Giornalisti … “vil razza dannata” – di Giancarlo Infante
Possiamo senza alcun dubbio prendere a prestito l’invettiva di Rigoletto – nell’omonima, insuperabile opera di Giuseppe Verdi – per ritoccarla appena e dire: giornalisti… vil razza dannata. Anche se, a ben pensarci, per molti di loro sarebbe forse più corretto e adeguato parlare di cortigiani.
La vicenda Lavitola ce lo ha confermato, ancora una volta. C’è oggi una commistione pressoché totale con la politica – soprattutto di una certa politica – che sembra avere precedenti soltanto nei sistemi nei quali l’informazione finisce per diventare uno strumento del potere. E viene quasi spontaneo tornare con la memoria indietro di circa un secolo, all’esperienza del Minculpop, quando la libertà dell’informazione era stata sostituita dalla sua subordinazione al potere politico.
Naturalmente i tempi sono diversi e sarebbe assurdo sostenere che oggi ci troviamo di fronte a una situazione identica. Ma proprio per questo è, forse, ancora più preoccupante osservare come si sia progressivamente indebolita l’autonomia del sistema editoriale e, con essa, quella della professione giornalistica.
Non esiste, infatti, un sistema editoriale completamente libero e indipendente. Dipende da un mercato nel quale esistono pochissimi editori cosiddetti “puri” e nel quale molti quotidiani – sempre meno letti – sopravvivono grazie alle provvidenze pubbliche e alla pubblicità. E una parte rilevante della pubblicità proviene da aziende pubbliche o da società controllate, direttamente o indirettamente, dal Governo.
È un meccanismo che non ha bisogno necessariamente di impartire ordini. È sufficiente che crei condizioni nelle quali tutti sappiano quali siano i limiti oltre i quali diventa difficile spingersi.
Nel frattempo si è registrato un indebolimento oggettivo della categoria. Accanto a pochi, privilegiati “yes man” – che sono poi quelli che finiscono spesso per occupare i posti di maggiore responsabilità, anche se talvolta, in un altro contesto, di loro si potrebbe dire che si tratta di professionisti eccellenti – esiste una moltitudine di giornalisti sottoposti alla precarietà, alla paura di perdere il posto di lavoro e alla necessità di combattere ogni giorno per stipendi che, in molti casi, sono tutt’altro che adeguati alla responsabilità del mestiere. Una categoria, dunque, progressivamente ricattabile.
E forse il problema viene da lontano. A partire dagli anni Novanta, il giornalismo italiano ha progressivamente accettato di farsi coinvolgere nella lotta politica in maniera acritica e subalterna, scegliendo sempre più spesso una parte, un campo, un riferimento. Da quel momento è diventato più difficile distinguere l’informazione dall’opinione, la cronaca dalla militanza, il racconto dei fatti dalla loro interpretazione politica.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Lo vediamo ogni giorno nei titoli, nei talk show, nelle campagne mediatiche, nella scelta di ciò che merita una prima pagina e di ciò che invece può essere relegato nelle pagine interne o semplicemente ignorato. E lo abbiamo già detto molte volte: anche la vicenda che ha coinvolto Sigfrido Ranucci e i comportamenti di tanti giornalisti interrogano sul buio davanti al quale si trova oggi una categoria che, almeno in teoria, dovrebbe svolgere una funzione fondamentale per il funzionamento della democrazia.
Una funzione che non consiste nel sostenere questo o quel partito. Non consiste nel diventare il megafono di questo o quel leader. E nemmeno nel sostituirsi alla politica. Consiste, molto più semplicemente, e molto più difficilmente, nell’informare. E svolgendo questa funzione è inevitabile che si debba finire per controllare il potere e su di esso indagare.
È questa la ragione per cui la questione non riguarda soltanto i giornalisti. Riguarda tutti noi. Perché una democrazia nella quale l’informazione perde autonomia diventa inevitabilmente più fragile. E quando i cittadini non sono più messi nelle condizioni di distinguere i fatti dalle narrazioni costruite per loro, il potere non ha più nemmeno bisogno di censurare.
Gli basta scegliere chi parla, che cosa si dice, che cosa si tace e, soprattutto, come raccontare la realtà. È qui che la battuta di Rigoletto smette di essere soltanto una provocazione. Perché forse il problema non è che ci siano dei giornalisti “vil razza dannata”.
Il problema è che troppi hanno dimenticato perché esiste il giornalismo. E quando una professione nata per disturbare i poteri finisce per cercarne la benevolenza, non è soltanto la categoria ad avere un problema. È la democrazia ad averne più di uno.
A questa maggioranza è inutile chiedere niente. Gli interventi del Presidente del Senato La Russa e di tanti altri esponenti del Governo e dei partiti che lo compongono sono più eloquenti di qualunque discorsone. Tra l’altro, questa è stata anche l’occasione per scoprire, attraverso una sua dichiarazione su Ranucci, che esiste persino il Ministro del Turismo che ha sostituito la Santanchè, a proposito di questioni etiche tirate in ballo per colpire Ranucci e Report.
Il problema, allora, è quello delle opposizioni: di sinistra, di centrosinistra e di centro. Si rendono conto che la questione dell’editoria – e della Rai – deve entrare nella prossima agenda elettorale come mai prima d’ora?
Devono assumere un impegno solenne a garantire un diritto che appartiene a tutti noi: quello di avere, in un Paese libero e democratico dell’era moderna, una stampa degna di questo nome. E questo vale innanzitutto per la Rai, che i cittadini finanziano anche attraverso il pagamento del canone.
Non basta più promettere genericamente una maggiore libertà dell’informazione. Occorre dire con chiarezza come la si vuole garantire, come si intende sottrarla alle logiche di appartenenza politica e come si vuole restituire autonomia a chi ha il compito, prima ancora che di piacere al potere, di controllarlo.
Perché questa volta la questione dell’informazione non può essere un capitolo secondario di un programma elettorale. Deve diventare una delle questioni centrali della prossima stagione politica.
Giancarlo Infante