CronacaUltime notizie

I minori detenuti e le ragioni delle proteste (2) – di Mario Pavone

Quella che segue è la seconda parte dell’articolo pubblicato ieri (CLICCA QUI)

La protesta giovanile in vari Paesi del Mondo
L’unica cosa certa, in questo quadro, è la portata mondiale del fenomeno, su cui occorre porsi domande anziché generalizzare, come avvenuto in questi giorni sui massmedia come sostiene P. Borrometi con un’analisi dettagliata di quanto sta accadendo nel Mondo, pubblicata su Avvenire, secondo cui “la Generazione Z è scesa in piazza in vari Paesi del Mondo per protestare contro il futuro rubato, contro la crisi climatica, le evidenti disuguaglianze sociali ed i diritti negati”.

La sfiducia dei giovani nelle Istituzioni mette oggi alla prova la Politica, sebbene sarebbe sicuramente arbitrario ricondurre a un’unica matrice l’ondata di manifestazioni, scontri e proteste di vario genere che punteggiano il Mondo benché per essa non esisterebbe una spiegazione dei disordini, delle rivolte e delle ribellioni a cui assistiamo dal 2025, talvolta accompagnati anche da episodi di violenza gratuita, che non possono essere giustificati in nessun caso.

Tra questi giovani e giovanissimi, di cui alcuni appena oltre il limite della infanzia, il livello di frustrazione e del disorientamento ha superato, in ampi strati della popolazione, i livelli di guardia. Il repertorio delle ragioni è vastissimo e varia dalla disoccupazione alla censura sui social network, dalle tasse all’insufficienza o all’elevato costo dei servizi di base (acqua ed elettricità), dalla carenza di alloggi a prezzi accessibili all’inadeguatezza dei servizi scolastici, dalla lotta alla corruzione e a quella contro la criminalità organizzata, dall’opposizione alla speculazione ambientale alla contestazione delle riforme dei sistemi pensionistici.

Ovviamente, non si possono attribuire interamente né alla Politica in generale e tanto meno ai Governi succedutisi negli anni il peggioramento delle condizioni economiche e l’eclissi delle prospettive di miglioramento sociale, che in Italia viene definito come un “ascensore sociale”.

È tuttavia opinione comune che la cd. Globalizzazione abbia influito sulle economie dei vari Paesi coinvolti creando nuove povertà in luogo del benessere a cui aspiravano. Tuttavia, ciò a cui abbiamo assistito a livello mondiale negli ultimi anni è stato, in primo luogo, un atteggiamento di condiscendenza, implicito o esplicito, da parte del potere politico nei confronti dei nuovi potentati finanziari, digitali e militari degli Oligarchi. La Politica, in molti casi, ha pensato non solo di poter addomesticare questi nuovi Principi, come li definiva il Machiavelli, ma anche di poterli considerare alleati nel controllo sociale o, quantomeno, nella gestione di società in profonda trasformazione.

Tutto ciò si è rivelato una mera illusione, anzi una distorsione della prospettiva che ha nascosto alla vista il disagio e il risentimento che covano negli interstizi delle Società contemporanea, di fronte al divario ormai esponenziale tra Predatori e Vittime in favore dei primi che hanno compiuto non soltanto il saccheggio dell’Economia, ma anche quello dei sogni, imprigionando intere generazioni nel perimetro tracciato, arbitrariamente, dai social network, così alimentando nuove povertà ed una economia di guerra spingendo il Pianeta sull’orlo del collasso climatico.
Le stesse proteste dei giovani del ’68, evocate, talvolta, impropriamente come termine di paragone, avevano in realtà una matrice comune, identificabile nella domanda di futuro avanzata da quelle generazioni.

Le generazioni che oggi occupano le piazze, pur con le sostanziali differenze già menzionate, sembrano animate da una motivazione ancora più radicale rispetto a quella dei loro padri e dei loro nonni ossia la netta sensazione di un furto del loro futuro.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), le proteste giovanili del 2025 hanno evidenziato un paradosso: un elevato livello di partecipazione e di impegno, anche sulle questioni sociali e umanitarie, basti pensare alla mobilitazione per Gaza dovuta ad una profonda sfiducia nelle istituzioni. Di fronte a questa serie di sollevazioni prive di una guida riconoscibile, il rischio è che si apra una nuova stagione di profondo disordine sociale e di frantumazione del patto fondativo della comunità politica, non soltanto tra le diverse componenti della società, ma anche sul piano intergenerazionale e intertemporale perché siamo ben oltre la crisi della democrazia.

Se le grandi proteste dell’ultimo trentennio del XX secolo proclamavano a gran voce l’esistenza di diritti, quelle dei nostri giorni proclamano, più drammaticamente, il diritto di esistere sebbene queste istanze, queste paure, tra i giovani non possono essere confuse con chi spacca le vetrine, perché confonderle può servire magari a conquistare qualche lettore in più o qualche like sui social media come pure qualche virtuale consenso politico nei sondaggi settimanali, ma certamente non risolve il problema, anzi lo aggrava.

Conclusioni
Come ha sostenuto in questi giorni sulle pagine dell’Avvenire, in maniera condivisibile, P. Borromei, “dietro le vetrine rotte c’è il grido di una generazione senza futuro”.

In base a quanto innanzi evidenziato, “dovremmo avere tutti il coraggio di non fermarci alla cronaca dei disordini, ma capire che al centro ci sono aspettative deluse, mobilità sociale bloccata e bisogno di prospettive concrete perché molti giovani lottano per avere una speranza di un futuro migliore a loro riservato”.

Se ci fermassimo alle devastazioni dei negozi ed alle vetrine spaccate, sarebbe ovvio considerare le manifestazioni dei giovani come atti delinquenziali perché, sebbene spaccare o saccheggiare tutto è più che deprecabile, esiste un diritto primario da salvaguardare ossia, ad es., quello di chi ha un negozio, di poter lavorare senza il pericolo che gli venga distrutto, oppure quello di chi sta tornando a casa di poterlo fare senza rischiare di prendersi una pietra in testa.
Tuttavia, proprio alla luce di quanto è accaduto, occorre anche comprendere che c’è un drammatico problema che riguarda le nuove generazioni, che scendendo in piazza, vogliono esprimere un malessere sociale che va interpretato prima ancora di essere combattuto.

La vera ragione delle proteste sta nel fatto che i più giovani vedono davanti a loro meno possibilità rispetto a quelle che hanno avuto i loro genitori ed una Società divenuta più violenta e più iniqua. Non a caso, i sondaggi riscontrano proprio tra i più giovani l’esplosione di ansie legate ad un Mondo sempre più incendiato da bombe e armi o in preda alle irrisolte questioni dei cambiamenti climatici.

Le nuove generazioni, ha spiegato l’ex premier Mario Draghi, “hanno la sensazione che nessuno li ascolti e che vi sia un blocco delle legittime aspettative future” e sulla questione si potrebbe parimenti affermare che “le diseguaglianze sociali sono sempre più ampie e l’ascensore sociale che permetteva anni fa al figlio di un operaio di diventare dirigente d’impresa, oggi è sostanzialmente fuori uso”.

Sta di fatto che ragazze e i ragazzi si affollano nelle piazze delle Città per chiedere politiche per il loro presente e il loro futuro e per avere una speranza e per questa ragione difendono i loro ideali anche lottando.
Per le stesse ragioni, sempre più ragazze e ragazzi trovano, come unica possibilità di vita, quella di emigrare all’estero, come accaduto ai loro Genitori all’inizio del secolo scorso e nel dopoguerra, senza che nessuno si preoccupi di fornire una risposta sensata alla “fuga dei cervelli” in altri Paesi.

Attraverso le manifestazioni, svoltesi per la prima volta in maniera così imponente dal ’68, come innanzi ricordato, oggi scopriamo la esistenza di nostre “banlieu” e ci rendiamo conto di aver fatto crescere nelle periferie delle nostre Città una nuova generazione di italiani, figli di immigrati, socialmente emarginati, come sono definiti i “Maranza”, per i quali abbiamo fatto finta di non comprendere che avessero enormi problematiche di ghettizzazione dovute alla mancanza di una effettiva integrazione nella nostra Società opulenta ma sorda alle grida che provenivano da essi e carente di proposte politiche da parte dei Governi vecchi e nuovi.

Pertanto, al di là della risposta securitaria dei vari Governi, non c’è stata né una sola parola sulle ragioni delle proteste né la promessa di adeguati interventi per mitigare il disagio di questa generazione. Per contro, questo è avvenuto solo in Francia, dove il fenomeno delle proteste giovanili è stato ancora più violento, ed il Governo ha attuato la repressione ma, allo stesso tempo, ha anche ammesso che bisognava ascoltare le richieste dei giovani.
Così, alcuni loro rappresentanti sono stati ricevuti dalle Istituzioni e sono stati promessi investimenti nelle scuole mentre in Italia non è avvenuto.

L’unica speranza a cui aggrapparsi, per l’ennesima volta, è il monito del Presidente della Repubblica, secondo il quale “la Società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione di quanto accaduto. Si tratta di una questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili le Istituzioni e tutte le Forze della Nostra Società”… prima che sia troppo tardi per Tutti.

Dietro ogni reato c’è sempre una storia e comprenderla non significa giustificare, né attenuare la responsabilità di chi ha fatto del male ma riconoscere che quella storia avrebbe potuto prendere una direzione diversa.
Ogni volta che un adolescente si rende protagonista di un episodio di violenza, soprattutto quando appare brutale o immotivato, la risposta penale non può esaurire il compito delle Istituzioni.

Dopo il decreto Caivano è cresciuto il numero dei giovani detenuti ma non è altrettanto chiaro se e quanto le misure adottate abbiano ridotto la violenza. È una domanda che merita dati e valutazioni rigorose, prima di proporre nuovi posti in carcere sebbene la vera scelta non è tra punire o educare: una società deve saper fare entrambe le cose. È decidere se investire soltanto quando un adolescente arriva davanti a un Giudice oppure molto prima, nella scuola, nelle famiglie, nei servizi e nelle opportunità di crescita emotiva, cognitiva e culturale per offrire loro un vero futuro.

Mario Pavone