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Ceuta è anche un simbolo – di Domenico Galbiati

Ceuta è anche un simbolo: “dov’ Ercule segnò li suoi riguardi, accio’ che l’uom più oltre non si metta: da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta”.

Così Dante nel XXVI Canto dell’ Inferno dove narra le peregrinazioni di Ulisse da una sponda all’altra del Mediterraneo, la scoperta di terre nuove e sorprendenti, incontro ad esperienze inattese, ad inseguire “virtute e conoscenza”.

Il Mediterraneo concepito fin da Omero, che Dante riprende, come un tutto, un “unicum” di terre che il mare connette, un insieme coerente di civiltà e di culture che da millenni si fecondano reciprocamente.

Non c’era bisogno di Schengen. Tanto meno di chi chiudesse le frontiere per non perdere mai l’occasione di tenersi lontani da un spirito europeo convinto e forte. Come fa Giorgia Meloni.

Il fenomeno migratorio e la sua complessità

Il fenomeno migratorio che si è abbattuto su Ceuta è sicuramente anomalo e fuori misura, preoccupante, difficilmente governabile. Forse “doloso”, da parte del Marocco, punitivo nei confronti della Spagna. Per quanto sembra stia in buona misura rientrando.

In ogni caso, va affrontato con fermezza e, al tempo stesso, con prudenza. Senza isterismi. Senza farne il pretesto per dare sfogo ad un ventaglio di sentimenti ostili che vanno dalla diffidenza a forme di odio vero e proprio, a loro volta orientate a generare allarmi, paure e timori che sollecitino politiche securitarie, tali da giustificare una deriva autoritaria del potere.

Disegnando una parabola che di quest’ultima vorrebbe dar conto come di un approdo finalmente risolutivo, necessario e rassicurante. Secondo una postura tale per cui “rassicurare” significa coincidere perfettamente con la propria identità, presidiare e difendere con i confini del mare anche quelli dell’anima, della mente e del proprio cuore.

Ceuta come città simbolo

Sì, Ceuta è anche un simbolo. Una città europea sul suolo africano, emblema di quell’integrazione tra i due continenti che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo che faremmo bene a prenderci in carico seriamente.

Il “lago di Tiberiade”, come lo chiamava Giorgio La Pira, è tuttora — lo è da millenni — il luogo storico e geopolitico, culturale e religioso, nodo strategico e militare di conflitti che si aprono a ventaglio e condizionano l’equilibrio complessivo delle relazioni internazionali.

Bagna da un lato le colonne d’Ercole — a loro volta simbolo dei limiti che il coraggio del genere umano e la sete di conoscenza incessantemente superano — e giunge alle terre dei tre monoteismi che, a loro volta, si approssimano alle pianure della Mezzaluna Fertile, tra il Tigri e l’Eufrate, culla delle prime civiltà, la Mesopotamia da cui prese avvio il cammino di Abramo verso la terra promessa.

Il Mediterraneo che bagna Israele e Gerusalemme, Atene e Roma.

Domenico Galbiati