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L’allarme clima, il silenzio della politica e del sistema

Ci sono notizie che dovrebbero costringere la politica mondiale a fermarsi, almeno per qualche ora, e a interrogarsi sul futuro che stiamo preparando. Quella arrivata dalla Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) è una di queste.

El Niño si è ormai consolidato nel Pacifico equatoriale e, secondo le nuove previsioni, è destinato a rafforzarsi ulteriormente nei prossimi mesi fino a raggiungere un’intensità molto forte. La probabilità che il fenomeno persista fino a febbraio 2027 è indicata dalla WMO come certa quasi al 100 per cento. Il picco è atteso verso la fine di quest’anno.

Non è una normale previsione meteorologica. Un El Niño di questa intensità può modificare profondamente i regimi delle precipitazioni e delle temperature in vaste aree del pianeta, aumentando il rischio di siccità, alluvioni, ondate di calore estremo e altri fenomeni meteorologici estremi. La WMO avverte inoltre che gli effetti climatici potranno proseguire anche nel 2027. E questa volta sono le parole dei responsabili delle istituzioni internazionali a impressionare.

Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha detto che «il pianeta è in acque inesplorate», mentre la Segretaria generale della WMO, Celeste Saulo, ha avvertito che El Niño può provocare un «massiccio colpo» alle comunità e alle economie di tutto il mondo. Sono parole che sembrano quasi appartenere a un bollettino di guerra. E davanti a tutto questo c’è una domanda che diventa sempre più difficile evitare: dove è la politica?

Le grida d’allarme degli scienziati si susseguono da decenni, e noi abbiamo sempre cercato di registrarle puntualmente. Rapporti, conferenze, vertici internazionali, appelli, accordi e impegni solenni sin dalla fine degli anni ’80 hanno accompagnato una lunga storia di avvertimenti. Eppure. le emissioni sono rimaste troppo elevate e il riscaldamento globale è proseguito.

Stiamo trasformando un problema che poteva essere affrontato attraverso una grande trasformazione economica e tecnologica in una possibile emergenza planetaria.

Oggi siamo arrivati a un punto di non ritorno, nel quale continuare semplicemente a rinviare le decisioni non è più una posizione neutrale. È una scelta. Per anni abbiamo ascoltato parlare della necessità di mantenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Oggi sappiamo quanto quell’obiettivo sia diventato difficile da rispettare e quanto rapidamente si sia ristretto lo spazio per evitare conseguenze sempre più gravi.

Ma ciò che colpisce ancora di più è l’apparente incapacità della politica di comprendere fino in fondo la natura del problema. Come se il cambiamento climatico fosse una questione fra le tante. Come se potesse essere rimandato alla prossima legislatura, al prossimo governo, al prossimo vertice internazionale.

La vera incoscienza, allora, non consiste soltanto nell’aver sottovalutato per decenni gli avvertimenti della scienza. Consiste anche nel continuare a comportarsi come se il tempo fosse infinito, quando invece ogni anno che passa restringe le possibilità di intervenire.

Ma c’è un’altra questione sulla quale sarebbe necessario cambiare prospettiva. La necessaria trasformazione dell’economia mondiale, dei consumi e dei sistemi produttivi viene spesso presentata come un salto nel buio, quasi che affrontare la crisi climatica significhi necessariamente impoverire le società, distruggere posti di lavoro e imporre sacrifici insostenibili. Invece, una grande trasformazione energetica, industriale e tecnologica può essere anche un’enorme occasione economica. Significa investimenti nelle energie pulite, nella ricerca, nella sicurezza idrica, nell’agricoltura sostenibile, nell’efficienza energetica, nella protezione del territorio, nella rigenerazione urbana, nei trasporti e nelle nuove tecnologie. E ancora una volta al supponente ed incosciente Occidente la lezione viene dalla Cina che ha appena annunciato di aver raggiunto in produzione di energia alternativa quella derivante dall’uso del carbone, cosa che per decenni l’ha fatta denunciare come uno dei paesi più inquinatori del mondo.

E le energie alternative significano creare nuove competenze e nuovi lavori. Anticipare una trasformazione che comunque arriverà, invece di subirla quando sarà diventata una necessità dettata dall’emergenza. Il problema è che per farlo servirebbe una politica capace di guardare oltre il consenso immediato. Una politica che sappia dire ai cittadini che la transizione non è soltanto una serie di divieti e di sacrifici, ma può diventare una delle più grandi trasformazioni economiche della nostra epoca.

Ma i governi – sollecitati anche da popoli afflitti da una serie di crisi finanziarie, in qualche modo legate ad un sistema economico che non si vuole far sostituire, e quindi popoli “fregati” due volte – sono impegnati soprattutto a discutere di ciò che conviene oggi, mentre il problema vero riguarda ciò che accadrà domani.

E’ comodo dare la colpa a El Niño come sentiamo fare a  stampa e televisioni, spesso, anch’esse, condizionate da un sistema che si preoccupa esclusivamente di sopravvivere a se stesso. Ma El Niño è un fenomeno naturale. Il cambiamento climatico provocato dalle attività umane non lo è. E la WMO sottolinea che la forza di un singolo episodio di El Niño non determina automaticamente la gravità degli effetti in ogni Paese: questi dipendono anche dalla stagione, dalla regione e dall’interazione con altri fattori climatici.

E sappiamo che di fronte all’aumento delle temperature, delle precipitazioni e dei fenomeni estremi ci sono gli esseri umani: agricoltori che possono perdere i raccolti, popolazioni che possono rimanere senza acqua, città che possono essere colpite dalle alluvioni, famiglie che possono trovarsi davanti a un aumento dei prezzi alimentari, Paesi poveri che possono essere travolti da crisi che non hanno contribuito a provocare.

E allora la domanda dovrebbe essere quanto ancora possiamo permetterci di aspettare e quanto si riuscirà a far diventare quella per l’ambiente una battaglia politica che va oltre gli schieramenti di facciata e deve diventare una scelta umana ed antropologica prima che di partito.

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