Nucleare: la Francia come il “canarino nella miniera” – di Edoardo Matteo Infante
La crisi della dipendenza dai combustibili fossili, messa ulteriormente in evidenza dal blocco dello stretto di Hormuz, rilancia la questione nucleare in Europa. Appena uscita dalla crisi provocata dalla guerra in Ucraina, la Francia comincia già ad avvertire gli effetti di questi nuovi shock, ma ritrovandosi con margini di manovra molto più ridotti rispetto al passato.
Quattro anni fa, il Governo francese, come quelli degli altri paesi europei, aveva ancora lo spazio di manovra per sostenere le famiglie, ridurre le tasse e aumentare la spesa pubblica per attenuare l’impatto della crisi. Oggi, invece, la maggior parte dei 27 entra in questa nuova fase con un debito più elevato, con finanze pubbliche più fragili e con un’inflazione in ripresa. Alle casse dei supermercati e alle stazioni di servizio, sono state superate le soglie già considerate critiche dei prezzi dei beni di maggior consumo che già nel 2018 avevano innescato le clamorose proteste dei “gilet jaunes”, protrattesi per due anni.
I governi italiano e tedesco, intanto, sembrano individuare nel nucleare una loro possibile soluzione futura per garantirsi l’indipendenza energetica. In questo contesto, dunque, la Francia appare come il punto di verifica più emblematico nella ricerca della soluzione di un problema più ampio a livello europeo.
Oltralpe, il nucleare rappresenta circa il 75% del mix elettrico e il 40% del mix energetico complessivo. Esso consente al Paese di assicurare una parte della propria autonomia energetica e di beneficiare di una fonte che si presenta davvero competitiva, anche per sostenere l’export. Con impianti come il reattore Blayais 2, la produzione può essere modulata in funzione delle variazioni della domanda residua e delle oscillazioni del prezzo dell’energia. Questo permette, ad esempio, di passare da 900 MW a 200 MW in sole due ore, per poi risalire rapidamente alla piena capacità.
Una tale flessibilità consente alla Francia di adattarsi alle fluttuazioni del mercato, sempre più influenzate dalla crescita delle rinnovabili e dai picchi di domanda nei periodi di crisi energetica. Eppure, con l’avvicinarsi della campagna elettorale, il Paese si trova di fronte a un bivio. Con l’aumento del costo della vita, la questione energetica occupa un posto centrale nel dibattito pubblico. E la scelta non appare né facile né scontata. Sia per le forze di governo, sia per la variegata opposizione. Emblematica la posizione della destra di Rassemblement National che, dopo vari ripensamenti e trasformazioni, ha definito il proprio programma energetico: mantenere la quota del nucleare nella produzione elettrica al 75% o portarla, al massimo, fino all’80%.
Intanto, si è arrivati persino a proporre la riapertura della centrale nucleare di Fessenheim. Di recente, Marine Le Pen ha rilanciato il dossier sull’atomico per criticare la politica di Emmanuel Macron. Ma la vera rottura con la tradizionale politica nucleare francese arriva dall’altro lato dello spettro politico. Quelli della sinistra degli Insoumis di Jean-luc Mélanchon criticano la strategia del «tutto elettrico, tutto nucleare», ritenendola insufficiente a garantire una reale indipendenza energetica. Nel loro programma si arriva persino a ipotizzare un’uscita completa dal nucleare, citando tra le principali criticità la fragilità dell’approvvigionamento di uranio. Da anni, infatti, la Francia si confronta con questo problema.
Esauriti i propri giacimenti già nel 2001, il Paese dipende interamente dalle importazioni. Tanto che nel 2022 il tema è stato inserito nel programma di difesa nazionale. Oggi, circa l’80% dell’uranio francese proviene da quattro paesi: il Kazakistan (circa 27%), il Niger (circa 20%), l’Uzbekistan (circa 19%) e la Namibia (circa 15%). Una crisi in uno solo di questi paesi sarebbe sufficiente a mettere in difficoltà l’intera filiera nucleare.
Il caso del Niger è emblematico: il colpo di Stato del 2024 ha già avuto effetti concreti sulla catena di approvvigionamento del materiale radioattivo. Sotto la pressione delle sanzioni imposte dalla CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale che riunisce 12 paesi) e con la chiusura delle frontiere, la Orano – multinazionale francese leader nel settore dell’energia nucleare- ha dovuto sospendere temporaneamente la produzione di uranio. Inoltre, le esportazioni verso la Francia transitano attraverso il Benin, a sua volta esposto alle tensioni regionali, cosa che aggrava ulteriormente le difficoltà logistiche. Anche il Kazakistan, primo detentore mondiale di riserve di uranio, ha ceduto nel 2023 il 50% di una delle sue principali miniere a Rosatom, colosso energetico russo che raggruppa ben 360 società. Le aziende francesi, come la Orano, devono inoltre confrontarsi con la crescente presenza della China National Nuclear Corporation, impegnata in massicci investimenti nel settore. Della Namibia, infine, la Cina rappresenta già uno dei principali partner commerciali.
In sintesi, la Francia si trova stretta tra l’influenza russa e quella cinese per quanto riguarda l’approvvigionamento di uranio, e fatica a mantenere il ritmo delle importazioni necessarie. E non tutti gli esperti e gli analisti, comunque, ritengono che, nell’attuale contesto, la questione dell’approvvigionamento dell’uranio sia il tema principale da affrontare giacché gli impianti nucleari francesi hanno già raggiunto una certa età e perché, come ricorda il professore Giuseppe Sacco – già funzionario dell’Ocse e insegnate di geopolitica in numerose università europee e straniere – il tema resta quello dell’innovazione tecnologica e del ruolo delle energie alternative, tra cui spicca quella della “fusione” nucleare che nel futuro sarà la vera competitrice della “fissione” nucleare.
Visto il tema di cui si tratta, la Francia si trova suo malgrado a svolgere la funzione del “canarino” che i minatori si portavano nelle miniere di carbone per individuare la presenza di gas?
Edoardo Matteo Infante