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Il pessimismo dell’ottimista informato – di Primo Fonti

Il pessimismo dell’ottimista informato

Non voglio essere né apparire troppo pessimista, ma mi piace ricordare una celebre citazione di origine russa secondo cui il pessimista è spesso un ottimista ben informato.

Lo so che in politica il pessimismo non è di moda, ma ogni tanto dobbiamo pur dirci la verità: il problema italiano è tanto serio quanto sottovalutato. Perché se continuiamo a pensare che si può vivere con l’evasione fiscale, il debito pubblico, i sussidi, senza investimenti, senza distribuire la ricchezza, ci sbagliamo. Ci racconteremmo una favola senza lieto fine.

Alcuni dati aiuteranno a stare con i piedi per terra.

Mentre l’opinione pubblica è concentrata sulla guerra, sull’immigrazione, sulla cronaca nera, si tengono nascosti i disequilibri via via sempre più crescenti nel sistema economico, nelle istituzioni repubblicane, nella società civile.

Sappiamo bene che l’economia di un Paese dipende solo indirettamente da fattori economici, cioè dalle risorse, dall’efficienza e dall’innovazione, ma interagisce con la cultura, le istituzioni, la politica.

Il fallimento del modello neo-liberista

Sul piano culturale, con l’ideologia neo-liberista, ha prevalso un mercato fortemente deregolamentato, che ha sostanzialmente neutralizzato le politiche sociali, in particolare quelle di redistribuzione del reddito. Anche le politiche industriali strutturali sono state, di fatto, azzerate dal modello neo-liberista. Il risultato è stato da un lato il sensibile aumento dei redditi delle élite, e dall’altro l’incremento delle disuguaglianze socio-economiche dei ceti medio-bassi. In questo consiste il fallimento sociale del modello neo-liberista. (cfr. Dipartimento Lavoro, Politica Industriale e Innovazione di INSIEME, in www.insieme-per.it)

Il modello neo-liberista ha pervaso anche l’insieme dei principi e delle norme fondamentali che regolano i rapporti economici tra i cittadini, le imprese e lo Stato. La cosiddetta Costituzione economica (artt. 35–47), fondata sull’equilibrio tra iniziativa privata e intervento pubblico nell’economia (modello misto) e sul principio secondo cui la libertà economica non deve recare danno all’utilità sociale, alla dignità o alla salute umana (limiti sociali), è stata largamente disattesa dalla politica.

Perché l’economia italiana è ferma

Adesso non possiamo meravigliarci se l’economia non è mai andata così male, se è ferma da almeno vent’anni e se il reddito pro capite è uguale a vent’anni fa, ben al di sotto della media europea, con forti differenze territoriali tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno.

Nei conti con l’estero abbiamo un leggero surplus che però non dipende dall’efficienza ma dalle esportazioni, mentre la domanda interna è molto bassa, quindi anche le importazioni sono molto basse.

La disoccupazione è diminuita, ma è aumentata nei settori produttivi, dove si crea ricchezza.

Il debito pubblico (3.150 miliardi) è al 137% sul PIL. Il debito privato è basso (97/98 sul PIL) ma solo perché le imprese hanno investito poco e le famiglie consumano poco.

Il contrasto all’inflazione, esplosa con la crisi energetica (anche qui frutto di miopia politica), ha effetti recessivi: l’inflazione erode salari, pensioni e risparmi.

I motori spenti dell’economia

Perché l’economia italiana è ferma? Perché i tre motori fondamentali sono spenti:

  • l’accumulazione del capitale da destinare agli investimenti produttivi
  • la domanda di beni e servizi
  • di conseguenza la produttività

E poi il beneficio dell’euro è stato dissipato, come pure, così sembra a tutt’oggi, anche quello del PNRR, e le imprese hanno ridotto gli investimenti e non innovano.

Cosa serve davvero

Perché? Perché i profitti erano e sono ancora comunque accessibili senza investire e senza innovare. Se poi aggiungiamo i salari congelati e un’evasione di proporzioni mostruose, si comprende perché non si investe. Perché un imprenditore dovrebbe investire se può fare profitti senza affrontare costi?

Qui i governi, tutti i governi, non hanno fatto quanto l’economia italiana aveva bisogno.

Di che cosa aveva e ha bisogno? (richiamo solo alcuni punti nevralgici che per ragioni di spazio non posso sviluppare)

  • di risanare i conti pubblici
  • di investire in infrastrutture, specialmente nel Sud
  • di modernizzare il diritto dell’economia
  • di imporre ai mercati la concorrenza
  • di redistribuire la ricchezza

Tutto questo non è stato fatto. Grandi investimenti non ci sono stati; la redistribuzione della ricchezza non c’è stata.

La vergogna della povertà

Ma la vera vergogna italiana è la questione della povertà assoluta, nonostante che il patrimonio degli italiani sia stimato tra 10.000 e 11.000 miliardi. Sono sei milioni le persone in povertà assoluta, il 10% della popolazione; di questi, due milioni non possono lavorare perché troppo giovani o troppo anziani; gli altri non sono nelle condizioni di cercare lavoro.

Se vogliamo che l’Italia sia e resti una Repubblica democratica fondata sul lavoro e non sulla rendita, è necessario e urgente un cambio di rotta che vada nella direzione di un nuovo statuto del lavoro e dell’impresa sociale, che delinei le linee generali di un Patto di corresponsabilità. Il patto permetterà di ricondurre gli interessi particolari delle parti entro la cornice dell’interesse generale. Il comune concorso alla definizione di una politica industriale, specie nella ricerca e negli investimenti tecnologici, consentirà di competere nella sfida tecnologica sul piano internazionale. (cfr. Dipartimento Lavoro, Politica Industriale e Innovazione di INSIEME, in www.insieme-per.it)

Primo Fonti

Intervento svolto nel corso del convegno organizzato da “Ora” dal tema: “Quali sono le priorità per far ripartire produttività e redditi degli italiani”