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Il caldo nelle scuole si risolve con … piccoli affari

Dal Ministro Giuseppe Valditara cosa ti puoi aspettare? Domanda che vale, in verità, per tutta la pochezza dei vari ministri di questo Governo.

Le scuole stanno per riaprire, molte delle quali arroventate dal caldo, e la risposta arriva sotto forma di 20 milioni di euro per acquistare apparecchi e dispositivi di raffrescamento. Il Ministro dell’Istruzione ha annunciato lo stanziamento il 1° settembre, proprio mentre l’ennesima ondata di calore si prepara ad accompagnare il ritorno degli studenti nelle aule.

E già sorge una domanda elementare: a quanti plessi scolastici basteranno davvero queste risorse? Secondo vecchie rilevazioni, la situazione era già fortemente squilibrata territorialmente: al Nord circa il 60 per cento delle scuole disponeva almeno di un condizionatore, mentre al Sud si scendeva sotto il 30 per cento. Ma i dati più recenti fotografano una situazione ancora più impressionante: nell’anno scolastico 2024-2025 soltanto il 7,2 per cento degli edifici scolastici censiti risultava dotato di impianti di climatizzazione.

Insomma, i 20 milioni annunciati da Valditara potranno certamente alleviare il caldo in una parte delle aule, ma difficilmente possono rappresentare una risposta alla dimensione del problema. Alcune stime tecniche parlano di una copertura prevista dall’intero stanziamento per poche centinaia di aule interessate, a seconda delle caratteristiche degli edifici e degli impianti necessari.

E poi ci sono i soliti quesiti: come si procederà? Quanto tempo occorrerà per acquistare, installare e rendere funzionanti gli impianti? Quante scuole riusciranno davvero a beneficiarne e quando? Se già a maggio si erano manifestate le prime avvisaglie di un problema che ormai non è più eccezionale, siamo arrivati a settembre per scoprire l’ennesimo El Niño anche in viale Trastevere, dove ha sede il Ministero dell’Istruzione.

L’emergenza che si scopre quando è già arrivata 

Il problema, naturalmente, non è che si comprino i condizionatori. Se nelle aule fa troppo caldo, bisogna garantire condizioni dignitose a studenti, insegnanti e personale scolastico. La questione è quella di come si affronta un’emergenza che ormai non può più essere considerata passeggera. Perché le ondate di calore non sono più un fenomeno straordinario confinato ai mesi estivi. La stagione calda si allunga, le temperature estreme arrivano quando le scuole sono ancora aperte e un patrimonio edilizio in gran parte progettato decenni fa si trova a fare i conti con condizioni climatiche completamente diverse.

E allora, dal ministro Valditara, ci si sarebbe potuto aspettare qualcosa di più di una risposta affidata alla corsa all’acquisto dei condizionatori. Per esempio, un piano organico per adattare gli edifici scolastici al nuovo clima: isolamento termico, schermature solari, ventilazione naturale, alberature, tetti e pareti capaci di ridurre il surriscaldamento, efficientamento energetico. Lo stesso ministro ha annunciato che il Governo sta lavorando a un piano più ampio per l’efficientamento energetico delle scuole. Bene. Ma quando arriverà?

Perché non provare anche strade diverse?

E perché non immaginare, laddove sia possibile, anche soluzioni temporanee e innovative? Esiste già una pedagogia che mette in discussione la centralità dell’aula chiusa e considera l’ambiente esterno parte integrante dell’apprendimento. Di fronte al caldo, invece di pensare soltanto a raffrescare l’aula, perché non pensare anche a ripensare lo spazio della scuola? Non necessariamente tutta la scuola all’aperto, naturalmente. Ma in determinate condizioni climatiche, quando esiste un parco, un giardino, uno spazio verde sicuro e accessibile, alcune attività potrebbero essere svolte fuori dall’edificio. E non sarebbe una soluzione improvvisata per il caldo: avrebbe una precisa dignità pedagogica. E pensare che esiste, proprio al Ministero di Valditara, INDIRE ((Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) ha una specifica linea di ricerca sugli Ambienti di apprendimento “outdoor”. INDIRE considera giardini, parchi, fattorie, boschi e anche spazi urbani come possibili luoghi di apprendimento, non semplicemente come luoghi dove portare occasionalmente i bambini. Ed esiste la Rete nazionale delle “Scuole all’Aperto”, che ha collaborato con INDIRE e con l’Università di Bologna alla realizzazione di progetti di percorsi di didattica all’aperto.

Forse, però, è più comodo, ed opportuno, pensare agli appalti per l’acquisto di un numero insufficiente di condizionatori, piuttosto che inventarsi qualcosa di utile e di interesse per dei giovani studenti. E, infine, perché non tornare a ricorrere, nelle situazioni più estreme, alla didattica a distanza per periodi limitati, come si è fatto durante il Covid?

In ogni caso, una scuola che insegna ai ragazzi a comprendere il mondo dovrebbe saper trasformare anche una difficoltà in una lezione.

Perché non utilizzare proprio l’emergenza climatica per spiegare ai ragazzi che cosa sta accadendo al pianeta? Per parlare del cambiamento climatico, dell’aumento delle temperature, dell’energia che consumiamo, dei comportamenti individuali e collettivi e della necessità di cambiare, insieme alle nostre abitudini, anche modelli economici e produttivi vecchi e nocivi per l’ambiente?

Guardiamo il dito o alla Luna?

Ma figurarsi se questo Governo è capace di una cosa simile, prigioniero com’è, ed umile servitore di un sistema economico vecchio e ormai obsoleto, che continua a scaricare una parte enorme dei propri costi ambientali sulle generazioni future. È molto più facile comprare qualche migliaio di condizionatori e dichiarare che il problema è stato affrontato. È più facile guardare il dito che indica l’emergenza, piuttosto che la Luna che quella emergenza ci sta mostrando.

E quella Luna, questa volta, è una Terra che abbiamo portato a condizioni sempre più difficili da governare, mentre continuiamo a comportarci come se il problema fosse soltanto il caldo dentro un’aula.

Non è il condizionatore che ci serve per salvare la scuola dal clima che cambia. È una politica capace di capire perché quel clima sta cambiando e di preparare il Paese a ciò che ci aspetta.

Altrimenti continueremo a rincorrere il caldo con i condizionatori, il caldo rincorrerà noi e, prima o poi, scopriremo che non basterà più neppure accenderli questi benedetti condizionatori.