CronacaPolitica

I giovani e la lezione dimenticata dell’inclusione – di Tiziana Nesta

Gli episodi che hanno visto protagonisti diversi ragazzi a Milano, poco più che adolescenti, e in alcuni casi quasi dei bambini, ci lasciano addosso una sensazione amara e una profonda inquietudine. Vedere giovanissimi che si organizzano per saccheggiare negozi, devastare arredi urbani e arrivare persino a scagliare sassi e bottiglie contro le forze dell’ordine è un fatto di una gravità inaudita, che non può lasciare spazio a giustificazionismi di sorta.

Davanti a scene del genere la prima reazione, doverosa e sacrosanta, è quella della ferma condanna. Non ci sono scuse che tengano quando si scivola nella violenza gratuita e nel disprezzo delle regole più elementari della convivenza civile. Come ci ricorda d’altronde la nostra stessa Costituzione all’Articolo 27, la responsabilità penale è personale: chi sbaglia e commette un reato deve rispondere delle proprie azioni, anche per tutelare chi quelle strade le vive ogni giorno, chi ci lavora e gli agenti che si trovano a fare da scudo in contesti di totale follia. Rispettare la legalità e garantire la certezza della pena è la base fondamentale su cui si regge qualsiasi comunità e non si può far finta di niente. Superato però il primo e inevitabile momento di sdegno, è impossibile non fermarsi a riflettere e chiederci da dove nasca davvero tutta questa rabbia, perché proprio ragazzi così giovani arrivino a compiere gesti di una tale carica distruttiva.

Che cosa sta succedendo a questa generazione? Quando ci si interroga sulle cause, ci si accorge che il tema dell’inclusione è il grande assente di questo scenario. La nostra Costituzione, all’Articolo 3, affida alla Repubblica il compito solenne di rimuovere quegli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla vita del Paese. Eppure, quello a cui assistiamo oggi è una profonda e cronica mancanza di pari opportunità che genera un’insoddisfazione sorda, legata proprio alla sensazione viscerale di sentirsi ai margini della società. Non si tratta solo di una questione economica, ma di un’emarginazione simbolica e culturale.

Guardando il modo in cui questi “bardasci”, termine ternano per indicare giovani ragazzi, vengono definiti nel dibattito pubblico, salta all’occhio l’uso ormai sistematico ed etichettante di termini come “maranza”. Sentirsi affibbiare questa etichetta non è poi così diverso da ciò che provava un giovane del Sud quando si sentiva dare del “terrone” decenni fa. È un bollino che ti viene appiccicato addosso prima ancora che tu possa dire chi sei, una parola che separa nettamente un “noi” integrato e perbene da un “loro” deviato e indesiderato. Quando la società ti definisce attraverso uno stigma, la reazione di un adolescente vulnerabile spesso non è quella di cercare di integrarsi, ma di rivendicare proprio quel marchio al negativo, trasformando la discriminazione subita in una divisa di appartenenza e la rabbia in una forma di rivalsa.

Per molti di questi ragazzi, il gruppo diventa così l’unico luogo in cui non ci si sente giudicati ma protetti, e la violenza una sorta di linguaggio primordiale per gridare la propria presenza a una città che spesso li percepisce solo come una minaccia o uno sfondo invisibile. A questo si aggiunge la cassa di risonanza dei social media, dove la provocazione diventa un motore potentissimo: sfondare una vetrina o affrontare la polizia non viene più vissuto solo come un reato, ma come un’affermazione d’identità, un modo per ribaltare temporaneamente quei rapporti di forza che nella vita di tutti i giorni li vedono sempre messi da parte.

Rileggendo questa complessa frattura generazionale, tornano in mente le intuizioni di figure che hanno fatto della centralità della persona il cardine del loro pensiero. Penso alle lezioni di Don Luigi Sturzo, che fin dai primi del Novecento insisteva sull’importanza delle comunità locali, delle famiglie e del tessuto sociale come primo vero presidio educativo contro la disgregazione e la devianza. Per Sturzo lo Stato da solo non basta: la risposta al degrado non può essere esclusivamente poliziesca, ma richiede una rete di solidarietà e di partecipazione attiva capace di intercettare i giovani prima che cadano nel vuoto. A questa visione si affiancano i riflessi di un altro grande giurista e statista come Aldo Moro, il quale ricordava che lo Stato democratico non deve mai cedere alla tentazione di trasformarsi in una pura macchina punitiva, ma deve fondarsi su un umanesimo in cui ogni individuo, anche quando sbaglia, rimane prima di tutto una persona da recuperare, evitando che l’ordine pubblico diventi l’unico canale di dialogo tra le istituzioni e le nuove leve.

Proprio in questa grande lezione si ritrova il cuore del nostro dettato costituzionale, laddove lo stesso Articolo 27 sancisce che le pene devono sempre tendere alla rieducazione del condannato. Quando a commettere reati così pesanti sono ragazzini di dodici, quattordici o sedici anni, la sola risposta repressiva rischia di essere cieca se non viene accompagnata da un lavoro parallelo sul piano educativo e riabilitativo.

Mantenere questa doppia linea non significa essere deboli o cedere al perdonismo, ma applicare fino in fondo l’insegnamento di una democrazia matura: punire è indispensabile per far comprendere che ogni azione ha un prezzo e che le regole si rispettano, ma affiancare al rigore percorsi strutturati di recupero, opportunità reali e una presenza costante della comunità sul territorio è l’unico modo per spezzare la catena dell’emarginazione prima che sia troppo tardi.

Tiziana Nesta