenti. Vi sono difficoltà a realizzare un ponte sullo stretto? Certo se non vi fossero i lacci e i lacciuoli della Corte dei Conti e via dicendo. Vi sono problemi di ordine pubblico? C’è un sistema giudiziario che non garantisce la deterrenza del precetto penale ( anche se questo non è il su compito) e lascia così alla criminalità campo aperto.

Si tratta di una tentazione molto pericolosa perché compulsiva, non bilanciata da alternative più semplici ed immediate. Ed una comoda assicurazione sulla vita ( dei governi, dato che il problema è nelle regole ) pagata dai cittadini.  Cambiare le regole in corso d’opera  come via di salvezza per governi in difficoltà, può apparire la cosa migliore  anche solo per sopravvivere o addirittura  forse per “tirare a campare”..

Forse non è un caso che governi di Destra e Di Sinistra, quando arrivano al rendiconto elettorale, si accorgono di dover cambiare quella che di per sé è la più lontana dai bisogni immediati del paese in quanto  la più astrusa e incomprensibile al cittadino comune , la legge elettorale. Nel nostro  ordinamento la legge elettorale, cioè la legge che trasforma i voti in seggi, è notoriamente una legge costituzionale sì ma solo dal punto di vista sostanziale, non da quello formale. I padri costituenti vollero lasciar libero il legislatore ordinario di scegliere il sistema elettorale più adatto e più consono alle tradizioni italiane ovviamente entro i principi dell’art. 48. Non avevano previsto il pericolo. .

Legge elettorale, una “zona franca” per  alterare le regole

Ed un uso strumentale della legge elettorale è divenuto “normale” dal 2005 in poi quando archiviato il Mattarellum- la legge nata nel 1994 dopo il crollo dei partiti dall’idea di superare la vecchia democrazia consociativa attribuita al meccanismo proporzionale- il sistema misto proporzionale maggioritario, si passò al noto Porcellum ed iniziò il lungo ventennio delle leggi elettorali incostituzionali  Chi governa o comanda ridefinisce le regole non all’inizio della legislatura ma alla vigilia del voto, utilizzando i suggerimenti dei sondaggi per favorire la propria parte politica. In genere sotto il pretesto della stabilità che in una democrazia parlamentare  non avrebbe molto a che fare con la legge elettorale- che garantisce rappresentatività-  ma con gli istituti costituzionali che servono a garantirla ( sfiducia costruttiva come in Germania).

Dal 2005 abbiamo così avuto in successione sistemi elettorali che alterando con  meccanismi da raffinatissimi Azzecca-garbugli  libertà ed eguaglianza del voto hanno prodotto situazioni  incostituzionali, sempre più incostituzionali sino ad oggi. La Legge 270/2005 cd.Porcellum, la Legge 52/2015 cd. Italicum o Rosatellum, e la Legge 165/2017 o Rosatellum bis , dopo che le precedenti erano state riconosciute  incostituzionali dalle sentenze 1/2014 e 35/2017 della Corte costituzionale. Precisiamo che profili di incostituzionalità sono percepibili a vista d’occhio anche in quella attuale, mentre per quella in discussione gli elementi di incostituzionalità sembrano ancora maggiori.

La legge elettorale, come si affermava, al termine di un coraggioso ed innovativo percorso di contestazione per via giudiziaria, nell’ Ordinanza della Corte di Cassazione del 21 marzo 2013 aveva finito  per essere nei fatti  “zona d’ombra o zona franca sottratta al giudizio di costituzionalità”. Tale essa era stata dal 2005 in poi, era stata, in estrema sintesi ( la descrizione dei sistemo chiederebbe un saggio giuridico) una legge che contrastava almeno con i principi di libertà, eguaglianza e  personalità del singolo voto ( art. 48). Certo non si può fare peggio.

Per dare però una minima idea del carattere abnorme e grottesco di queste violazioni che ci avvicinano alle peggiori tradizioni europee basta ricordare che nella legge in vigore e pure in quella proposta l’ elettore non riesce a sapere  chi elegge in realtà col suo voto e l’eletto non può sapere a quale elettorato deve rispondere. Non proprio male per un democrazia rappresentativa!

Regole costituzionali, potere arbitrale e difesa sociale: la grazia nel caso Roggero   

Se la legge elettorale è stato il paradiso, o meglio l’ Eden della incostituzionalità, stiamo assistendo ad incursioni di questa volontà deregolante in  campi più svariati, oggi in quelli vicini al diritto penale ed alle questioni dell’uso pubblico e legittimo della forza e alla pubblica sicurezza, i campi più sensibili al governo in carica. Mi riferisco alla questione della grazia presidenziale ai condannati emersa in occasione del noto caso Roggero.

In questo caso un semplice cittadino chiede con insistenza e pubblicamente una grazia presidenziale – un inedito nella pur complessa storia delle vicende giudiziarie in Italia, mi pare che Enzo Tortora condannato ingiustamente non abbia mai chiesto la grazia-  ponendosi evidentemente a modello per altri, una grazia presidenziale  a riparazione di una sentenza per un duplice omicidio in conseguenza di una  legittima difesa che evidentemente  non condivide. Una richiesta sostenuta apertamente da rappresentanti di partiti di governo e da media e quotidiani di area svariata.

La grazia presidenziale notoriamente un istituto di garanzia, una  prerogativa presidenziale ( insieme a quella di commutare le pene)  funzionale a riequilibrare la pena irrogata con situazioni  umane che possano comportare lesione di diritti, diverrebbe un istituto per “correggere” una sentenza. Se accompagnata da pressioni popolari e partitiche la sollecitazione pubblica della  grazia potrebbe significare la correzione di una sentenza della Magistratura che pare non allineata alle esigenze della politica securitaria perseguita dal  governo o alle aspettative che essa ha suscitato.

Il caso umano esiste, ma le vie per intervenire esistono nell’ordinamento vigente. Se la sentenza finale dopo il triplice grado di giudizio si ritiene nella sua sostanza lesiva di un diritto umano si può ricorrere ad una Corte superiore, come quella di Strasburgo. Se si ritiene che la sentenza finale sia lesiva perché fondata su una legge incoerente o sbagliata si cambia la legge e si applica la legge più favorevole in modo retroattivo al caso attuale. Ma la grazia presidenziale  non può essere equiparata a strumento di revisione di una sentenza.  Non si possono alterare le regole in base alle opportunità, pur legittime, di un potere politico. Si deresponsabilizza il potere politico  e si nega l’essenza di un potere di garanzia autonomo e indipendente da quello politico, come quello del Presidente della Repubblica.

Chi chiede la grazia nel caso Roggero poi però è la stessa parte che sostiene la necessità dell deterrenza penale. C’è allora qualcosa che va chiarito. Ovviamente un problema della difesa della società dai problemi conseguenti al degrado sociale esiste, è grave  ed è sempre più largamente avvertito. Cause diverse incidono su questo e ampio è lo spettro delle misure per combattere criminalità e insicurezza. E combatterle soprattutto alla radice. Chi però sollecita grazia da una parte e deterrenza penale dall’altra finisce per far credere che possa essere efficace unicamente una politica della deterrenza che miri ad un diritto penale fondato sulle dosi crescenti della pena ad effetto dissuasivo.

Questo diritto penale , purtroppo già sperimentato in Italia, porta diritti ad una difesa sociale senza limiti e senza proporzioni. Allargando oggi ulteriormente lo spazio della difesa privata legittima. Domani chissà ampliando la sfera e l’ambito della difesa pubblica legittima. Ricordiamo che circostanze eccezionali consentirono nel 1926 di ri-legittimare  la pena di morte, abolita in Italia nel XIX secolo.

Fedeltà alla Repubblica,  per ripristinare legalità e sicurezza     

Ma c’è un pericolo a cui non si pensa mai . Se un governo o un potere costituito viola le proprie regole oppure le rifonda e le  cambia, magari spinto da necessità presunte o reali, operando come fosse un potere costituente, la prospettiva del cittadino de-politicizzato e disorientato  che si  avverte impotente e incapace a resistere al degrado sociale e bisognoso di certezza e stabilità di riferimenti, non è più quella di reagire indignandosi per il mutamento delle regole. Regole dure ci vogliono. Dura Lex sed Lex! E’ lo sbando di chi è preso dal panico. E’ la tentazione di chiedere proprio un potere sempre più forte che prenda decisioni per tutti, senza limiti e ambiguità, dando almeno certezze. Per molti, per troppi – ce lo testimonia la storia del nostro passato- ciò che il potere consente, approva o incoraggia non solo è opportuno e conveniente, ma spesso è anche morale. Specialmente quando è un potere nichilista a farlo. Trump lo ha affermato senza ritegno per le proprie scelte, la scelta morale è sempre la sua e solo la sua. Ed è creduto da molti. Ed anche noi cadiamo nel baratro quando pensiamo che sia soltanto innocuo o inaccettabile un post in cui un potere “nuovo”, paludato in vesti imperiali romane, mette in scena l’esecuzione pubblica in forma circense dei propri “nemici” politici. Il culto e l’idolatria del potere, come il fascino della forza “bestiale” hanno una influenza enorme su chi ha  smarrito i concetti portanti della dignità umana e della sua libertà razionale, su chi deve affidarsi al giudizio della maggioranza o del potere politico  per distinguere il bene dal male, il lecito dall’illecito..

A questo veleno distillato ormai anche da fedi feroci, c’è però un antidoto. Fare in modo che possa risorgere la moralità profonda, quella che si incarna nella nostra Costituzione e che si chiama diritto-dovere della resistenza agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti da essa, come recitava la proposta Dossetti avanzata alla Costituente e poi tradotta in modo implicito  nel testo finale( art. 54), apparentemente più astratto, ma non sostanzialmente difforme da quanto formulato nel testo originario.

La nostra Costituzione che usa un linguaggio scolpito nella pietra, dove il sì è il sì e il no è il no,  non ci ordinerebbe mai di credere,di obbedire o di combattere per il potere statale, come aveva chiesto a suo tempo il fascismo.  Anzi ci proibirebbe in assoluto di farlo.  Il “credere” è infatti un atto che ci rapporta ad un potere superiore non dipendente da noi  e privo di vincoli e  tale non può essere alcun potere politico in democrazia che sull’eguaglianza civile si fonda. L’ “obbedire” è l’ascolto della autorità morale della coscienza che è dentro ciascuno di noi, non può essere la sequela di un capo e neppure il conformarsi ad un ordine esterno qualsiasi. Il “combattere” è l’atto estremo cui potremmo essere chiamati dalle vicende storiche, ma non può essere l’obiettivo di una Repubblica che ripudia la guerra cui incombe invece il sacro dovere di “difendere” la Patria, eventualmente anche combattendo, ma non solo combattendo.

L’ art. 54  della Costituzione impone perciò ai cittadini il dovere, non di semplice “obbedienza”, ma invece  di fedeltà alla Repubblica– non ad un leader, ad un governo, ad una maggioranza o a una singola istituzione e neppure allo Stato ( cioè all’apparato operativo dei poteri pubblici). Impone la fedeltà alla Repubblica( cioè all’insieme dei cittadini e delle istituzioni in cui essi legittimamente si riconoscono ed operano entro il diritto).  Va aggiunto che “fedeltà” a differenza di “obbedienza”  implica sempre una azione, un agire positivo,  un adempimento libero e cosciente del dovere,  non il conformarsi passivo alla volontà di un capo.  Fedeltà alla Repubblica è pertanto la osservanza della Costituzione in primo luogo  e poi in secondo luogo delle sue leggi, comportamento coerente per rendere quella osservanza efficace.

Si tratta di quella fedeltà ben esemplificata nei casi storici di quei “servi buoni e fedeli” dello Stato o di quei  semplici cittadini che seppero adempiere ai loro doveri arrivando sino all’eroismo, come nei casi di  Aldo Moro, di Giovanni Falcone, di Paolo  Borsellino, di Rosario Livatino, di Giorgio Ambrosoli, del generale  Carlo Alberto Dalla Chiesa, del commissario Boris Giuliano e di tanti, di tantissimi  altri  “ignoti eroi repubblicani”, talvolta anche umili “eroi della vita quotidiana” mai passati alla storia, ma anche essi attivi silenziosamente ed efficacemente dentro gli eventi. Solo questa  rinata  fedeltà alla Repubblica ci potrà salvare dal degrado civile e sociale evidente persino negli spettacoli sempre più macabri e grotteschi che la de-costituzionalizzazione della politica va moltiplicando.

Umberto Baldocchi