Meloni torna da Bruxelles. Ma non ancora con squilli di tromba
Giorgia Meloni torna dal Consiglio europeo con qualcosa in mano, ed è un dato. Non è una vittoria storica, ma non è nemmeno un nulla di fatto. E forse è proprio questo che rende difficile raccontarlo.
Sul fronte più caldo, quello delle bollette, ha ottenuto ciò che le serviva per tenere in piedi la parte energetica della manovra: il via libera di massima a misure nazionali per neutralizzare l’effetto ETS sul prezzo dell’elettricità. Non è un assegno già incassato, è un “potete procedere, vediamo i dettagli”. Senza quel passaggio, il decreto da tre miliardi non sarebbe partito. Con quel passaggio, deve ancora superare l’esame tecnico della Commissione.
Sull’ETS, il mercato europeo delle emissioni, la linea italiana – portata avanti con Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – ha forzato una prima crepa. Per la prima volta i 27 chiedono a Bruxelles di “aggiornare la valutazione” e di intervenire con urgenza sulla volatilità. Meloni voleva la sospensione fino al 2030, ha ottenuto una frase. È poco per chi si aspettava uno stop, è molto per chi temeva che il tema non entrasse nemmeno nelle conclusioni.
Sul Bilancio europeo, poi, il negoziato è ancora lungo. L’Italia ha difeso la PAC, la pesca e i fondi di coesione dal rischio di annacquamento in un super-fondo unico, e ha già messo in sicurezza 7 miliardi di riprogrammazione e 28 miliardi di flessibilità per difesa ed energia. Non sono risorse nuove, sono spazi di manovra. Utili, ma da restituire.
Per questo la grancassa non può suonare. Perché, se da una parte, c’è un risultato concreto – l’Italia è riuscita a far mettere le sue priorità nell’agenda europea – dall’altra, tutto è condizionato a una fase due che è la più difficile.
Torna, quindi, ma non come Radames da trionfatrice. Torna con un dossier sotto braccio e con la consapevolezza che, a differenza di altre volte, la parte più complicata comincia adesso, a Roma.