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Cosa ribolle nell’astensionismo? – di Domenico Galbiati

Cosa ribolle nell’urna virtuale dell’astensionismo? Difficile saperlo. Forse è addirittura meglio non chiederselo e neppure darsene pensiero. Infatti, se si affrontasse seriamente l’argomento ogni forza politica si sentirebbe spinta su un terreno dissestato e scivoloso che chiederebbe un passo, una capacità di ascolto, di sintesi e di composizione di interessi contrastanti di cui è andata smarrita la misura.

Il severo monito del Presidente Mattarella rivolto a tutte le forze politiche affinché normalizzino i loro rapporti e li riportino dentro la logica di una corretta dialettica, difficilmente, malgrado l’autorevolezza della fonte, troverà ascolto. Non si tratta solo di cattiva volontà o inettitudine di una classe dirigente che gode della risacca di un sistema politico giunto al capolinea, ma del quale è, nel contempo, prigioniera. In fondo, sia per la destra che per la sinistra, nei confronti di coloro che sistematicamente disertano le urne, è più opportuno e più prudente adottare – per una sorta di informale e non dichiarata convenzione tra le parti – una comune strategia semplice ed elementare: “non svegliare il can che dorme….”. Meglio evitare voli pindarici e, restando con i piedi ben saldi a terra, preoccuparsi, piuttosto, di fidelizzare gli elettori del cui consenso già si gode.

Il problema è di sistema

Insomma, il problema è sistemico e strutturale e perfino gli attori che lo abitano possono farci ben poco.
Parliamo di schieramenti o di coalizioni, di alleanze o di poli, in effetti si tratta di aggregazioni che assomigliano a un “clan”, cioè un gruppo chiuso, cementato da un familismo, in questo caso ideologico, che non ammette repliche.

Da una cultura democratica, aperta, critica, attenta al giudizio personale di ognuno, rischiamo di regredire a un livello tribale, nel quale l’abito mentale di quella certa comunità diventa un totem, cioè un elemento identitario tale per cui disattenderlo significa tradire. Non si va lontano, non ci si sottrae alla gogna di un sistema politico che stringe e costringe le differenti correnti di pensiero, i riferimenti storici, le articolazioni geografiche, le sensibilità sociali, le culture politiche, le loro declinazioni locali in un corsetto preformato, rigido e soffocante se non ci si libera di una logica tale per cui ogni schieramento si riconosce nello stampo rovesciato del proprio interlocutore. Ne consegue che ogni argomento viene assunto, anzitutto, in funzione del potenziale polemico e conflittuale che sa esercitare nei confronti di chi si fronteggia, cosicché l’oggettività del dato va a farsi benedire.

C’è chi osi rompere la cristallizzazione di un tale sistema? Ci vuole coraggio, ma se lo può dare solo chi ne è già, di per sé, dotato. Non è in vista – succede solo nelle fiabe a lieto fine – il cavaliere senza macchia e senza paura che, a rischio della propria personale incolumità, salva la fanciulla prigioniera e dormiente nella sua teca di cristallo.

Siamo destinati a inoltrarci in un’altra legislatura che, chiunque vinca, sia dominata, ancora una volta, da un pregiudizio e da una reciproca delegittimazione tra i due poli ciascuno dei pretende di risolvere in sé quella ricchezza dell’Italia che neppure sanno contenere.

Domenico Galbiati