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Le giravolte di Giorgia Meloni – di Giancarlo Infante

Giorgia Meloni sta diventando la protagonista di un copione ormai ricorrente: quello della giravolta continua, del cambio di fronte improvviso, della fuga laterale ogni volta che i vincoli — politici, economici o europei — si stringono attorno al suo Governo. Una dinamica che ricorda il movimento di un’anguilla: scivolosa, sfuggente, sempre pronta a sgusciare da una posizione che lei stessa aveva proclamato come definitiva.

Dublino, Schengen e la “farsa” di Ceuta

Il caso più evidente riguarda la gestione dei migranti. Meloni continua a ripetere che il Trattato di Dublino è superato, che l’Europa ha finalmente recepito la linea italiana, che i ricollocamenti sono la soluzione. La realtà è l’opposto: Dublino è ancora lì, pienamente operativo, e le intese bilaterali non hanno modificato la sostanza.

Anzi, la situazione è peggiorata dopo la decisione — politicamente disastrosa — di sospendere Schengen per la presunta “invasione” di marocchini nell’enclave spagnola di Ceuta. Una vicenda che si è rivelata una farsa geopolitica, una provocazione orchestrata da attori internazionali che hanno usato la frontiera spagnola come leva politica.

Il risultato? I paesi del Nord Europa stanno ora rimandando in Italia i migranti irregolari che erano sbarcati sulle nostre coste e poi si erano spostati verso nord. Esattamente ciò che Meloni diceva di voler evitare.

Il fronte europeo e il Patto di Solidarietà: Meloni intrappolata nei vincoli che ha firmato

Meloni e Giorgetti hanno sottoscritto il Patto di Solidarietà europeo, accettando regole e vincoli che oggi li costringono a muoversi in uno spazio politico molto stretto. E ogni volta che la realtà presenta il conto, Meloni cambia posizione, corregge, rettifica, smentisce se stessa.

L’ultima inversione di marcia riguarda la proposta — avanzata insieme alla vituperata Spagna di Sánchez — di introdurre tasse sugli extraprofitti delle società energetiche. Una misura che Meloni aveva sempre trattato con sospetto, ambiguità, oscillazioni continue.

Oggi, però, la crisi internazionale legata allo Stretto di Hormuz e l’aumento vertiginoso dei carburanti hanno messo il governo con le spalle al muro: servono soldi, subito. E l’unico appiglio rimasto è proprio quella tassa sugli extraprofitti che Meloni aveva prima voluto, poi criticato, ridimensionato, e, infine, rinviato. Una giravolta necessaria, certo, anche perché l’Europa non le ha voluto concedere la stessa flessibilità prevista per le spese di Difesa. Ma pur sempre una giravolta.

Il precedente delle banche: quando Meloni “sgusciò” per mesi

Non è la prima volta. La vicenda della tassa sugli extraprofitti bancari è stata un manuale di ambiguità politica: prima annuncio trionfale; poi marcia indietro non appena le banche si ribellarono e trovarono in Forza Italia la sponda ideale nella maggioranza; poi modifica; poi riduzione; poi rinvio; poi sostituzione con un incentivo volontario e, infine, il compromesso sull’aumento della ricapitalizzazione delle banche stesse … non delle famiglie.

Un balletto che ha lasciato il segno e che oggi si ripete identico con le società energetiche.

Una leadership che scivola tra le contraddizioni

La verità è che Giorgia Meloni si muove in un contesto dove: i vincoli europei sono rigidi, la situazione migratoria non è gestibile a colpi di retorica, la crisi energetica è esplosiva, i partner europei non si fidano, e i paesi del Nord vogliono restituirci i migranti irregolari.

In questo quadro, Meloni continua a sgusciare, a cambiare fronte, a correggere la rotta, a negare ciò che aveva affermato il giorno prima. Una strategia che forse funziona nel breve periodo, ma che alla lunga sta logorando la credibilità del Governo e dell’Italia.

Giancarlo Infante