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Medici di famiglia e vecchi privilegi – di Pasquale Pellegrini

I medici di famiglia sono contro i malati? Ovviamente no, ma la domanda solo in apparenza provocatoria, perché ha un fondamento di verità ineludibile. Il tema del giorno sono le case di comunità. In Puglia funzioneranno o un così importante presidio di assistenza territoriale andrà perso? Dopo ben sedici anni, il governo è stato costretto dal Pnrr ad affrontare con determinazione il problema, ma ancora una volta i medici di famiglia, che in tutto questo tempo hanno sollevato obiezioni, si sono messi di traverso. Il loro atteggiamento ostruzionistico questa volta può far fallire tutto il progetto assistenziale. Prestarsi al gioco dei sindacati dei medici di famiglia da parte del governo è grave, perché a pagare il conto più salato saranno i malati. Nel nostro caso i pugliesi e soprattutto i più poveri tra loro. Magari anche molti elettori di destra. Una maggiore autorevolezza da parte del governo sarebbe stata auspicabile, ma è prevalso, invece, il calcolo elettorale.

La questione si trascina dal 2010, dal decreto Balduzzi. La materia del contendere è la natura del rapporto di lavoro. I medici vorrebbero mantenere quello in convenzione che, tuttavia, da tempo non risponde più ai bisogni dell’assistenza territoriale. Quindici ore massimo di studio a settimana non garantiscono affatto l’assistenza sanitaria, prova ne è l’accesso improprio ai pronto soccorso: oltre il 60 per cento è codice bianco o verde, malati che potrebbero essere seguiti tranquillamente dai medici di famiglia se fossero presenti e disponibili.

Il nuovo assetto territoriale avrebbe risposto ai bisogni assistenziali? Sicuramente sì e avrebbe rivaluto l’attività professionale del medico di famiglia che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nelle case di comunità, nella diagnosi e nella terapia. Come può essere giustificata, allora, tanta resistenza se non in un’ottica di mantenimento di anacronistici privilegi corporativi che il governo ha assecondato? E non si comprende neppure l’atteggiamento dei sindacati dei medici ospedalieri che, pur lamentando carichi di lavoro eccessivi, turni gravosi, sembrano non aver nulla da dire sulla questione. E se fossero chiamati a far funzionare le case di comunità al posto dei loro colleghi di medicina generale? L’idea è già affiorata.

Sarebbe utile, insomma, avviare subito un serio dialogo tra tutte le parti, malati compresi, non dopo le elezioni. E le Regioni, se proprio tengono al malato, dovrebbero alzare la voce, perché il diritto alla salute non può essere una concessione del medico, ma è un progetto politico.

Pasquale Pellegrini

Pubblicato su Corriere del Mezzogiorno