Dopo Ankara: la Nato – di Maurizio Cotta
Nonostante qualche uscita estemporanea di Trump (ma come non aspettarsele?) il vertice della
Nato in Turchia del 7-8 luglio si è concluso abbastanza pacificamente. L’impegno degli stati europei
ad incrementare il proprio contributo alle spese militari dell’alleanza è stato confermato e Il
sostegno alla difesa dell’Ucraina è stato ribadito. Dietro questo quadretto di famiglia, presieduto dal
segretario generale Mark Rutte con l’astuta ed efficace bonomia del gran cerimoniere, non è però
difficile vedere che è iniziata una storia nuova di questa longeva alleanza politico-militare. E che gli
esiti di questa storia sono in corso di definizione e non privi di incertezze. Questo processo di
revisione, che ha comprensibilmente le sue lentezze (mentre si vorrebbe che avvenisse con rapidità
e secondo una visione attentamente meditata) è chiaramente legato a due fattori: da un lato
l’aggressione russa all’Ucraina condotta con il preciso intento di recuperare una parte significativa
del vecchio impero russo e poi sovietico e di riaffermare il ruolo di grande potenza della Russia,
dall’altro il crescente distacco degli Stati Uniti dal quadrante europeo bruscamente accelerato dalla
visione trumpiana di America first.
In questa fase è in gioco un nuovo assetto del continente, oggi profondamente segnato da una
guerra terribile alla quale sarebbe urgente porre fine per cominciare a ricostruire un domani
sperabilmente pacifico. Con il disimpegno americano gli stati europei e l’Unione Europea si trovano
volenti o nolenti caricati di nuove gravi responsabilità. Nuove responsabilità che richiedono
innanzitutto un profondo ripensamento del proprio modo di collocarsi nel sistema internazionale,
e poi una nuova allocazione delle risorse finanziarie e militari e una capacità di coordinare queste
risorse superando i vecchi schemi ai quali per tanti anni ci si era abituati.
Che questa trasformazione sia tutt’altro che facile da realizzare e che nonostante le urgenze del
momento le decisioni fatichino ad essere prese con la rapidità che si vorrebbe non è troppo difficile
da capire quando si tenga presente il quadro che ha preceduto questa nuova fase. La NATO che, per
un numero crescente nel tempo di paesi europei, da quelli dell’Europa occidentale (più alcuni paesi
extraeuropei come il Canada e la Turchia), poi a quelli dell’Europa centro-orientale e da ultimo ai
paesi nordici della Finlandia e della Svezia, è stata fino a ieri il principale garante della loro sicurezza
e ha offerto questo essenziale “servizio” grazie all’impegno militarmente e finanziariamente
predominante degli Stati Uniti. Agli Stati Uniti è andato il comando, agli alleati europei una posizione
di subordinazione ma anche un sostanzioso risparmio sulle spese di difesa.
Questo accordo asimmetrico ha certamente relegato gli stati europei in una posizione di secondo rango nelle
materie di sicurezza e difesa ma ha consentito loro di dirottare maggiori risorse nello sviluppo dei
loro sistemi di protezione sociale: “più burro e meno cannoni”, o per dirla più elegantemente più
welfare e meno warfare. Questo patto, per decenni mai messo veramente in discussione da chi ha
governato, è stato profondamente interiorizzato nella politica democratica nazionale dei paesi
europei che, anche per questo, è stata largamente depurata da enfasi belliciste e revansciste per
rivolgersi invece ai problemi interni (gli esempi forse più chiari di tutti sono quello tedesco o quello
italiano). In questo orientamento verso i problemi interni i paesi europei sono stati aiutati anche
dalla forte spinta alla cooperazione economica e sociale tra stati indotta dal progressivo sviluppo
dell’Unione europea.
Proporre oggi i temi e gli impegni della politica estera e della sicurezza come decisivi e per di più
non facilmente pensabili in chiave nazionale a un pubblico democratico prevalentemente abituato
a demandare questi problemi ad altri è chiaramente una sfida politica di prima grandezza. Per di più
quando gli strumenti istituzionali per gestire questa trasformazione epocale non sono chiari. A quali
soggetti – gli stati nazionali, l’Unione Europea o la Nato – e con quali modalità toccherà assumere le
responsabilità che questa fase richiede? le scelte non sono ovvie né facili. Mentre nella fase passata
era chiaro a chi spettava la direzione del gioco, si apre ora una fase in cui una pluralità di soggetti
possono essere in competizione e le possibilità di risultati poco coerenti e inconcludenti sono
elevate, proprio mentre le sfide sono di grande portata. Passiamo brevemente in rassegna forze e
debolezze di ciascuno di questi soggetti.
Gli stati nazionali europei sono al momento i soggetti che, controllando in misura maggiore
attraverso le proprie storicamente consolidate istituzioni le risorse in materia di difesa e di politica
estera, stanno accrescendo in questa fase in misura significativa (anche se con variazioni importanti
da stato a stato) le dotazioni militari (sia sotto la spinta delle richieste americane che per propria
percezione dei rischi). Ad oggi però i rischi di frammentazione dello spazio europeo (per le disparità
nelle capacità di spesa) e di inefficienze (oltre che di aumenti di spesa) legati al mancato
coordinamento tra le iniziative degli stati sono su questa strada elevati. Per non parlare della
possibilità (da non trascurare mai) dell’insorgere di timori reciproci (il riarmo tedesco…). L’Unione
Europea, con la sua storia di successo nel realizzare una collaborazione strutturata in importanti
settori di policy, rappresenta potenzialmente un importante antidoto ai rischi di frammentazione
ma è ancora debolmente attrezzata per estendere il suo modello ai settori della politica estera e
della sicurezza: in questi campi non ha ancora istituzioni e procedure sufficientemente autorevoli
per gestire le gravi sfide del momento e le sue risorse finanziarie da impiegare sono ad oggi
piuttosto limitate (pur se qualche passo avanti, ad esempio con il programma SAFE, è stato mosso
le discussioni in corso sul bilancio comunitario e sulle possibilità di ricorrere a debito comune non
lasciano presumere a breve cambiamenti significativi).
La NATO infine ha dalla sua una lunga esperienza di coordinamento strategico ed operativo degli
apparati militari dei molti stati che la compongono ma oggi con le incertezze del suo leader storico,
gli Stati Uniti, non ha una adeguata direzione politica e non dispone di risorse proprie significative
(si basa infatti essenzialmente sui contributi degli stati membri).
Che strada intraprendere allora? Poiché l’Unione Europea con il suo “federalismo parziale”
rappresenta al momento il soggetto che più si avvicina alle esigenze di una guida politica dello spazio
europeo, una guida tanto più importante e delicata nel momento in cui si deve combinare
deterrenza e azione diplomatica per costruire dopo la guerra un assetto pacifico e giusto di questo
spazio (anche sperabilmente con una Russia post-putiniana), è fondamentale che lo sviluppo delle
competenze della UE in materia di politica estera e di sicurezza non venga ostacolato da altre
iniziative ma semmai rafforzato (anche attraverso maggiori risorse comuni). Questo non vuol dire
che gli altri soggetti – stati nazionali e Nato – non debbano giocare un ruolo importante in questa
fase. Le loro risorse e il loro consenso le rendono indispensabili per percorrere con successo questo
difficile tragitto ma devono essere in sinergia e non in alternativa con il ruolo della UE.
Gli stati
nazionali continueranno a contribuire con le loro risorse finanziarie, militari e amministrative e con
il loro consenso democratico ma accettando di rinunciare a percorsi solitari e sostenendo il
potenziamento del ruolo della UE, la Nato permettendo che al suo interno il gruppo dei paesi
membri della UE assuma un più pronunciato ruolo di direzione strategica (pur in collaborazione con
i paesi Nato che non ne fanno parte e naturalmente con gli Stati Uniti sempre che riprendano a
rapportarsi in maniera meno conflittuale i partner europei).
Si tratta certo di una strada non facile e che richiede classi dirigenti capaci di vedere i vantaggi della
azione cooperativa rispetto a quella solitaria e competitiva. Ma la speranza di ristabilire un assetto
pacifico e giusto nel continente europeo dovrebbe essere uno stimolo potente per accettare i
sacrifici che questo cammino richiede.
Maurizio Cotta