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Cuba, l’isola esausta: cronaca di una crisi senza precedenti – di Edoardo Almagià

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui il tempo sembra smettere di scorrere in avanti e comincia, piuttosto, a pesare. A gravare sulle strade, sulle case, sui volti. A Cuba questo tempo sospeso è diventato condizione quotidiana. Non è più soltanto una crisi: è una lenta, inesorabile trasformazione della vita stessa in attesa.

L’isola che per decenni ha incarnato un’idea — rivoluzionaria, resistente, orgogliosamente autonoma — oggi si confronta con una realtà molto più prosaica e spietata: la mancanza. Mancano beni essenziali, manca energia, manca acqua, scarseggia il carburante, i farmaci sono difficili da reperire, così come a volte anche il cibo. In breve, manca la prospettiva e forse più di tutto quella fiducia collettiva che aveva retto anche nei momenti più duri.

Non è la prima volta che Cuba attraversa una stagione difficile. Il “Periodo Especial” degli anni Novanta, seguito al crollo dell’Unione Sovietica, aveva già mostrato quanto fragile potesse diventare un sistema isolato. Ma ciò che accade oggi ha una natura diversa. Allora si trattava di una crisi improvvisa, quasi traumatica; oggi, invece, si ha la sensazione di un logoramento progressivo, di una struttura che si consuma dall’interno.

Le cause sono molteplici, intrecciate come i vicoli dell’Avana. L’embargo statunitense continua a esercitare una pressione costante, limitando l’accesso a mercati, tecnologie e finanziamenti, fino alle carte di credito. Ma ridurre tutto a questo sarebbe una semplificazione. Negli ultimi anni, l’economia cubana ha sofferto anche per rigidità strutturali, inefficienze croniche e una lentezza nelle riforme che ha finito per amplificare ogni shock esterno.

A peggiorare il quadro è arrivata la pandemia, che ha colpito al cuore uno dei pochi settori in grado di garantire valuta estera: il turismo. Quando gli aerei hanno smesso di atterrare e gli hotel si sono svuotati, l’isola ha perso una delle sue principali fonti di ossigeno economico corrispondente al 10,5% del Pil. Da allora, la ripresa è stata incerta, discontinua, insufficiente per via delle crescenti pressioni da parte di Washington.

Oberata da un susseguirsi di sanzioni, per la sua gente diventa sempre più problematica l’organizzazione della vita quotidiana. Le sempre più frequenti interruzioni della rete elettrica stanno aggravando il problema della carenza di acqua, che rischia di trasformarsi in una crisi oltre che energetica anche sanitaria. Di fronte ai già numerosi problemi, cresce di conseguenza lo scontento nei confronti delle autorità con conseguente timore che non potranno esservi miglioramenti senza un iniziale cambiamento politico.

Ma è nella vita quotidiana che la crisi mostra il suo volto più autentico. File interminabili per acquistare beni di prima necessità, blackout sempre più frequenti, farmacie vuote. La normalità si è ristretta fino a coincidere con la sopravvivenza. In questo contesto, anche gesti semplici — cucinare, spostarsi, curarsi — diventano operazioni complesse, cariche di incertezza.

E poi c’è l’emigrazione. Silenziosa, costante, ormai massiccia. Negli ultimi anni, centinaia di migliaia di cubani hanno lasciato l’isola, intraprendendo viaggi spesso pericolosi verso gli Stati Uniti o altri Paesi dell’America Latina. Non è soltanto una fuga economica: è una perdita di energie, di competenze, di futuro. Ogni partenza è un vuoto che si allarga.

Il governo, da parte sua, cerca un equilibrio difficile. Ha avviato alcune riforme, ha aperto parzialmente all’iniziativa privata, ha tentato di riorganizzare il sistema monetario. Ma queste misure appaiono spesso insufficienti rispetto alla profondità della crisi. E soprattutto arrivano in un contesto in cui il consenso non è più scontato. Cuba resta sempre una dittatura militare nella quale i servizi segreti e le forze di sicurezza continuano a gestire le cose.

Le proteste del luglio 2021 hanno segnato un punto di svolta. Per la prima volta dopo decenni, migliaia di persone sono scese in piazza in diverse città, chiedendo non solo migliori condizioni di vita, ma anche maggiore libertà. Quelle manifestazioni hanno incrinato un’immagine di stabilità che sembrava immutabile. Da allora, il rapporto tra Stato e società appare più fragile, più teso.

Cuba si trova oggi in una terra di mezzo. Non è più l’isola immobile del passato, ma non è ancora riuscita a trasformarsi in qualcosa di diverso. È un sistema che cambia, ma con lentezza; che resiste, ma con fatica; che cerca soluzioni, ma senza una direzione chiara.

Eppure, nonostante tutto, resiste anche un’altra Cuba. Quella delle reti di solidarietà, dell’inventiva quotidiana, della capacità di adattamento. È una resilienza antica, quasi culturale, che permette all’isola di non crollare del tutto. Ma la resilienza, da sola, non basta. Non può sostituire le riforme, né colmare le carenze strutturali.

La crisi cubana non è soltanto un fatto economico o politico. È, prima di tutto, una crisi del tempo e delle aspettative. È la distanza crescente tra ciò che era stato promesso e ciò che è possibile vivere. È la fatica di immaginare un domani diverso.

In un mondo che cambia rapidamente, Cuba sembra muoversi a un ritmo differente, più lento, più incerto. Ma proprio per questo la sua situazione interroga anche l’esterno. Quanto può resistere un sistema chiuso in un’economia globale aperta? Quanto a lungo una società può sopportare la compressione delle opportunità e le pressioni di un potente vicino? Chi è al potere ne è cosciente e sa che prima o poi, in tempi come questi, dovrà rendere conto delle proprie azioni.

Non esistono risposte semplici. Ma una cosa appare evidente: la crisi che attraversa oggi Cuba non è un passaggio temporaneo. È un punto di svolta. E da come verrà affrontato dipenderà non solo il futuro dell’isola, ma anche il senso stesso della sua storia recente.

Per ora, Cuba resta lì, sospesa tra memoria e necessità, tra orgoglio e fatica. Un’isola che continua a resistere, ma che, forse per la prima volta, sembra chiedersi se resistere sia ancora sufficiente.

Per meglio capire lo stato dei rapporti con Washington, è bene ricordare che a seguito del fallito tentativo dell’operazione della Baia dei Porci, il leader rivoluzionario Fidel Castro ha fatto dell’isola la prima repubblica socialista d’America. Il presidente Trump di questi tempi afferma voler prendere il controllo pacifico dell’isola.

A seguito del mutamento storico avvenuto in Venezuela con la destituzione del presidente Maduro, si è oggi in attesa di ciò che potrebbe avvenire a Cuba, il cui regime la Casa Bianca ha definito come “pessimo”. Resta indubbio che il presidente americano intenda a modo suo riconfigurare gli equilibri in America Latina. In quanto ai cubani, alcuni sono critici del regime, altri invece, più rassegnati, continuano ad accettarlo. All’interno tutto si svolge molto lentamente e chi, negli ultimi sessant’anni, ha potuto beneficiare del regime, al momento non si fida di abbandonarsi agli Stati Uniti.

Se con Obama le cose sembravano migliorare, adesso si è di fronte ad una situazione di grande incertezza data la variabilità di ogni parametro. Era opinione che più dell’attuale premier, a decidere il futuro dell’isola sarebbe stato Raul, il 95enne fratello di Fidel, la cui salute sta però peggiorando. Quello che per il Primo ministro non è negoziabile è la forma di governo. Cuba si dichiara comunque pronta a dialogare con gli Stati Uniti ma non vuole né forzature e né pressioni. Un adattamento del regime, non un suo cambiamento.

Al fine di contenere le tensioni tra Washington e La Avana, il presidente messicano Sheinbaum si è offerta come mediatore tra le parti. In precedenza, lo stesso tentativo era stato fatto dal brasiliano Lula. Cuba intanto accusa Trump di “terrorismo di Stato”. La sua classe dirigente sa bene che se dovesse crollare il regime sarebbe per il presidente americano un grande successo, così come lo sarebbe per il Segretario di Stato Rubio, che ha dietro quell’elettorato composto da esuli cubani e concentrato soprattutto in quello che è il suo Stato, la Florida.

In tutto ciò, paradossalmente non si può evitare di accorgersi che l’azione politica della Casa Bianca  sia collegata con la vecchia dottrina Monroe, tanto che Trump parla oggi di “dottrina Donroe”.

Anche se abolita nel 1928 dal Memorandum Clarke, la politica del Grande Bastone inaugurata nel 1904 dal corollario alla dottrina Monroe voluto dal presidente Theodore Roosevelt, si fondava sul principio che gli Stati Uniti avevano sia il diritto che il potere di controllare qualsiasi interferenza negli affari dell’Emisfero da parte di governi esteri e di assicurarsi che vi fossero mantenuti governi a loro graditi.

Oggi, con le sue operazioni, Trump mostra di non avere rinunciato al principio dell’America Latina come cortile di casa degli Stati Uniti. A sottolineare questo concetto, egli aveva in precedenza preso la decisione di rinominare il Golfo del Messico “Golfo dell’America”. Tra i motivi di questa presa di posizione avvenuta nel corso del suo primo mandato e, soprattutto, la recente estromissione ed arresto del presidente Maduro, la sua volontà di mostrare a russi, cinesi ed iraniani, tutti alleati di Maduro, che la loro presenza attiva nell’Emisfero non era gradita.

Non è quindi un caso che questi tre paesi si siano uniti in un coro di proteste per chiedere la convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dichiarando l’operazione “perfettamente illegale” e “del tutto inaccettabile”. Ad unirsi al coro, quei paesi della regione vicini a Maduro quali Colombia, Brasile, Uruguay, Messico e Cuba. Temendo ripercussioni sul resto dell’America Latina, a loro si era unito anche il Segretario delle Nazioni Unite Guterres.

Su tutto ciò aleggia la figura del presidente Trump, tanto da chiedersi se sarà Cuba il suo prossimo obiettivo. Quel che potrà avvenire resta incerto, quel che invece non lascia dubbi è il suo bisogno di di esibire qualche successo prima delle elezioni di Novembre.

I dirigenti dell’isola, dal canto loro, hanno manifestato la volontà di resistere ad un’aggressione imperiale, avvertendo Washington che un suo attacco sfocerebbe in un bagno di sangue. Vanno quindi intensificandosi le pressioni sull’isola ed i suoi più importanti esponenti politici. Il presidente americano lo ha ripetuto più volte: Cuba rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti e la loro sicurezza nazionale. Prima della ripresa del conflitto in Medio Oriente, aleggiava il sospetto che, appena chiusi i conti con l’Iran, Trump sarebbe passato a Cuba.

Edoardo Almagià