CronacaEsteriPoliticaUltime notizie

I migranti e le radici che abbiamo smarrito – di Giancarlo Infante

Le radici che abbiamo smarrito

L’Italia è un Paese che sembra aver dimenticato le proprie radici migratorie. Eppure, la nostra storia è intessuta di partenze, di valigie di cartone e di speranze affidate a navi dirette verso mondi sconosciuti. Dalla metà dell’Ottocento, milioni di italiani hanno lasciato il Paese, generando una diaspora che oggi conta circa sessanta milioni di discendenti: un’altra Italia, sparsa per il mondo, forse la più grande comunità migrante della storia moderna. Non furono solo meridionali: liguri in Brasile, veneti e lombardi in Argentina e Australia, parmigiani e tutti gli altri in tutta Europa. Tutte le regioni hanno conosciuto la fatica dell’emigrazione, e tutte hanno contribuito a costruire un’identità che si è nutrita di coraggio e di adattamento.

E chi aveva lasciato il Paese per lunghi anni ha costituito una importante risorsa finanziaria con le cosiddette “rimesse degli emigranti”, dette altrimenti anche “oro del sacrificio”. Ad esempio, nel 1913 arrivarono nel nostro Paese rimesse per 716 milioni di lire di allora che superavano l’intero valore delle esportazioni agricole italiane. Nel 1920 furono cinque miliardi di lire, fondamentali per sostenere la ricostruzione nel primo dopoguerra. Ma queste erano le cifre ufficiali dei trasferimenti effettuati attraverso le banche. Secondo taluni studiosi, infatti, il 25-30% in più del denaro probabilmente viaggiava in modo “invisibile”, nascosto nelle lettere, nei pacchi o cucito nei vestiti o affidato ad amici che rimpatriavano. In sostanza, stando alle analisi storiche di Banca d’Italia, si può dire che in taluni periodi le rimesse in entrata  sfiorarono il 4% del PIL nazionale nei momenti di massima emigrazione verso gli Stati Uniti.

Chiedendo alla Intelligenza artificiale, questo emerge come quadro complessivo: “Nei primi anni del ‘900, la bilancia commerciale italiana era costantemente in “profondo rosso”, con passivi commerciali medi di circa 300-400 milioni di lire all’anno. Nello stesso periodo, le rimesse tracciate viaggiavano tra i 500 e i 700 milioni di lire all’anno. Le rimesse non solo coprivano il 100% del deficit dello Stato, ma generavano un surplus finanziario. Questo surplus permise al Tesoro italiano di nazionalizzare le ferrovie, costruire infrastrutture e convertire la rendita pubblica (riducendo gli interessi sul debito di Stato dal 5% al 3,5% senza che i mercati esteri penalizzassero l’Italia).  I libretti postali intestati a residenti all’estero passarono da poche decine di milioni di lire a oltre 200 milioni di lire nel 1910. Questo denaro liquido, depositato fisicamente nelle casse dello Stato, divenne la cassaforte a cui i governi dell’epoca attinsero per finanziare i primi grandi trafori alpini, le reti telegrafiche e le bonifiche.

I nostri politici , e noi con loro, non hanno memoria di ieri, figurarsi della storia d’Italia. E sarebbe interessante, oggi, fare un censimento nelle regioni dove più è accanita l’ostilità contro i migranti dell’oggi, e sapere quante case sono state realizzate grazie ai soldi del nonno d’America, d’Uruguay o della Svizzera. E quante vigne piantate, quante fabbrichette….

L’altra Italia nel mondo

A sostenere quei migranti ci furono i Padri Scalabriniani, che offrirono assistenza spirituale e materiale a chi cercava di ricominciare altrove. Da corrispondente del Tg1 a Londra, ho visto come quella rete di solidarietà sia ancora viva: parmigiani, siciliani, calabresi, veneti — ogni quindici giorni un evento, una festa, un incontro. Gli emigranti senza che gli stracci addosso o con le valige di cartone sono poi diventati anche imprenditori. Proprio  tanti, e in tutti i paesi in cui hanno messo radici e, così, hanno dal nulla inventato le Camere di commercio italiane all’estero. Oggi 86, riunite in Assocamere estero, emanazione di Unioncamere.

Quella diaspora ha generato eccellenze in ogni campo: sanità, economia, scienze, cinema, cultura. Basta leggere i titoli di coda di un film straniero o sfogliare la stampa internazionale per ritrovare cognomi italiani. Eppure, all’inizio, i nostri connazionali trovavano cartelli con scritto “vietato l’ingresso a cani e italiani”. Forse dovremmo imparare da quegli Stati esteri dove sono stati accolti i nostri connazionali che, pur tra mille contraddizioni, hanno saputo costruire modelli di integrazione.

L’Italia che respinge

Oggi, invece, l’Italia sembra aver dimenticato quella lezione. Nella diffidenza verso chi arriva sui barconi — spesso con lauree e diplomi in tasca — si nasconde una componente inquietante di razzismo e di pregiudizio verso i neri e gli islamici. Eppure, le etnie che hanno davvero “invaso” l’Italia sono europee: polacchi, rumeni, albanesi, kosovari, macedoni. Sono loro a coprire i lavori che gli italiani non fanno più, quelli che un tempo uscivano dagli istituti professionali: muratori, carpentieri, elettricisti. Accanto a loro, filippini, indiani, sikh, cinesi. Un mosaico di presenze che racconta un Paese diverso da quello che la propaganda descrive.

La percezione e la realtà

I dati reali sull’immigrazione sono molto lontani dalle percezioni diffuse tra un’opinione pubblica non sempre informata adeguatamente. E non solo l’Itala. Emblematico il caso della Polonia dove c’è una bassissima percentuale di immigrati, ma la gente è convinta che sia oltre il 20%. E parliamo dei polacchi che hanno inondato l’Italia, il Regno Unito e il resto del Vecchio continente con milioni di migranti. Ma così vanno le cose del mondo e scoppia il fenomeno dell’egoismo sociale alimentato da veri e propri “malfattori della politica e della comunicazione”.

Dopo anni di bombardamento mediatico della destra, la paura è diventata un riflesso condizionato. Ma la sinistra, nei lunghi periodi in cui ha governato, non ha saputo proporre una linea alternativa, realistica e sostenibile. La legge Bossi-Fini, paradossalmente, non ha impedito l’immigrazione irregolare. Anzi, l’ha favorita, ma in forme che hanno alimentato la precarietà e la schiavitù moderna. E la sinistra non l’ha modificata.

Il nodo dell’integrazione

Anche parte del mondo cattolico e assistenziale non ha ancora metabolizzato fino in fondo il pensiero di Papa Francesco: accoglienza sì, ma accompagnata da una seria politica di integrazione, calibrata sulle capacità di ogni Paese. Perché la sfida vera è proprio quella dell’integrazione, per la quale non si è mai costruita un’articolazione economica, sociale e umana adeguata. Così è più facile abbandonarsi alla demagogia e alla paura, perdendo l’occasione di trasformare chi arriva in Italia e in Europa in un patrimonio — come quello che oggi rappresentano gli italiani perfettamente inseriti all’estero, nei Paesi dove i loro nonni giunsero in fuga dalla fame.

Ritrovare la memoria

La destra strumentalizza il tema con ferocia, ma l’assenza di una risposta credibile da parte di tutti gli altri lascia il campo libero alla irrazionalità e al razzismo. E così, mentre ci indigniamo per i migranti che arrivano, dimentichiamo che la nostra forza storica è stata basata nei secoli proprio dall’incontro, dal viaggio, dalla contaminazione.

L’Italia che respinge tradisce se stessa, tradisce la propria storia e la propria umanità. Ritrovare quella memoria non è solo un atto di compassione verso chi arriva oggi: è un modo per riconoscere chi, noi, siamo davvero.

Giancarlo Infante