La patologia del sistema – di Domenico Galbiati
Il quadro politico malato
Che il nostro sistema politico, l’intero ventaglio delle forze che danno vita all’uno e all’altro dei due poli sia – come su queste pagine andiamo instancabilmente sostenendo da anni – gravemente malato e corroso dal tempo, lo ribadiscono le prese di posizione che sono intervenute in questi ultimissimi giorni, dai rispettivi leader, a destra per un verso, a sinistra per un altro.
Non sarebbe fuori luogo immaginare che, in un quadro politico pur così fortemente polarizzato – anzi, esattamente al fine di ricomporre questa lacerazione – le due forze che si contrappongono l’una all’altra cercassero di spostare al centro la loro competizione.
A costo di addomesticare e contenere le rispettive ambizioni di potere, in qualche misura se non sacrificandole, almeno commisurandole all’interesse generale della collettività nazionale.
Cioè si preoccupassero di prevalere sull’avversario dando rappresentanza a ceti moderati cui nessuno è oggi in grado di dare organicamente voce, destinati a gonfiare un astensionismo irriducibile e pericoloso per la stessa piena legittimazione democratica delle istituzioni.
Un astensionismo che, al di là delle tante motivazioni personali che vi concorrono, in ultima istanza ha a che vedere con l’acclarata impotenza della politica. Invece non è così. Anzi, succede esattamente il contrario.
La rincorsa a destra
Giorgia Meloni – si veda quel che ha detto a proposito delle classi multietniche – insegue Vannacci, lo rincorre sul suo terreno, cercando di contendergli qualche palmo delle vaste praterie elettorali che teme di perdere a suo favore.
Fa un certo effetto, dopo quattro anni di esibizione di splendide performances, vedere la star del “jet set” della politica internazionale, beniamina di Biden, dirimpettaia di Trump, arrancare sulla difensiva di fronte a un Vannacci qualunque.
La deriva populista
Dall’altra parte, il povero Conte inchioda il suo Movimento su posizioni filo‑putiniane, ricorrendo alla più classica manovra di una forza populista, cioè accampando il voto plebiscitario dei suoi al rifiuto – viene precisato “non trattabile” – del sostegno alla lotta di resistenza e di liberazione del popolo ucraino.
Detto tra parentesi, il PD dovrebbe considerare come ogni forma di populismo, anche quando sembra ammantarsi di alte ambizioni sociali e di rivendicazioni di pace, è, per forza di cose, strutturalmente di destra e la cosa vale – lo andiamo sostenendo da tanto tempo anche su queste pagine, “testardamente” come direbbe Elly Schlein – anche per il movimento che, creato da Grillo, in radice non può staccarsi da questa impronta originaria. In altri termini, bisogna prendere atto che ogni forma di estremismo ha in sé un tarlo che la costringe ad autoalimentarsi in una spirale destinata a crescere fino a un punto di non ritorno.
Domenico Galbiati