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Israele: più che mai apartheid

La Commissione elettorale israeliana, dominata dalla maggioranza di governo di Benjamin Netanyahu, ha escluso dalle elezioni del 27 ottobre le due principali liste arabe — Ra’am e la Lista unita — che rappresentano circa un quinto dell’elettorato israeliano. La decisione, presa nonostante il parere contrario della procuratrice generale e i precedenti della Corte suprema, è fondata sull’articolo 7A della Legge fondamentale, che vieta la candidatura a chi nega Israele come Stato “ebraico e democratico”. Il voto, fortemente politico, ha colpito anche due candidati simbolo della cooperazione ebraico‑araba, Ofer Cassif e Sami Abu Shehadeh, accusati di posizioni “anti‑israeliane”.

Le forze arabe denunciano una manovra razzista e antidemocratica, volta a ridurre la loro influenza parlamentare e a consolidare il potere del blocco nazionalista. Mentre la Corte suprema si prepara a riesaminare i ricorsi, il segnale agli elettori arabi è già arrivato: la loro partecipazione è messa in discussione.

In questo contesto, Netanyahu si è presentato all’Assemblea generale dell’ONU vantando la politica israeliana e accusando gli altri di antisemitismo, proprio mentre molte delegazioni abbandonavano l’aula in segno di protesta. Un gesto che ha reso evidente la dissonanza tra la retorica internazionale e la realtà interna di un Paese che, nel nome della sicurezza, restringe gli spazi della democrazia.