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Quando lo sviluppo torna ad avere il volto della persona – di Rosapia Farese

Dopo aver riflettuto, prendendo spunto dall’Odissea di Christopher Nolan, sul bisogno di ritrovare identità e appartenenza, è naturale porsi una domanda ulteriore: verso quale idea di progresso stiamo andando?

Per molti decenni abbiamo identificato il progresso con la crescita economica, con l’aumento della produzione, dei consumi e delle possibilità offerte dalla tecnologia. Tutto questo ha certamente migliorato le condizioni materiali di milioni di persone. Eppure, mai come oggi, assistiamo a un fenomeno apparentemente paradossale: società più ricche convivono con livelli crescenti di solitudine, disagio psicologico, sfiducia nelle istituzioni, frammentazione sociale e difficoltà nel costruire relazioni durature.

È evidente che il benessere economico, pur indispensabile, non esaurisce il significato del progresso umano.

Già Aristotele ricordava che il fine ultimo della vita politica è la eudaimonia, cioè la possibilità per ogni persona di realizzare pienamente la propria esistenza. Molti secoli dopo, anche la Dottrina Sociale della Chiesa ha ribadito che lo sviluppo autentico è “di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”, come scriveva Paolo VI nella Populorum Progressio. Papa Francesco, con la Fratelli Tutti, ci invita a misurare il valore di una società dalla capacità di prendersi cura delle persone più fragili e di costruire fraternità.

Queste intuizioni trovano oggi conferma anche nella ricerca scientifica. Numerosi studi dimostrano che la felicità non dipende soltanto dal reddito, ma dalla qualità delle relazioni, dalla fiducia reciproca, dalla partecipazione alla vita della comunità, dalla possibilità di sentirsi utili, riconosciuti e corresponsabili.

Per questo motivo, sempre più istituzioni internazionali affiancano agli indicatori economici strumenti che osservano salute, istruzione, ambiente, qualità delle relazioni, sicurezza, partecipazione civica e benessere soggettivo. Non si tratta di sostituire il PIL, ma di riconoscere che una società può crescere economicamente senza generare una maggiore qualità della vita.

Anche la politica è chiamata a questo cambio di paradigma. Governare non significa soltanto amministrare risorse o rispondere alle emergenze, ma creare le condizioni affinché le persone possano sviluppare i propri talenti, costruire relazioni significative, partecipare responsabilmente alla vita pubblica e contribuire al Bene Comune.

La felicità, allora, non è un fatto esclusivamente privato né un’emozione passeggera. Diventa una questione profondamente politica quando una comunità sceglie di investire nell’educazione, nella cultura, nella salute, nel lavoro dignitoso, nella famiglia, nella partecipazione civica e nella qualità degli spazi di vita. È in questi luoghi che si forma il capitale umano e relazionale di un Paese.

In un tempo attraversato da profonde trasformazioni tecnologiche, demografiche e culturali, forse la domanda decisiva non è quanto crescerà la nostra economia nei prossimi anni, ma quale tipo di società desideriamo consegnare alle nuove generazioni.

Una società può dirsi davvero avanzata quando nessuno è costretto a scegliere tra efficienza e dignità, tra innovazione e umanità, tra sviluppo economico e relazioni. Il progresso autentico nasce quando queste dimensioni si rafforzano reciprocamente.

La politica ha oggi l’opportunità di recuperare la sua vocazione più alta: non limitarsi a gestire il presente, ma orientare il futuro. Un futuro nel quale la crescita economica rimanga uno strumento importante, ma non perda mai di vista il suo vero fine: permettere ad ogni persona di vivere una vita piena di significato, di relazioni e di speranza.

Perché il progresso non si misura soltanto da ciò che una società produce, ma soprattutto da ciò che rende possibile diventare alle persone.

Ma se la felicità è il frutto di una vita condivisa e di una comunità che permette alle persone di realizzare il meglio di sé, allora sorge una domanda decisiva: qual è il bene invisibile che rende possibile tutto questo? Nel prossimo articolo rifletteremo sul valore della fiducia, il capitale più prezioso di ogni democrazia e il fondamento di ogni autentico Bene Comune.

Le nazioni non crollano soltanto quando si impoverisce l’economia. Crollano quando si consuma quel patrimonio invisibile che tiene unite le persone e rende credibili le istituzioni. Quel patrimonio si chiama fiducia. Nel prossimo articolo proveremo a capire perché oggi rappresenta il capitale più prezioso di una democrazia.

Rosapia Farese