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Che domenica … – di Giancarlo Infante

Una domenica di aria fritta e di volgarità

Che domenica di aria fritta e di volgarita che ci ha, ancora una volta, regalato la politica italiana. In particolare, il «campo di Agramante» della destra che, poi, ha il coraggio di puntare il dito contro le divisioni di quello opposto. Non c’era nel Vangelo di ieri, ma la questione della pagliuzza e della trave negli occhi non perde di attualità.

Una domenica all’insegna della «fuffa». Soprattutto di chi l’ha sparata più grossa. Comune una certa sguaiataggine nel linguaggio e nelle pose: dal Pratone di Pontida alle «vannacciate» di Orvieto, fino alla riunione dei giovani di Fratelli d’Italia, dove si è confermata una Giorgia Meloni in versione capo-popolo molto al di soora delle righe ed impegnata, ormai apertamente, in una campagna elettorale che sembra essere già cominciata. La statista proprio non è riuscita a farla.

Lo scavalco a destra porta la Presidente del Consiglio ad annunciare un provvedimento che dovrebbe fissare per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe, imporre ai genitori di alcuni studenti stranieri con gravi difficoltà di inserimento di imparare l’italiano e vietare a scuola burqa e niqab.

Ha motivato la misura sostenendo che i bambini italiani non possono diventare minoranza nelle proprie classi. Un provvedimento in tal senso in realtà già esiste e  fissa al 30% la quota dei non italiani. Ma sulla carta già ora migliaia di scuole non riescono ad applicarlo. Fatta la sparata, non abbiamo sentito parlare degli investimenti necessari per aumentare il numero delle classi e degli insegnanti come richiederebbe un’idea del genere. Parole in libertà. Poi, dopo aver capito di aver lanciato degli inutili fuochi artificiali ha fatto precisare che si riferiva all’infima minoranza dei bambini che non parlano ancora l’italiano. E viene da chiedersi se sia davvero questo il problema più urgente del Paese da portare sul palco della Festa dei giovani di FdI. E il burqa? Presentare la questione come se le scuole italiane fossero diventate quelle dell’Afghanistan rischia di trasformare un problema enormemente circoscritto in una paura generale.

Intanto, sul Pratone di Pontida, la Lega ha scelto un altro pezzo di repertorio: «non passa lo straniero». La frase campeggiava sul palco e sulle transenne del raduno leghista. È una citazione della Leggenda del Piave, la canzone patriottica scritta da E.A. Mario nel 1918. E il riferimento storico non è proprio secondario: perché porta diretta alla figuraccia – tragedia di Caporetto.

È difficile non notare la distanza tra quel linguaggio e i problemi che il Nord produttivo dovrebbe avere oggi davanti. Dove sono i treni? Dove sono i trasporti? Dove sono le infrastrutture che dovrebbero sostenere un’economia che vive di scambi con l’Europa? Dove sono le risposte sulle trasformazioni industriali che stanno attraversando la Germania e che possono avere conseguenze dirette proprio sull’economia del Nord italiano, soprattutto sul Nord-Est, profondamente inserito nelle catene produttive dell’indotto tedesco? A Pontida, invece, la scena è stata occupata soprattutto dagli equilibri interni della Lega.

E c’è stato, naturalmente, anche Vannacci. L’ex generale, che ha lasciato la Lega dopo averne sostenuto l’ingresso e dopo avere più volte dichiarato la propria fedeltà al partito e a Salvini, è oggi alla guida di un’altra formazione e si è ritrovato a Orvieto con Gianni Alemanno, nel Forum dell’Indipendenza italiana.

Mentre quasi tutti giocano la partita degli equilibri interni, fuori dai recinti dei partiti ci sono una Germania che attraversa una fase economica difficile e un’Europa alle prese con una trasformazione industriale che rischia di avere effetti importanti anche sull’Italia. Ci sono il costo dell’energia, la competitività delle imprese, il futuro della manifattura, i trasporti, le infrastrutture. E c’è ancora tutto il capitolo del PNRR, con le risorse utilizzate, quelle rimodulate, quelle che non sono state utilizzate e le spiegazioni che arrivano spesso dopo le polemiche. Ma questi sono argomenti meno facili da portare su un palco. Non producono un applauso immediato. Semmai, imbarazzo.

A sinistra, naturalmente, la domenica non è stata molto diversa, anche se per motivi differenti. Perché abbiamo continuato a sentirli parlare molto delle loro cose: delle difficoltà dell’area progressista – che molti continuano a chiamare  “campo largo” – dei rapporti tra Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, della posizione di Elly Schlein, delle primarie, delle armi all’Ucraina, delle condizioni per costruire un’alternativa. Eppure, il mondo non aspetta che il centrosinistra risolva le proprie dispute interne.

L’allergia della politica italiana alla realtà

La lettera che Schlein ha inviato a Meloni sull’energia (CLICCA QUI) conteneva una proposta concreta sull’utilizzo dei 14 miliardi di euro di flessibilità disponibili fino al 2028, con interventi su edilizia pubblica, imprese, trasporto rapido di massa, reti elettriche e accumuli. La possibilità che ci si confrontasse su cose davvero serie sembra già vanificata dopo poche ore.

È come se la politica italiana avesse sviluppato una particolare allergia alla realtà. La realtà è complicata. La propaganda è semplice. La realtà richiede spiegazioni. Lo slogan corre verso il microfono.

Sono riferimenti di maniera quelli alle due guerre che continuano a condizionare l’Europa e l’Italia: Ucraina e  conflitto in Medio Oriente. Al nostro ruolo, alle nostre basi, ai nostri apparati militari, ai voli e alle missioni che attraversano una regione sempre più pericolosa. Domande che sarebbe doveroso rivolgere al Governo  e risposte che sarebbe doveroso ed auspicabile ricevere, anche senza porre domande: qual è esattamente il livello del nostro coinvolgimento sull’uno e sull’altro fronte? E come intendiamo evitare che un coinvolgimento per quanto indiretto possa trasformarsi, per una dinamica non più controllabile, in un qualcosa di diretto? Gli Houti c’hanno appena distrutto un aereo parcheggiato in una base saudita.

Poi c’è il costo della vita. Perché l’inflazione raccontata nei numeri generali non sempre coincide con quella che le famiglie incontrano davanti agli scaffali del supermercato. Servirebbero politiche europee sull’energia, interventi sulla competitività, discussioni serie sugli extraprofitti, sulle reti, sulle fonti e sul costo della transizione. Invece, a destra, continuano a discutere di chi sia più a destra dell’altro. La sinistra, dall’altra parte, deve ancora dimostrare di riuscire a trasformare le proprie differenze in un progetto riconoscibile. In mezzo ci sono gli italiani.

 Forse qualcuno, a destra come a sinistra, pensa davvero che il voto si possa giocare soltanto tra loro, dentro la loro partita. E forse qualcuno pensa persino che l’astensione possa diventare una variabile utile, perché meno cittadini vanno a votare e più diventa importante mobilitare il proprio pezzo di elettorato.

Ma è un gioco pericoloso.

Giancarlo Infante