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“E’ l’aratro che traccia il solco …” – di Domenico Galbiati

Tutte le mattine, per raggiungere il mio ufficio, devo passare da Barzanò, comune in Brianza della Provincia di Lecco, dove – poche centinaia di metri dopo il mausoleo che tuttora custodisce le spoglie mortali di Luciano Manara, eroe del Risorgimento, caduto nella difesa della Repubblica Romana – ad una curva che ti costringe a rallentare, fino a sei‑sette anni fa, mi si parava davanti una vecchia cascina agricola – da qualche anno abbattuta a favore di un supermercato – che, sulla parte alta dell’intera parete, a sinistra del portone d’ingresso, riportava – seguita dalla riproduzione dell’autografo di Mussolini – ancora intatta e quasi per nulla sbiadita, la scritta: “È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende”.

Tutto si potrà dire del Duce, ma non che non sapesse scrivere e non fosse un grande giornalista. Forse addirittura un personaggio – e ce ne sono di simili a lui, ma questo è tutt’altro discorso – tradito dalla facilità con cui le parole gli scorrevano sotto la penna. Fu dipinta negli anni Trenta. L’agricoltura non era ancora meccanizzata e la fatica del contadino che reggeva l’aratro non era inferiore a quella del cavallo che lo trainava.

Il lavoro e la forza

Non era ancora guerra, ma bellicismo, educazione, in forma suggestiva e suadente, alle “virtù” della forza e delle armi. La violenza somministrata a dosi omeopatiche e via via crescenti nelle vene degli italiani quasi fosse non un veleno, ma un balsamo. Un balsamo ed, insieme, una fierezza, da esibire con un piglio che facesse tutt’uno con il sudore della fronte. Trainata da quest’ultimo e da un alto sentimento del lavoro, così da intridere, per osmosi, la coscienza degli italiani. Associando al dovere del lavoro il sentimento retorico di una violenza idilliaca e buona, diretta a difendere il patrio suolo.

Il solco ferisce la terra, la spacca in due, rovescia su di sé la zolla, eppure è, nello stesso tempo, simbolo di fertilità, accoglie il seme, lo protegge e lo fa crescere fino alla mietitura. Ci si preparava all’inevitabile conflitto e si voleva scolpire nell’italiano l’“uomo nuovo”, capace, con il ferro e con il fuoco, di domare la storia e volgerla a proprio favore.

Il confine e la diffidenza

Oggi siamo in tutt’altro contesto, eppure ricorrono certe rimembranze. (Detto per inciso, in effetti, a Barzanò, davanti al Municipio, c’è pure tuttora il “Parco delle Rimembranze”, dove ogni albero reca una targa di bronzo a ricordo di un caduto della Grande Guerra).

Anche il “confine” è un solco, una fenditura profonda che divide e contrappone, eppure viene proposto come sigillo, garante della fertilità di un popolo, simbolo e custode della sua irrevocabile identità. Dunque, anch’esso da difendere, se necessario, pure con le armi in mare o con i “respingimenti”. Un discrimine da tracciare moralmente anche nella mente degli italiani, custodito dal sapore acre della diffidenza e dal sospetto ombroso nei confronti di chi, per qualunque motivo, sia “diverso”. Diffidenza, sospetto, sorda ostilità come prodromi di una violenza strisciante e sottile che si vuole alimentare, intimidendolo, nel cuore di un popolo generoso.

Domenico Galbiati