11 settembre 2001: il processo shock sulla pista saudita
Un’inchiesta della BBC riporta l’attenzione su uno dei capitoli più controversi ancora aperti sull’11 settembre 2001: il possibile coinvolgimento di ambienti dell’Arabia Saudita nel sostegno ad alcuni dei terroristi che parteciparono agli attentati. E quella fu la data che ha condizionato, ed ancora lo condiziona, un quarto di secolo.
La vicenda ruota in particolare attorno a Omar al-Bayoumi, cittadino saudita che nel 1999 si trasferì a San Diego e che entrò in contatto con Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due dei dirottatori dell’11 settembre. Secondo la BBC, Bayoumi li aiutò a trovare un appartamento, arrivando a fare da garante per la locazione, e avrebbe fornito loro ulteriore assistenza nella vita quotidiana negli Stati Uniti.
A raccontare alla BBC alcuni particolari di quella vicenda è Holly Ratchford, che all’epoca amministrava il complesso residenziale nel quale vivevano Bayoumi e successivamente i due futuri dirottatori. La sua testimonianza mette in discussione la versione fornita da Bayoumi agli investigatori, secondo la quale il rapporto con i due uomini sarebbe stato occasionale. Ratchford sostiene invece di averli visti più volte insieme e riferisce anche che Bayoumi avrebbe pagato loro l’affitto quando erano rimasti indietro con i versamenti.
Ma il punto decisivo non è la storia personale di Ratchford. È ciò che emerge dalle indagini sui rapporti di Bayoumi con l’Arabia Saudita.
L’FBI accertò che due società collegate al Ministero della Difesa saudita gli versavano circa 90.000 dollari l’anno, nonostante Bayoumi non risultasse effettivamente impegnato nel lavoro per il quale era pagato. Il suo stipendio, inoltre, aumentò sensibilmente proprio dopo l’arrivo dei due futuri dirottatori a San Diego e diminuì dopo la loro partenza.
Per anni queste circostanze non hanno prodotto un processo penale nei confronti di Bayoumi. Ma la questione è tornata al centro della causa civile intentata dalle famiglie delle vittime dell’11 settembre contro il Regno dell’Arabia Saudita.
Nell’agosto 2025 il giudice federale di New York George B. Daniels, dopo aver esaminato le prove disponibili, ha ritenuto che non fosse possibile considerare Bayoumi semplicemente un innocente benefattore dei due terroristi. La Corte ha parlato di una “ragionevole deduzione” secondo cui l’assistenza fornita ai due uomini per l’appartamento poteva essere stata prestata seguendo istruzioni del governo saudita. In precedenza, il giudice aveva già ritenuto ragionevole l’inferenza secondo cui Bayoumi e un diplomatico saudita negli Stati Uniti si fossero coordinati con il governo saudita per assistere i dirottatori.
Questo non equivale a una sentenza che attribuisca all’Arabia Saudita la responsabilità degli attentati. Resta un’accusa contestata da Riyadh, che nega qualsiasi coinvolgimento e sostiene che Bayoumi non fosse un agente saudita e non sapesse nulla in anticipo degli attacchi.
La questione, tuttavia, non è chiusa. Il caso è ora davanti alla Corte d’Appello degli Stati Uniti, che dovrebbe esaminare le argomentazioni delle parti in ottobre.
Ed è questo il vero punto della vicenda rilanciata dalla BBC: a venticinque anni dagli attentati, rimane aperta la domanda sui rapporti tra alcuni dei futuri dirottatori, Bayoumi, esponenti diplomatici sauditi e strutture riconducibili allo Stato saudita.
Non è dunque soltanto una storia di incontri casuali, di un padrone di casa troppo disponibile o di una donna che, molti anni dopo, si interroga su ciò che accadde nel suo complesso residenziale.
È una questione giudiziaria e politica di enorme portata: quanto fossero profondi i legami tra la rete che aiutò alcuni dei dirottatori negli Stati Uniti e ambienti ufficiali sauditi, e se esistesse una qualche forma di sostegno consapevole da parte di apparati del Regno.
È su questa domanda che ora dovrà pronunciarsi la giustizia americana.