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Malagiustizia. Una Riforma divenuta necessaria – di Mario Pavone

La Malagiustizia costituisce un aggravio delle spese a carico dell’Erario a cui i cittadini sono chiamati a farne fronte

Come afferma Luca D’Alessio (v. La responsabilità civile dei pm va ben oltre la giustizia, in 35 anni speso oltre un miliardo per gli errori giudiziari, su Il Riformista del 31/5/2026) “spesso la macchina governativa è costretta a sacrificare il finanziamento di alcune voci di welfare, necessarie per un livello di qualità di vita migliore, per poter far fronte a capitoli di spesa totalmente diversi che gravano anche sul contesto della ricchezza economica del Paese”.

Occorre, quindi, effettuare un’analisi approfondita di questo aspetto per comprenderne la complessità ed anche capire che è giunto il momento di affrontare il problema in modo totalmente diverso.

Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare del potere giudiziario guardando al suo ruolo, alla sua autonomia, al suo modus operandi. Si tratta di un delicato discorso sul peso del terzo potere dello Stato, sulla separazione dei poteri e delle carriere dopo l’esito infausto del Referendum ed i suoi riflessi innegabili sulla Legislazione emananda. I propositi del Governo per una giustizia diversa, più efficiente e più adeguata agli standard europei possono dirsi ormai estinti?

Tuttavia, occorre fornire una risposta rapida poiché si tratta di un obbligo di dare una risposta anche ai 13 milioni di elettori che si sono espressi favorevolmente sul referendum costituzionale contando sulla Riforma della Giustizia.

È divenuto, pertanto, necessario, approvare, prima della fine della Legislatura, una Riforma della delicata materia che contempli numerosi aspetti, forse anche quelli non rubricati nel quesito referendario sul quale ognuno ha espresso liberamente la propria preferenza. Senza dimenticare, in primis, quella che concerne gli errori giudiziari ed il loro peso economico sul Pil.

Della questione se ne è occupato uno studio dell’Associazione Errori giudiziari.com, che da circa trent’anni, analizza ed elabora dati su questo delicato aspetto. Dal 1990 al 2025 i casi registrati ed oggetto della ricerca sono stati 32.484. La spesa dello Stato tra indennizzi e risarcimenti è impressionante: poco più di 1 miliardo di euro, in media circa 29 milioni di euro ogni anno, tanti soldi andati in fumo per errori che mai hanno visto una responsabilità civile diretta di chi quell’errore lo ha commesso, come rivela una fredda statistica basata sui numeri e non sulla casistica.

Occorre riconoscere che tutto questo denaro pubblico ha un grande effetto anche sull’economia poiché il costo di una giustizia che non funziona è di 40 miliardi di euro di Pil persi ogni anno, tra il 2% e il 5% della ricchezza prodotta, secondo quanto dice l’Ufficio studi di Confindustria.

Soldi degli italiani, soldi dei cittadini, del loro lavoro e delle loro tasse e non di chi esercita il dovere dell’azione penale.

Il 2022 è stato un anno nero poiché gli errori giudiziari sono stati 8 e l’esborso per le casse dello Stato è stato di 9 milioni e 951mila euro, oltre 7 volte in più rispetto all’anno precedente, che costituiscono numeri sconvolgenti a cui vanno aggiunte le sentenze della Corte di Strasburgo, dove l’Italia eccelle per condanne relative alla violazione della vita familiare, della proprietà privata o per le violazioni dei diritti della difesa.

Da quanto innanzi esposto emerge che due sono gli aspetti che ne derivano: il primo ricade sui troppi innocenti, ossia di chi, statistiche alla mano, paga o ha pagato un conto amaro con la legge che mai avrebbe dovuto pagare, come diremo infra; il secondo, che ne consegue, sono gli alti costi in termini di indennizzi, che lo Stato deve giustamente sostenere per ristorare il danno con tutti i tempi morti che questo comporta e le difficoltà burocratiche. Va, inoltre, sottolineato, sul punto, che chiunque potrebbe, suo malgrado, vivere l’amara esperienza di un errore giudiziario.

Le paure che prova chi è esposto in questa situazione sono tante come la paura per la lunghezza di un procedimento penale, anche solo alla definizione di un primo grado;

L’umiliazione della restrizione della libertà personale; la lettura del proprio nome sulle carte processuali, la forza che deve accompagnare lo sventurato fino alla fine dell’incubo vissuto. E quando l’incubo termina con l’assoluzione del malcapitato, chi può mai decidere in quale misura possa essere quantizzata in termini di risarcimento la sofferenza patita e la umiliazione vissuta? E quanto costa il tempo perso in attesa del verdetto assolutorio? Il tempo è l’unica nostra risorsa, che se spesa male, anche se indennizzati, si perde comunque.

Quindi, se si perde la possibilità di poter vivere serenamente nessuno può essere risarcito in modo appropriato e soddisfacente.

E il caso di Beniamino Zacheddu

E il Caso di Beniamino Zacheddu, tra i tanti, ce lo insegna appieno, 33 anni in carcere da innocente. La Vittima ha affermato in un’intervista “Ho ripreso dieci chili e finalmente mi sono curato occhi e denti. La fede mi ha aiutato”.

Il risarcimento: “Con quei soldi pagherò anzitutto l’avvocato. Poi vorrei aprire un caseificio”. Il sorriso timido e gli occhi curiosi. Sono le prime cose che colpiscono di il malcapitato, 60 anni, vittima del più grave errore giudiziario italiano. Quasi trentatré anni in carcere: fu arrestato che ne aveva ancora ventisei. Il 25 novembre di un anno fa gli sospendono la pena. Poi l’assoluzione, che chiude il processo di revisione. Da allora, ha ripreso almeno dieci chili, si è operato di cataratta, si è occupato dei suoi denti perché gliene era rimasto solo uno.

È uno dei casi più rilevanti di malagiustizia, ma non l’unico, come diremo infra. Pertanto, è giunta l’ora di pensare ad una riforma almeno per ciò che concerne la responsabilità diretta dei magistrati per gli Errori Giudiziari compiuti in danno di tanti malcapitati dovuti ad una errata applicazione della normativa vigente.

Infine, in base alla cronaca quotidiana, le notizie evidenziano un sistema italiano che etichetta, forse troppo presto, di colpevolezza, chiunque venga coinvolto in una vicenda giudiziaria, esponendolo anche ad una facile e ripetuta gogna mediatica senza limiti.

La Gogna Mediatica

Occorre riconoscere che “è divenuta ormai opinione comune che la c.d. Gogna Mediatica contribuisca a generare un errore giudiziario”, come ha sostenuto, in maniera condivisibile Simona Musco (v. Ora il Csm dice basta: nuove regole per evitare la gogna mediatica su Il Dubbio, 2026).

Le nuove Linee guida sulla comunicazione per i Magistrati, varate di recente dal CSM, puntano a tutelare non solo la presunzione d’innocenza ma anche la reputazione delle persone coinvolte nelle inchieste. Si tratta di operare una stretta efficace su conferenze stampa, fughe di notizie e narrazioni colpevoliste ante litteram in spregio al principio di innocenza che sorregge tutto il procedimento penale.

In tale direzione, il caso Garlasco ha mostrato plasticamente ciò che al Csm ormai considerano un problema strutturale: nell’ecosistema digitale l’indagine preliminare rischia di trasformarsi in una condanna reputazionale permanente, perché ormai la cronaca giudiziaria non è più soltanto informazione ma è divenuta un continuo di accuse, anticipazioni e atti segreti offerti al pubblico in tempo reale sui mass media.

Si tratta, quindi, di Linee guida che puntano a un obiettivo che affianca e amplia la tutela della presunzione d’innocenza ponendo in evidenza la tutela della reputazione della persona, considerata la prima vittima potenziale di ogni esposizione mediatica legata a un’inchiesta.

La novità principale risiede nel superamento di una tutela incentrata esclusivamente sulla presunzione di non colpevolezza, che costituisce un principio costituzionale già rafforzato dalla legge Cartabia, per assicurare una protezione allargata della dignità individuale. Nell’attuale sistema digitale, infatti, una notizia diffusa durante le indagini preliminari produce effetti reputazionali molto più rapidi e persistenti rispetto a un accertamento processuale che arriverà solo dopo anni.

Da questa premessa deriva la scelta del CSM di stabilire che la comunicazione istituzionale debba essere non solo rispettosa della presunzione di non colpevolezza, ma anche vera, necessaria, proporzionata, riparabile e aggiornata con l’esito delle indagini. L’obiettivo è evitare che la provvisorietà della fase investigativa provochi una compromissione irreversibile dei diritti della persona.

Il profilo più innovativo delle nuove Linee guida risiede proprio nel concetto di “riparabilità” che sottintende la necessità di configurare una responsabilità del Magistrato da colmare con una apposita Legge.

Se la Circolare emanata nel 2018 prevedeva già la correzione di informazioni errate, oggi si introduce il dovere di aggiornare la notizia in base agli sviluppi del procedimento. Qualora l’ipotesi investigativa iniziale venga meno o muti di segno, il Magistrato deve renderlo pubblico in modo tempestivo, visibile e simmetrico rispetto all’informazione iniziale.

Si tratta di una scelta doverosa che risponde direttamente alla logica della protezione reputazionale poiché l’ipotesi accusatoria va corretta pubblicamente se non aggiornata a tutela dell’indagato.

Anche il lessico usato è importante: indagato e imputato non vanno rappresentati all’Opinione pubblica come colpevoli prima dell’accertamento definitivo della responsabilità ex art. 27 della Costituzione e ogni riferimento alla colpevolezza, tranne che nelle sentenze, deve rimanere confinato entro i limiti strettamente necessari a giustificare l’adozione del provvedimento stesso.

La circolare del CSM rafforza, inoltre, il divieto di pubblicazione, anche per estratto, di atti coperti da segreto e richiama il rispetto del segreto investigativo che deve presiedere tutte le indagini.

In particolare i comunicati stampa, come pure le conferenze stampa, devono rappresentare uno “strumento eccezionale”, solo in casi particolari per “rafforzare l’idea di una comunicazione impersonale, sobria, controllabile e non esposta a forme di enfasi o spettacolarizzazione”. Da qui scaturisce la scelta di escludere il PM titolare del fascicolo dalla comunicazione pubblica. In definitiva, la comunicazione giudiziaria diventa in tal modo “un’attività istituzionale soggetta a regole e responsabilità consapevole che ogni atto continua a vivere a tempo indeterminato nello spazio digitale”, come afferma la Musco. Viene esplicitamente vietata dal CSM la costruzione di canali informativi privilegiati e la personalizzazione delle informazioni, così come l’espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi.

Tra i doveri del Magistrato figura il rispetto della vita privata e familiare, con particolare attenzione ai minorenni, ai testimoni, alle vittime e ai terzi estranei al processo, al fine di evitare forme di vessazione mediatica. Occorre anche rispettare il diritto di difesa, al giusto processo e il diritto dell’imputato a non apprendere dalla stampa quanto dovrebbe essergli comunicato formalmente. Infine, le Linee guida chiariscono che l’informazione non deve mai interferire con le investigazioni o con l’esercizio dell’azione penale. In particolare, va evitato, specialmente nei casi in cui l’indagine si fondi su ragionamenti indiziari, ogni tipo di narrazione idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza dei soggetti coinvolti.

Il risultato è un quadro regolamentare che cerca di riportare l’equilibrio tra il diritto di cronaca e i diritti della persona, richiamando l’Amministrazione della giustizia alla responsabilità verso gli effetti sociali del proprio operato con la speranza che la gogna mediatica, un giorno, diventi un lontano ricordo. (Segue)

Mario Pavone