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Perché gli imprenditori chiamano Vannacci in “pompa magna” – di Giancarlo Infante

C’è una tendenza a “banalizzare” tutto quello che riguarda il generale Vannacci. Banalizzazioni già proprie del passato che hanno creato danni al Paese e agli italiani. Mentre invece è il caso di chiedersi il senso di un invito a Cernobbio che avrebbe potuto anche non essere fatto in “pompa magna”.

Non perché un personaggio politico non debba essere ascoltato. Una democrazia seria non ha paura del confronto e non ha bisogno di mettere a tacere le opinioni che considera sbagliate. Ma perché Cernobbio non è un luogo qualsiasi. E’ quasi tutto scenografico e propagandistico, ma è sempre trattato come uno degli appuntamenti più importanti del mondo dell’economia, della finanza e dell’impresa italiana. È il luogo nel quale, da decenni, si incontrano ministri, imprenditori, banchieri, rappresentanti delle istituzioni e protagonisti della politica internazionale. Soprattutto chiacchiere, ma tra le righe si può leggere molto.

Vannacci è stato invitato a discutere di Europa, sovranità e integrazione insieme a Mario Monti e Jordan Bardella perché gli organizzatori rivendicano il fatto che il Forum costituisce uno spazio di dialogo e confronto anche tra posizioni diverse. Un’argomentazione legittima. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi che cosa racconti quella scelta fatta da un pezzo dell’Italia che si ritrova a Cernobbio.

Quel mondo imprenditoriale che soffre il costo della guerra

Perché esiste anche un’altra questione, che sarebbe sbagliato ignorare. Una parte del mondo imprenditoriale italiano soffre il costo della guerra in Ucraina, l’incertezza internazionale, il prezzo dell’energia, la perdita di mercati e le conseguenze delle sanzioni contro la Russia. Un imprenditore guarda ai costi, ai mercati, agli investimenti, alla stabilità e alla possibilità di programmare il futuro. Una guerra nel cuore dell’Europa rappresenta esattamente il contrario di tutto questo.

Il problema nasce quando il desiderio, legittimo, di vedere finire una guerra si trasforma nella disponibilità ad accettare qualsiasi soluzione pur di farla finire. È qui che la discussione diventa politica. Perché una cosa è desiderare la pace. Un’altra è considerare la pace come sinonimo di una resa dell’Ucraina, qualunque siano le condizioni.

Vannacci e quello spazio politico 

Ed è proprio qui che la presenza di Vannacci a Cernobbio diventa interessante. Il Generale non nasconde le proprie posizioni: è contrario all’invio di armi all’Ucraina e sostiene la necessità di riaprire i rapporti economici con la Russia. La sua posizione entra quindi direttamente in collisione con la linea di sostegno a Kiev mantenuta dal governo italiano.

Ma Vannacci non parla soltanto di Russia. Parla di sovranità nazionale, di ridimensionamento dell’Unione europea, di identità, di immigrazione, di lotta al politicamente corretto. E questo lo colloca dentro uno spazio politico più ampio, che attraversa ormai diversi Paesi occidentali e che finisce per creare un’area in cui gli interessi di Trump e Putin combaciano.

È lo spazio nel quale il nazionalismo torna ad essere una risposta alla globalizzazione, l’integrazione europea viene vista come una limitazione della sovranità nazionale la guerra in Ucraina viene interpretata soprattutto come un costo che l’Occidente dovrebbe smettere di sostenere.

Non è necessario sostenere che Vannacci sia “l’uomo di Putin” o che esista un disegno organizzato tra Vannacci, Trump e Putin. La questione è più seria e più interessante.

Esiste uno spazio politico internazionale nel quale si incontrano, pur partendo da interessi differenti, il nazionalismo americano di Trump, il revisionismo geopolitico di Putin e le nuove destre sovraniste europee. Vannacci sembra voler occupare in Italia una parte significativa di quello spazio. E per far questo si è persino rimangiata la sua “parola d’onore” che, una volta entrato nella Lega, non ne sarebbe uscito. Cosa fatta, invece, nel giro di pochissimi pesi una volta eletto al parlamento europeo.

Il rischio è la normalizzazione 

Ed è per questo che l’invito a Vannacci conta e in qualche parte può far parlare di una scelta grave. Perché una cosa è che queste posizioni esistano nel dibattito politico. Un’altra è che vengano progressivamente “normalizzate” nei luoghi nei quali si formano gli orientamenti delle élite economiche e finanziarie del Paese.

Non significa che gli imprenditori presenti a Cernobbio siano diventati  tutti vannacciani. E, infatti, non tutti lo hanno applaudito. Sarebbe una semplificazione tanto sbagliata quanto quella opposta. Significa però che il mondo dell’impresa sta ascoltando con crescente attenzione una proposta politica che promette meno Europa, meno vincoli, meno sanzioni e un rapporto diverso con la Russia. E non è difficile capire perché. Se l’imprenditore guarda alla guerra attraverso il prezzo dell’energia, la perdita dei mercati, l’incertezza degli investimenti e l’aumento dei costi, la promessa di “tornare alla normalità” può diventare estremamente seducente. Ma la politica estera di un paese – soprattutto, di uno come l’Italia – non è soltanto una questione di bilancio aziendale.

La Pace non può essere soltanto un affare 

La domanda, allora, è un’altra. Che cosa siamo disposti ad accettare per tornare alla normalità? E soprattutto: chi stabilisce quale sia il prezzo della pace? Perché se il prezzo fosse semplicemente la fine delle sanzioni, la riapertura dei mercati e il ritorno degli affari con Mosca, sarebbe una cosa. Se invece quel prezzo comprendesse la rinuncia totale dell’Ucraina alla propria sovranità, la legittimazione dell’uso della forza per modificare i confini europei e la presa d’atto che il più forte ha sempre ragione, allora non saremmo più soltanto davanti ad una scelta economica. E lo stesso ragionamento vale per una buona parte della politica di Trump e di quella di Israele.

E allora la presenza di Vannacci a Cernobbio può essere  il segnale di qualcosa che sta cambiando: non soltanto nella politica italiana, ma anche nel rapporto tra una parte dell’establishment economico, la guerra, l’Europa e la Russia. Ed è proprio per questo che non dovremmo sottovalutare o “banalizzare” né il Generale né quello che dice, tantomeno, quelli che lo invitano e lo frequentano.

Giancarlo Infante