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Mafia e droga: se la Chiesa deve farsi supplente

Capita. Ma non è sempre frequente ascoltare, dal pulpito di una chiesa, denunce tanto forti e tanto dirette da sottolineare come, troppo spesso, la Chiesa finisca per farsi supplente delle istituzioni e della stessa comunità civile.

È accaduto a San Ferdinando di Puglia, durante la festa patronale di San Ferdinando Re. Noi siamo venuti a saperlo tramite “Sharing Tv Europa”: al termine della processione, il parroco della Chiesa Madre, monsignor Domenico Marrone, per tutti don Mimmo, ha pronunciato un’omelia durissima. Ha parlato di criminalità organizzata, di riciclaggio di denaro attraverso l’acquisto di immobili all’asta, di traffico e spaccio di droga. Ha parlato di una “ragnatela” che avvolgerebbe il paese e di un’indifferenza che rischia di diventare complicità.

Non era la prima volta. Già in precedenza don Mimmo aveva denunciato quello che aveva definito “mafiofondismo”, il controllo del mercato agricolo, le condizioni di produttori e braccianti e le questioni legate alle risorse idriche del territorio. Questa volta, però, le sue parole sono arrivate in un momento particolarmente delicato: San Ferdinando di Puglia è infatti sottoposta agli accertamenti di una commissione di accesso agli atti, istituita per verificare l’eventuale presenza di infiltrazioni e condizionamenti mafiosi nell’attività amministrativa del Comune. Gli esiti degli accertamenti non sono ancora stati resi noti.

Una ferita per la comunità

Don Mimmo ha definito quella commissione non un semplice atto burocratico, ma “una ferita” e un interrogativo che interpella la coscienza dell’intera comunità. E dalla Chiesa Madre ha scelto di parlare non soltanto ai fedeli, ma all’intero paese. “Questa è casa nostra, non cosa nostra.” Una frase semplice, ma di quelle che restano.

Perché il problema della criminalità organizzata non riguarda soltanto chi commette reati. Riguarda anche il terreno sociale nel quale quei reati possono prosperare: il silenzio, la paura, l’indifferenza, la convenienza, il voltarsi dall’altra parte. E riguarda, soprattutto, la capacità delle istituzioni di essere presenti prima che sia la Chiesa a dover ricordare a tutti che esiste un problema.

Si parla tanto di sicurezza

Si parla tanto di sicurezza. Si parla tanto di lotta alla droga, di repressione della criminalità, di controllo del territorio. Giustamente. Ma se un parroco sente il bisogno di denunciare pubblicamente, nel giorno della festa patronale, che fiumi di droga vengono venduti sotto gli occhi di tutti, forse la politica dovrebbe porsi qualche domanda. Non soltanto sulla droga. Non soltanto sulla mafia.

Ma sul perché un sacerdote senta il dovere di assumere una responsabilità che dovrebbe appartenere, innanzitutto, alle istituzioni e alla comunità civile. Perché la Chiesa può certamente educare alla legalità, sostenere le persone, difendere i più deboli, richiamare le coscienze. Ma non può diventare il sostituto permanente dello Stato.

Il coraggio di non tacere

Il coraggio di don Mimmo è, dunque, un fatto importante. Non soltanto perché denuncia fenomeni che, se confermati, sarebbero gravissimi. Ma perché rompe quel meccanismo perverso per il quale tutti sanno, tutti vedono, tutti parlano sottovoce e, alla fine, nessuno dice pubblicamente ciò che dovrebbe essere detto.

La sua è una scelta che richiama la responsabilità personale e collettiva: prendere le distanze dall’illegalità, denunciare i soprusi, non accettare che la criminalità diventi una componente normale della vita economica e sociale. E forse proprio questo dovrebbe essere il senso più profondo di una festa patronale: non soltanto una processione attraverso le strade del paese, ma un cammino della comunità verso il bene comune.

La domanda alla politica

San Ferdinando di Puglia attende ora gli esiti degli accertamenti della commissione prefettizia. È giusto attendere quei risultati senza anticipare giudizi. Ma una cosa può essere detta già oggi. Se la Chiesa deve arrivare a denunciare dal pulpito il traffico di droga, il riciclaggio, la presenza della criminalità e il rischio di infiltrazioni mafiose, la politica non può limitarsi ad ascoltare e applaudire. Deve chiedersi perché. Deve chiedersi perché certe realtà riescano a crescere sotto gli occhi di tutti. Deve chiedersi perché tante persone abbiano paura di parlare. Deve chiedersi perché un parroco debba assumere il ruolo di sentinella della legalità.

Perché la sicurezza non è soltanto una questione di ordine pubblico. È anche presenza dello Stato, qualità delle istituzioni, lavoro, dignità, educazione, capacità di una comunità di non lasciare spazio alla criminalità. E quando un sacerdote è costretto a ricordarlo dal pulpito, forse non è soltanto la criminalità a dover essere interrogata.

È la politica che deve chiedersi dove è stata e perché, ancora una volta, qualcuno ha sentito il bisogno di parlare al suo posto.