CronacaEsteriPoliticaUltime notizie

Le sanzioni a Israele. L’Italia assente

La Gran Bretagna, la Francia e il Canada hanno deciso di cambiare passo. Il governo di Londra guidato da Andy Burnham ha annunciato, attraverso il ministro degli Esteri Ed Miliband, un pacchetto di sanzioni contro gli insediamenti israeliani nei territori occupati della Cisgiordania: divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti, sanzioni contro chi fornisce loro servizi, finanziamenti, infrastrutture e attività immobiliari, divieto di pubblicizzare nel Regno Unito gli immobili degli insediamenti e nuove restrizioni alla vendita di armamenti che possano contribuire materialmente all’occupazione.

Lo stesso annuncio è stato fatto in altre 10 capitali che per la prima volta hanno concretizzato con sanzioni le loro precedenti condanne dei comportamenti dei coloni ebrei di Cisgiordania. La sostanza cambia poco, ma il provvedimento è stato presentato non come  un boicottaggio di tutta Israele, ma di un’azione mirata contro una politica che sta rendendo sempre più difficile la stessa possibilità di uno Stato palestinese.

Particolarmente netto è stato Miliband, che ha parlato di una vera e propria “pulizia etnica” a danno dei palestinesi condotta in alcune aree della Cisgiordania, accusando gli estremisti degli insediamenti e denunciando il fatto che il Governo israeliano abbia troppo spesso chiuso gli occhi, quando non sostenuto, queste azioni. E lo ha fatto dichiarandosi contemporaneamente “orgoglioso ebreo britannico” e fermo sostenitore dello Stato di Israele. Una distinzione importante: il problema, ha detto, non è il popolo israeliano, con il quale la Gran Bretagna mantiene legami profondi, ma la condotta del suo Governo.

Londra ha inoltre deciso di considerare illegale l’occupazione della Cisgiordania nel suo complesso, richiamandosi alla posizione della Corte internazionale di giustizia, e ha ribadito che l’obiettivo politico resta quello dei due Stati. Proprio l’espansione degli insediamenti, soprattutto nell’area E1 a est di Gerusalemme, rischia infatti di rendere territorialmente impraticabile uno Stato palestinese.

La reazione israeliana è stata durissima, così come quella della Casa Bianca che più che mai appare subordinata a Israele. Ma la sostanza politica della decisione britannica è un’altra: alcuni governi occidentali stanno cominciando a trasformare la condanna degli insediamenti e della violenza dei coloni in atti concreti.

E l’Italia? È difficile non notare che Roma non è tra i paesi che hanno assunto questa iniziativa. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sostenuto che decisioni di questo genere dovrebbero essere prese dall’Unione europea nel suo insieme. Una posizione apparentemente europeista, ma che rischia di diventare, nella pratica, un alibi per non decidere: perché è noto quanto sia difficile raggiungere l’unanimità europea su Israele e quanto anche l’Italia abbia contribuito, negli anni, a frenare e a rendere impraticabili iniziative comuni più incisive.

Come Tajani, patetico anche il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, che ha criticato l’iniziativa la quale, a suo dire, destabilizzerebbe la regione. Ma Rubio va al cinema o a va lavorare al Dipartimento di Stato per fare una dichiarazione del genere su un’area del mondo destabilizzata da anni anche per responsabilità israeliane e l’inazione statunitense?

Se Gran Bretagna, Francia  possono muoversi insieme, mentre altri paesi europei hanno già adottato o stanno valutando misure analoghe, la domanda diventa inevitabile: l’Europa deve aspettare ancora che tutti siano d’accordo prima di difendere concretamente il Diritto internazionale e la prospettiva dei due Stati?

Forse sarebbe il momento che anche l’Italia smettesse di limitarsi a dire che bisogna aspettare l’Europa e cominciasse a chiedersi quale Europa vuole contribuire a costruire. E riflettesse sui “valori” tanto sbandierati ad ogni piè sospinto. Vuote parole smentite al momento di confermarle con dei fatti.