Giorgia Meloni perde la scommessa più importante – di Giancarlo Infante

Giorgia Meloni perde la scommessa più importante – di Giancarlo Infante

Un risultato secco che non lascia dubbi. Come già capitato a  Silvio Berlusconi nel 2006, e a Matteo Renzi dieci anni dopo, la “corazzata” elettorale Meloni s’arena sul più bello. E sempre nel tentativo di cambiare la Costituzione. Anche lei ha fatto un azzardo contando su sondaggi e stati d’animo tutti da verificare. Abbandonandosi a comportamenti molto discutibili per una Presidente del Consiglio, come quello di portare la sua maggioranza a chiedere a tambur battente il Referendum in modo da ridurre i tempi entro cui andare alle urne. Ma sono stati tanti i comportamenti discutibili e le dichiarazioni al di sopra delle righe che oggi, a maggior ragione dopo la sconfitta, pesano e resteranno indelebili.

Un segnale trascurato non veniva dai sondaggi, bensì da Polymarket il sito di scommesse che, sulla base delle puntate piazzate, realizza delle previsioni e, ovviamente, regola l’ammontare delle vincite. E queste scommesse erano in netta maggioranza per il No. Senza farci fuorviare da simili riferimenti, nel nostro piccolo abbiamo sempre pensato che gli italiani avrebbero detto No al cambio della Costituzione. Per di più, pensato come era stato pensato da una classe politica molto più screditata rispetto a quella dei magistrati che si voleva colpire.

Il voto ci ha dato l’immagine di una Italia che, con affluenza appena sotto il 60% dei votanti, ha risposto dappertutto – ad eccezione di Lombardia, Veneto, Friuli – con un No. Bruciante l’abbandono del Sud, da sempre  importante serbatoio di voti per la destra. L’onda del “berlusconismo” anti giudici, da lei un tempo non sposato pienamente, non ha retto e Antonio Tajani si deve intestare, anch’egli, una bruciante sconfitta.

Noi ribadiamo che il No andava espresso per il merito di una riforma pasticciata, imposta con imperizia ed arroganza ad un Parlamento che, adesso, vede smentita dagli italiani la maggioranza premiata tre anni e mezzo fa. Il nostro No è stato motivato dall’esame, punto per punto, di un provvedimento (CLICCA QUI) che – a mano a mano che il dibattito si arroventava, ma rivelandosi molto utile per quei non detto, o per quelle cose dette a metà, che in politica rivelano la vera sostanza del contendere – si presentava sempre più come il primo passo per creare spazi più ampi di controllo della magistratura da parte della maggioranza parlamentare pro tempore.

Mai dimenticando il merito, il responso degli italiani non può essere enucleato da un contesto più generale. Il voto massiccio del Sud conferma la tenacia con cui quel contesto si è imposto. Si tratta di un quadro complessivo che ha finito per influire. Forse più tra i votanti che tra i partecipanti al dibattito, il quale non ha fatto sempre onore a loro e a noi che li ascoltavamo. Possiamo dire che si è trattato di un voto politico di condanna per questo Governo. E oltre che al Sud, si trova una forte traccia di ciò nel voto giovanile in grandissima parte diventato un voto negativo per un Esecutivo individuato come del tutto incapace ad affrontare i problemi di questa fascia di società che resta sempre più trascurata e negletta. E sembra che anche le donne abbiano votato più degli uomini per il No. C’entreranno qualcosa il carrello della spesa, l’inflazione reale, lo spostamento di ricchezza a favore dei già agiati?

La “bolla” – e relativo racconto di Giorgia Meloni e di Giancarlo Giorgetti – in cui questo Governo ha volteggiato distante dalle condizioni reali del Paese si è afflosciata e con essa quell’aurea d’invincibilità su cui la Meloni ha lasciato che si scrivessero troppi titoli di giornali.

Il Ministro Nordio ha dovuto prendere atto del responso delle urne e rimettere nel cassetto tutte quelle idee, veramente pericolose, la cui esistenza era stata rivelata da Antonio Tajani, e che prevedevano addirittura la messa sotto il controllo del Governo dell’Autorità giudiziaria. La Presidente del Consiglio, però, deve prendere atto di un qualcosa di più profondo verso cui lei e il Ministro Giorgetti non hanno prestato le attenzioni – e le risorse – necessarie. Contando di compensare queste gravi disattenzioni con fumose iperbole sul Piano Mattei, il legame particolare con Trump e con il ritorno alla centralità dell’Italia nel mondo.

Per Giorgia Meloni si tratta della prima grave sconfitta anche per la sua immagine internazionale. Visto che la grande stampa mondiale non ha mai prestato finora grande attenzione ai fallimenti della politica economica e sociale del Governo e ai brutti segnali d’allarme venuti dalle elezioni regionali più importanti dell’ultimo periodo.

Male fece a mettere sul piatto la posta della riforma costituzionale della Giustizia. Ha presunto troppo di se stessa e della tenuta del suo elettorato su quel tema ancestrale della Costituzione cui gli italiani ancora tengono. A differenza di chi la vuole depotenziare da 80 anni.

Adesso, le sarà davvero difficile provare a raddoppiare con Premierato.  Alla luce del risultato di questo Referendum è del tutto improbabile che s’imbarchi in un’altra avventura simile. Ma così rinunciando resterebbe il paradosso che dei tre pilastri su cui si reggeva la sua maggioranza – Autonomia differenziata alla Lega, la testa dei magistrati a Forza Italia e il surrogato pensato dai suoi del Presidenzialismo – proprio lei non onorerebbe il programma di Fratelli d’Italia.

Le resta la Legge elettorale per provare a tamponare le grandi falle che le segnalano dalla sala macchine. Perché è difficile altrimenti vederla impegnata in un autentico cambio di politica e di squadra di Governo. Così, fallito il suo azzardo più grande si trova di fronte ad una ripida salita, più scivolosa che mai, anche perché sono finiti i soldi del Pnrr.  Mentre anche la politica estera non la aiuta molto in un quadro in cui la tanto vituperata Europa prova a prender le distanze dal suo amico Donald Trump.

Giancarlo Infante