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La “Torre di Babele” che impedisce la pace – di Umberto Baldocchi

La parola “babelica” che impedisce la pace

Armi all’ Ucraina sì, Armi all’ Ucraina no! Magari si potesse favorire la pace aumentando e migliorando l’armamento ucraino oppure semplicemente riducendolo o eliminandolo! Ma non è così. C’è qualcosa che ancora sfugge al dibattito politico e cioè il fatto che non abbiamo più a che fare con guerre come quelle del Novecento. Ogni ricorso alle analogie col passato ci porta fuori strada. Abbiamo in Europa un conflitto ormai più duraturo della “grande guerra 1914-18” e che nessuno pare in grado di fermare anche solo per un attimo. Cosa può essere allora che ostacola inquesta guerra- come nelle altre promosse da Trump e Netanjahu- persino brevissime tregue ?

Noi usiamo ancora il termine “guerra”, magari aggiungendovi l’attributo “ibrida”. Ma esiste ancora la “guerra” così come è stata concepita e definita dal pensiero e dal diritto internazionale negli ultimi secoli o essa è diventata altro? E’ opportuno non cedere all’inganno: ciò che fino al 2022 chiamavamo “guerra” ha mutato radicalmente natura. Cioè non esiste più. E’ divenuta altro. Per la verità nei documenti europei è comparso- forse imprudentemente dal punto di vista delle élites  ma  utilmente dal punto di vista dei cittadini-  anche un termine più inquietante ed illuminante: nelle Linee-guida della Commissione Europea 2024/2029 di Ursula  Von der Leyen presentate il 18 luglio 2024 ( pp. 25 e 27) troviamo  il termine “weaponization” che il dizionario traduce con “uso  come arma o nella fabbricazione di armi, militarizzazione” e che potremmo tradurre anche “bellicizzazione”, trasformazione di ogni realtà in fattore di guerra. Diversamente da “guerra” infatti il termine indica un processo di incerta collocazione nello spazio e nel tempo e anche di imprecisata natura ( può valere per l’uso di un drone esplosivo o di un semplice smartphone anche esso esplosivo). Potremmo dire che ciò che dicevamo “guerra” è divenuta un indistinto diritto alla violenza armata preventiva e dissuasiva di tutti contro tutti; in un certo senso la “guerra” è stata “naturalizzata” identificata come  la reale ed unica base della relazione umana, col volenteroso soccorso di politologi e storici dalle grandi presunzioni e dagli appoggi mediatici e come una attività ordinaria, che non necessita più di deliberazioni parlamentari e dichiarazioni presidenziali, cioè della costituzionalizzazione di uno stato di guerra.

Il nuovo termine infatti non è un termine innocuo, ma è una parola “babelica”, una parola cioè che “fabbrica” la realtà, una parola usata da  chi tende a “farsi un nome da solo”- come nel noto racconto biblico-rifiutando ciò che Lacan chiama “trascendenza della parola”. “Weaponization” a differenza di “guerra” è infatti un termine dotato di una funzione omologante dotato di un contenuto irreversibile, in grazia della propria assoluta astrazione. Non è un termine definitorio, non serve cioè a delimitare una situazione specifica, utilizzando nomi non “fabbricati” di cose già disponibili. Esso, al contrario,  serve a dilatare una dimensione (la competitività )che  potenzialmente concerne tutta quanta la realtà, quasi la guerra fosse  una nuova “pandemia”. Ma perché si ricorre a questo termine? Perché la guerra è mutata radicalmente nel corso degli ultimi anni. Con un termine definitorio gli storici del diritto hanno definito il medesimo fenomeno “de-istituzionalizzazione della guerra”, togliendo ad esso l’elemento della irreversibilità ed assolutezza contenuto invece entro il  termine “babelico” di “weaponization”.

Le guerre della modernità, dal 1648 in poi, dalla nascita degli Stati sovrani avevano infatti alcuni tratti comuni. La guerra in Europa è stata “istituzionalizzata”: vale a dire la violenza bellica, in origine in-distinta ed “epidemica”,  “guerra di tutti contro tutti”, è stata confinata entro precisi limiti temporali, la dichiarazione di guerra- e quindi la decisione politica- e la proclamazione dell’armistizio, e entro limiti spaziali, belligeranti e non belligeranti. La decisione è stata sottratta a tutti i soggetti extrastatali, riconosciuta agli Stati come unici soggetti legittimati. Si sono distinti tra loro combattenti e civili. Grazie al monopolio degli Stati sulla pace e sulla guerra (e quindi al monopolio sulla diplomazia e sulla forza) si è posto fine alle guerre civili di religione e alle “guerre  di corsa” che avevano segnato gli inizi della modernità oltre che  alle guerre caotiche del mondo medioevale. Ciò che non rientra nello schema è crimine, sedizione e più tardi terrorismo. Così il diritto pubblico europeo aveva chiuso la guerra entro un campo ben circoscritto e separato dal contesto.

Il Novecento ha iniziato a mettere in crisi questi “confini”: la guerra totale, la guerra fredda, la guerra civile, hanno fuso insieme pace guerra e violenza in modo catastrofico. Più tardi la guerra “umanitarie” “globale” “infinita” di fine XX secolo e inizio XXI secolo  ha completato il disastro togliendo riconoscibilità e separatezza alla guerra. I  nuovi documenti europei- per evidenti cautele preelettorali- evitano di riprendere il termine del documento 2024 e  usano per la verità il termine “guerra ibrida” cioè guerra frutto della commistione di elementi non armonizzati tra loro e quindi priva di un proprio carattere preciso, “salvando” il termine “guerra”, ma svuotandolo del  valore definitorio grazie al  carattere impreciso e generico contenuto nell’aggettivo.

Oggi il paradigma tecnocratico di natura babelica  consente di rafforzare l’indeterminatezza e di abolire completamente i confini tra guerra e non  guerra grazie al dominio di una visione ideologica che presuppone la dissoluzione della politica e, in particolare,  della politica democratica. Mai come oggi sotto attacco dal suo esterno ma anche dal suo interno. Se la decisione sulla guerra o sulle armi, divenuta un fatto tecnologico,  non può più appartenere alla razionalità politica (Rearm Europe non è stata decisa infatti dal  Parlamento europeo) non abbiamo più la guerra subordinata alla politica,  ma abbiamo una politica subordinata alla guerra, che muta natura e diviene una dimensione incontrollata e incontrollabile dal diritto, fino allo spettro della guerra fatta dagli automi alla guerra dei droni, una sfida micidiale al principio di responsabilità. Oggi anzi abbiamo anche una politica  sganciata dalla razionalità e guidata dalla follia di interessi settoriali potentissimi- complesso militare industriale-  che non hanno alcun interesse alla pace. Al punto che ogni tempo di pace deve servire a preparare la guerra (Readiness 2030).

E’ questa la nuova “torre di Babele” in costruzione. Che, ricordiamolo , non fu mai completata e portò alla dispersione di un popolo. Magari per qualche “laico” che considera il racconto biblico qualcosa di infantile e obsoleto nell’era dell’ AI, questo non significa niente. Però consiglierei a quel “laico” di ricordare che il popolo di Babele non fu sconfitto da una forza militare o da un miracolo, ma semplicemente dalla disintegrazione della  parola massificante e omologante cui dovevano ricorrere per il loro progetto.

Umberto Baldocchi