Il ruolo del “centro” (2) – di Umberto Baldocchi
La prima parte di questo articolo è stato pubblicato ieri (CLICCA QUI)
La “dignità” della persona e la persona come “limite”
Papa Leone XVI ha prodotto un documento che suggerisce le coordinate di un grande cambiamento epocale di tipo culturale antropologico che non sarà senza impatto anche sulla vita politica. Qualche studioso ha scritto cose analoghe, ma non mi pare lo abbia fatto qualche altro pubblico personaggio. Ed è da un confronto con documenti del genere che la politica dovrebbe ripartire.
In sintesi estrema, potremmo dire che il concetto di dignità della persona (dignità inalienabile) così come formulato con grande forza nella Rerum Novarum (punto 32, Nemini licet! A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell’uomo…) e poi sviluppato dal pensiero cattolico, in particolare dal personalismo francese che, nel primo dopoguerra, grazie anche agli apporti provenienti dal “polmone culturale” est europeo (i “due polmoni” d’Europa di San Giovanni Paolo II), è stato il perno su cui si è costruito il pensiero sociale e politico cattolico, la componente ideale più importante della vecchia DC.
Il concetto di dignità era la risposta ai mutamenti della rivoluzione industriale che incidevano disastrosamente sulle condizioni di lavoro e di esistenza delle masse lavoratrici. Una risposta diversa e senz’altro più illuminata e previdente di quella marxista e socialista che difendeva i lavoratori soltanto in nome delle esigenze di sviluppo delle astratte forze produttive.
Oggi però, di fronte alla nuova rivoluzione, quella della Intelligenza Artificiale, senza nulla togliere al punto di partenza, è opportuno andare oltre. Molto oltre. E la Magnifica Humanitas lo fa, ad esempio, valorizzando il concetto di “limite” collegato a “umanità” (la “costitutiva finitudine” dell’uomo, l’“ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano”), vedendo la sperimentazione del limite come mezzo per riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabili e che legge e diritto sono impegnate a tutelare.
Il rischio oggi non è infatti più soltanto l’umiliazione e la negazione aperta della altrui dignità, ma la assoluta cecità ed incapacità di vederla persino in noi stessi. Come se i nuovi strumenti di dominio economico e politico partissero proprio da una alienazione del nostro più intimo essere. Forse non si potrebbero spiegare altrimenti le pulsioni che rendono possibile fare oggi di un massacro quotidiano una nuova forma di guerra.
Il riferimento al “limite” come elemento costitutivo della persona non può non tradursi nella applicazione del concetto stesso alla sfera pubblica. L’Enciclica tocca il tema essenziale del progresso, della potenza umana e della necessità di porre la libertà sconfinata da essa aperta sotto il controllo della volontà umana intesa non come volontà di potenza, ma come, potremmo dire, volontà di servizio. Un nuovo umanesimo ben distinto da post‑umanesimo e trans‑umanesimo, le nuove filosofie di massa promosse e diffuse anche tra i giovani con grande efficacia da Musk e dai “signori” della Intelligenza Artificiale.
Non è qui il caso di aggiungere quanto questa lettura analitica delle contraddizioni del nostro “progresso tecnologico” affondi le radici nelle profondità abissali della grande cultura europea, per fare solo un esempio, nelle grandi figure simboliche di Faust, Don Giovanni, Don Chisciotte, Amleto. Oltre ovviamente, ça va sans dire, all’evento epocale che ha rovesciato l’idea di potere come dominio desacralizzandolo drammaticamente e ponendo la fede religiosa su un piano totalmente diverso, di là da ogni possibile strumentalizzazione, cioè l’evento fondante costituito dal Cristianesimo e dagli sviluppi che esso ebbe nei padri della Chiesa a partire da Agostino.
Il grande pensiero europeo nei suoi passaggi epocali è sempre stato alimentato da una rilettura della sua straordinaria tradizione, attingendo dal suo scrigno le componenti di una cultura passata attraverso i grandi progressi e le eccezionali tragedie (Olocausto incluso) che hanno segnato la ultramillenaria vicenda europea.
Il conflitto generato dal capitalismo, lo scontro che pareva decisivo tra capitale e classe operaia, è vicenda di un passato ormai chiuso. Dopo Nietzsche e dopo Heidegger e dopo Romano Guardini era ormai evidente che il problema cruciale della potenza creata dalla modernità tecnologica non ha a che fare soltanto col conflitto interno al capitalismo ed all’economia e tra le classi sociali, come aveva pensato Marx, non senza qualche dubbio intelligente nell’ultima fase della sua vita, ma era parte di un conflitto molto più ampio apertosi con la modernità e con l’inaudita idea europea di progresso, almeno cinque secoli fa all’epoca dell’Umanesimo e delle grandi scoperte geografiche.
Tra i miti di origine europei non per nulla abbiamo Prometeo ma anche Icaro. E non a caso le icone con cui si apre la Magnifica Humanitas sono le due grandi costruzioni umane della torre di Babele e della ricostruzione da parte di Neemia delle mura di Gerusalemme. Cioè due grandi progetti di costruzione sociale e culturale con esiti radicalmente diversi.
Abbiamo oggi di fronte a noi non singole questioni economiche e sociali (in un certo senso abbiamo mille questioni sociali) ma una grande questione culturale e antropologica che si pone come esito finale di una modernità avviatasi con l’Umanesimo. Il mondo della INTELLIGENZA ARTIFICIALE è il nostro “nuovo mondo” che stiamo scoprendo, laddove tecnologia, economia, finanza, biomedicina, universo digitale producono un potere mai prima sperimentato che tocca e modifica ambiti intimi della vita delle persone e delle loro relazioni.
Questo “nuovo mondo”, così come avvenne col “nuovo mondo” scoperto dall’Europa nel XV secolo, ci fa ancora una volta toccare con mano il problema dei limiti morali del potere che il mondo antico e medioevale non avevano mai conosciuto e che la modernità aveva costruito proprio a partire dal dramma emerso nell’incontro con l’“altro” a noi sconosciuto sino ad allora.
Oggi i poteri che contano – a partire da quello di Trump – sembrano voler superare tutti i limiti e tutti i diritti costruiti sinora.
Attualmente ci comportiamo come se il diritto possa essere “dettato” dalle prassi nuove introdotte dalla tecnologia o prassi tecnologica – lo facciamo anche con la guerra ibrida e globale che sembra rimuovere il diritto internazionale. Nel nuovo nichilismo giuridico il diritto finisce per svolgere la funzione di dare regole a ciò che ha introdotto la tecnica, a prescindere dai fondamenti su cui la norma è costruita. Rischiando di creare un diritto destinato ad uscire dal nulla e tornare nel nulla come un puro strumento servente.
L’autorità politica sembra perdere il limite della responsabilità, ridicolizzando ogni concetto di potere come “servizio”. Il legislatore smette di chiedersi “come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano, e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e che essa rispetti ciò che nessuna maggioranza può impunemente violare” (Papa Leone XIV, Discorso alle Cortes Madrid, 8 giugno 2026).
Se l’Intelligenza Artificiale diviene un sovrano assoluto, sparisce infatti anche il concetto di limite costituito dal diritto: resta la legge che è certo “intelligenza”, ovvero, se è tale, la straordinaria capacità umana ordinatrice del reale. Perché essa dovrebbe avere dei limiti? Perché porre dei limiti a questa smisurata volontà di dominio dettata da ciò che chiamiamo ragione?
Di qui il problema centrale: quale rapporto tra il diritto e la legge, tra il diritto e il potere delle maggioranze, tra il costituzionalismo – cioè la forma moderna di diritto pubblico – e la volontà di dominio e costruzione del reale che si manifesta nella legge dettata dalla pura “intelligenza”? Questa l’agenda su cui vale la pena discutere.
Oggi corriamo il rischio di divinizzare l’Intelligenza e la Legge. Tutta la nostra grande cultura ce lo dice: lo stesso eroe dell’intelligenza umana, l’uomo dal multiforme ingegno, Odisseo, sa benissimo che l’uomo è chiamato a servire non solo la conoscenza (che sulla intelligenza si basa) ma anche la virtù (che ha a che fare con altro), come ben riconosceva anche Dante.
Umberto Baldocchi