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Il Sud e la sua storia che spesso va contro corrente – di Michele Rutigliano

Quando il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica, il Paese si divise esattamente a metà. Il Centro -Nord votò in larga maggioranza per la Repubblica, mentre il Mezzogiorno si schierò prevalentemente con la Monarchia. Su quella scelta sono stati scritti libri, saggi e monografie che hanno evidenziato ragioni storiche, sociali e culturali profonde: il legame con la dinastia sabauda, il peso della tradizione, la diversa esperienza della guerra e della Resistenza, la maggiore diffidenza verso i cambiamenti radicali. A distanza di ottant’anni, tuttavia, quella vicenda può essere riletta sotto una luce diversa. Non tanto per stabilire se i meridionali avessero ragione o torto, quanto per comprendere un tratto costante della storia del Sud: la tendenza a percepire le grandi istituzioni nazionali in modo differente rispetto ad altre aree del Paese. Un fenomeno che, pur mutando nelle forme, sembra riproporsi ancora oggi.

Lo Stato lontano e la crisi della partecipazione

Chi torna periodicamente nei piccoli centri del Mezzogiorno (come capita spesso a me, quando ritorno a Ferrandina, in Basilicata), avverte una sensazione difficile da ignorare. Non è rabbia, né aperta contestazione. È qualcosa di più silenzioso: una progressiva distanza, se non proprio un distacco dalla vita pubblica. I partiti, che per decenni hanno rappresentato luoghi di formazione civile e partecipazione al foro pubblico, sono quasi scomparsi. Le sezioni politiche, un tempo cuore del confronto democratico, hanno chiuso i battenti.

Anche le organizzazioni sindacali faticano a svolgere quel ruolo di aggregazione che ebbero nel dopoguerra. Al loro posto si sono affermati movimenti personali, liste civiche costruite intorno a singole figure e una politica sempre più concentrata sulle persone anziché sulle idee. La conseguenza più evidente è una crescente disillusione, soprattutto tra i giovani.

Molti non percepiscono più le istituzioni come strumenti capaci di offrire opportunità, lavoro o prospettive di crescita. Lo Stato appare spesso distante, burocratico, incapace di incidere sulle difficoltà quotidiane. Non si tratta necessariamente di una rottura del legame nazionale, ma certamente di un indebolimento del senso di appartenenza e della fiducia nelle strutture pubbliche.

La forza della religiosità popolare

Se il rapporto con lo Stato sembra essersi raffreddato, un’altra realtà continua invece a mostrare una sorprendente capacità di tenuta: la Chiesa. Non necessariamente attraverso la pratica religiosa tradizionale o la frequenza regolare alla Messa domenicale, ma tramite quel vasto universo di devozioni, processioni, pellegrinaggi, feste patronali e culti locali che rappresentano ancora oggi una componente essenziale della vita comunitaria meridionale. Liquidare questi fenomeni come semplice folklore sarebbe un errore di valutazione. Dietro quelle manifestazioni vi è spesso un bisogno profondo di appartenenza, identità e solidarietà. Attorno al Santo Patrono, alla parrocchia o alla festa religiosa si ricostruiscono relazioni sociali che altrove tendono a dissolversi.

La religiosità popolare continua a svolgere una funzione che non è soltanto spirituale, ma anche civile e comunitaria. È un paradosso della storia. Dopo l’Unità d’Italia, lo Stato liberale cercò di ridimensionare l’influenza della Chiesa nella società meridionale, considerandola spesso un ostacolo alla modernizzazione. Oggi, invece, mentre molte istituzioni pubbliche faticano a mantenere un rapporto vivo con i cittadini, è proprio la Chiesa che continua a rappresentare per molte comunità uno dei principali punti di riferimento collettivi.

Una lezione da non sottovalutare

Forse il vero interrogativo non riguarda la maggiore o minore religiosità del Sud, ma la capacità delle istituzioni di creare legami di fiducia duraturi. La Repubblica ha garantito al Mezzogiorno conquiste importanti: la ricostruzione del dopoguerra, la scuola di massa, il sistema sanitario, le infrastrutture, la crescita economica di intere aree. Eppure, nonostante questi risultati, non sempre è riuscita a costruire quel rapporto emotivo e identitario che ogni comunità ricerca nelle proprie istituzioni. La Chiesa, al contrario, continua a parlare il linguaggio della prossimità. È presente nei quartieri, nei piccoli paesi, nelle famiglie. Accompagna le persone nei momenti più significativi dell’esistenza: la nascita, il matrimonio, la malattia, il lutto. Mantiene una presenza quotidiana che nessuna struttura statale riesce a garantire con la stessa intensità. Forse è qui la chiave per comprendere perché la storia del Sud continui, ancora oggi, ad andare controcorrente. Non per nostalgia della Monarchia né per diffidenza verso la Repubblica, ma perché le comunità meridionali tendono a riconoscersi maggiormente nelle istituzioni che percepiscono vicine, concrete e partecipi della loro vita. Una lezione che la politica e lo Stato farebbero bene a non ignorare, soprattutto in un tempo in cui la crisi della rappresentanza democratica attraversa non solo il nostro Mezzogiorno, ma, a quanto pare, tutto il nostro Paese.

Michele Rutigliano