L’inutile legiferare … – di Giancarlo Infante
In Italia non si contano più i decreti, le leggi, le norme “urgenti” che dovrebbero affrontare i problemi del Paese. Soprattutto quelli legati alla sicurezza. Questo Governo ne ha varati una quantità impressionante, come se la produzione normativa fosse di per sé una risposta. Ma non è così. E non è una novità: quando la politica smarrisce la strada, si chiude nel fortilizio del “normalismo”, nell’illusione che basti “fare una legge” per dimostrare di avere una direzione. È la politica che sostituisce la realtà con l’enunciazione. E così, basta far vedere al pubblico che si interviene, ci si agita, si mettono i pugni sui fianchi per dare “il segno del comando”.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: provvedimenti sempre più restrittivi, sempre più severi, sempre più penalmente rilevanti, che però non incidono minimamente sui fenomeni che si dichiara di voler combattere.
Tre casi, lampanti, e dalla quotidianità sconcertante, lo dimostrano.
I femminicidi: la legge c’è, il problema resta
È un tema scottante ed attualissimo. E’ stata approvata l’ennesima legge contro la violenza sulle donne. Eppure i femminicidi continuano, anzi aumentano. Perché? Perché la legge, da sola, non salva nessuno. L’ultimo caso di Venezia è emblematico: una donna ha presentato sette denunce contro il suo assassino. Sette. Eppure è stata uccisa. Il ministro Nordio ha mandato gli ispettori. Bene. Ma scopriranno l’acqua calda: una legge non serve a nulla se non è accompagnata da risorse, formazione, strumenti, personale.
Lo “stalking”: il terreno di incubazione dei femminicidi
Lo stalking non diminuisce. Colpisce soprattutto le donne. E spesso è il preludio del femminicidio. Si è legiferato, si è inasprito, si è annunciato pensando che l’uso di un termine inglese intimorisse e dissuadesse più della definizione in italiano di “atti persecutori”. Ma chi deve intervenire – forze dell’ordine, assistenti sociali, centri di salute mentale – non ha strumenti, non ha personale, non ha formazione. E senza questo, la legge resta un titolo di giornale.
I coltelli tra i giovanissimi: norme nuove, problemi vecchi
Si è discusso per mesi. Si è approvata una nuova norma. Si è detto che “finalmente si interviene”. La cronaca, però, continua a raccontare di ragazzi che girano con i coltelli in tasca, che li usano, che li esibiscono. Perché? Perché non basta vietare: bisogna educare, prevenire, intercettare. E questo richiede duro lavoro, investimenti, non conferenze stampa.
Il grande rimosso: la mancanza di implementazione
Il vero problema è sempre lo stesso, infatti: in Italia si pensa che approvare una legge equivalga a risolvere un problema. È la malattia antica del nostro sistema politico: “Abbiamo fatto la legge più bella del mondo!” Quante volte lo abbiamo sentito dire!!!
Peccato che il mondo non lo sappia. Peccato che molte leggi restino sulla carta. Peccato che manchi tutto ciò che serve per renderle utilizzabili ed efficaci:
- formazione degli operatori
- strumenti tecnologici funzionanti
- personale sufficiente
- protocolli chiari
- risorse economiche
- monitoraggio degli effetti
Un esempio su tutti, anche per ciò che riguarda i femminicidi e la violenza in generale contro le ex: i braccialetti elettronici. Dovevano essere la svolta. Spesso non funzionano. E comunque non impediscono al controllato di avvicinarsi alla vittima. Perché? Perché non c’è un sistema di intervento rapido, non c’è personale dedicato, non c’è una rete di protezione sempre attiva 24 ore al giorno.
La politica che parla di scuola per non parlare di sé
E poi c’è la retorica sulla scuola. Ogni volta che accade un femminicidio, si dice che “bisogna partire dalle scuole”. Come se i femminicidi li commettessero i ragazzini. Come se a scuola si insegnasse a risolvere i problemi con un coltello. È un modo per spostare il discorso, per non guardare dove il problema è davvero: nella mancanza di implementazione delle leggi, nella fragilità dei servizi, nella solitudine delle vittime. Nel personale che, spesso, le mani legate da altre leggi di cui manca l’adeguamento.
La Repubblica dei Decreti non basta
L’Italia non ha bisogno di nuove leggi. Ne ha troppe. Ha bisogno di far funzionare bene quelle che ha. Ha bisogno di investire, formare, organizzare, monitorare. Ha bisogno di uscire dalla politica dell’annuncio e tornare alla politica della realtà.
Finché questo non accadrà, aspetteremo la prossima “legge più bella del mondo”. E continueremo a piangere vittime che non dovevano esserlo.
Giancarlo Infante
Ps) E non parliamo di quell’altra emergenza nazionale costituita dai morti sul lavoro. Se ne parla tanto … però. Di questa che costituisce una vera e propria strage!