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Ma lo sanno cos’è il giornalismo? – di Giancarlo Infante

Non si tratta di difendere un collega per partito preso. Ma neppure, sempre per partito preso, praticare quella forma di “cannibalismo” che da sempre caratterizza una buona parte del mondo dei giornalisti italiani. Invidia, militanza politica esasperata, spirito di vendetta, tentativo di chiudere una voce scomoda come Report. Tutto ciò sta caratterizzando la reazione al caso Lavitola che c’è chi prova a farlo diventare il caso Ranucci.

Un caso montato sul nulla

La vicenda che in queste settimane coinvolge Ranucci appare, alla luce dei fatti disponibili, come un castello costruito sul niente. Le dichiarazioni di Lavitola – confuse, contraddittorie, prive di riscontri – non modificano la posizione del giornalista, che resta una vittima di un attentato e non un imputato. E non si comprende perché questo dovrebbe impedirgli di continuare a fare il suo mestiere a Report.

Il mestiere del giornalista e la questione delle fonti

Mi permetto di raccontare, attraverso alcune delle mie esperienze personali, cosa significhi, anche per altri che questo mestiere lo hanno praticato davvero, fare il giornalista e come funzioni il rapporto con le fonti.

Da corrispondente Rai nel Regno Unito mi sono occupato più volte delle tragiche vicende del terrorismo nordirlandese, sia dell’IRA, sia dei gruppi protestanti. Ho avuto a che fare con figure centrali di entrambe le parti: il reverendo Presley, vicino ai protestanti più radicali, e Gerry Adams, leader dell’ala politica dell’IRA. Adams arrivò persino a propormi di incontrare alcuni capi dell’IRA militare. Non potei farlo per sopraggiunti motivi familiari, ma se fosse stato possibile, avrei dovuto rinunciarvi solo perché al Governo di Londra non piacevano quelle frequentazioni?

Erano fonti. E il giornalista, se vuole capire, deve frequentare anche chi non è gradito ai governi.

Le fonti “scomode”: la lezione della P2

Seguivo i lavori della Commissione Anselmi sulla P2. Due miei amici risultarono iscritti nell’elenco della Loggia. Li incontrai entrambi: uno aveva preso tutto come un gioco, l’altro sosteneva di essere stato “iscritto” a sua insaputa.

Con la logica che oggi si vorrebbe applicare a Ranucci, non avrei dovuto più frequentarli perché “amici” finiti in ambienti opachi. Ma erano anche informatori, e grazie a loro compresi uno spaccato di quella Loggia: pericolosa, certo, ma anche grottesca.

Il giornalismo vive di relazioni, anche scomode. E non si può criminalizzare un giornalista perché parla con chi gli fornisce informazioni.  Mitici gli incontri di Joe Marrazzo con Raffaele Cutolo e uno dei capi della ‘ndrangheta dei Piromalli alla guida di quella che è considerata la più possente organizzazione malavitosa al mondo. Quella che Pino Arlacchi ha definito il vertice della “mafia imprenditrice”

Le relazioni che fanno storcere il naso

Ricordo un collega della cronaca del TG1 che riusciva sempre a trovarsi nel punto esatto dove iniziavano gli scontri tra antagonisti di sinistra e polizia durante le manifestazioni romane. Tutti in redazione sapevano bene che quelle “miracolose” presenze erano frutto dei rapporti che il collega aveva costruito con gli ambienti più radicali della sinistra. Era forse da censurare? No: era giornalismo, fatto di contatti, relazioni, persino, di fiducia reciproca. Altrimenti il giornalista diventa il passacarte dei bollettini ufficiali. E’ quello che sognano tutte le grandi organizzazioni, politiche, economiche, finanziarie e, persino, religiose. Non disturbateci con le vostre inchieste, con il vostro curiosare, con la vostra voglia ossessiva di sapere. Che dovete sapere, voi e i vostri lettori?

Ranucci, Lavitola e la narrazione tossica

Alla luce di tutto questo, non si capisce perché Ranucci dovrebbe essere punito. Ha fatto il giornalista: ha costruito una relazione con Lavitola, che gli forniva informazioni. E se quelle informazioni erano utili, perché non usarle?

Le “vestali” del giornalismo di destra – che spesso più che giornalisti sono “gazzettieri” dipendenti dei politici –  purtroppo, non sono mai mancati anche quelli a sinistra – oggi pontificano sulle relazioni di Ranucci, ma non mettono mai in discussione le proprie frequentazioni, funzionali a una comunicazione di parte.

La questione deontologica e il ruolo della Rai

Ad oggi, gli elementi deontologici e professionali che potrebbero giustificare un provvedimento contro Ranucci appaiono deboli se non del tutto inesistenti. Almeno, sulla base delle carte attuali su cui lavorano i magistrati.

Se la Rai decidesse di licenziarlo, è bene ricordare che i contribuenti potrebbero dover pagare un risarcimento milionario in caso di reintegro. Tenere questo punto a futura memoria è doveroso.

Chi può davvero emettere sentenze?

In ogni caso, non sembra che i politici che ci governano – né molti dei loro giornalisti “amici” – abbiano lo spessore morale per emettere sentenze. La vicenda Ranucci è, oggi, più un’operazione di cannibalismo mediatico e di vendetta politica che un serio caso giornalistico.

Giancarlo Infante