Crisi dei ceti medi: stipendi e pensioni fermi a vent’anni fa – di Michele Rutigliano
Per capire la crisi dei ceti medi italiani ed europei bisogna tornare indietro di qualche decennio. Per gran parte del secondo dopoguerra il modello europeo si è fondato su un patto sociale preciso: crescita economica, lavoro stabile, salari in aumento, welfare, pensioni e servizi pubblici capaci di garantire una progressiva sicurezza sociale. Chi lavorava poteva ragionevolmente sperare di migliorare la propria condizione e quella dei propri figli.
Quel patto ha cominciato a incrinarsi con la globalizzazione, la deindustrializzazione, la precarizzazione del lavoro e le grandi crisi finanziarie. In Italia il problema è stato aggravato da una produttività stagnante e da una crescita dei salari reali tra le più deboli d’Europa. Poi sono arrivate la pandemia, l’inflazione, lo shock energetico provocato dalla guerra in Ucraina e una nuova stagione di instabilità geopolitica. Il risultato è che lavorare non garantisce più necessariamente quella sicurezza economica che per decenni è stata una delle grandi promesse delle democrazie europee.
Quando lo stipendio non basta più a vivere
L’inchiesta di Repubblica sui “Piccoli salari” sta dando un volto umano a questa trasformazione. Dietro le statistiche ci sono persone che lavorano, pagano le tasse e svolgono professioni spesso indispensabili, ma che raccontano di non riuscire più a mantenere il tenore di vita di qualche anno fa.
È emblematica la testimonianza dell’assistente sociale di un Serd dell’Asl di Bari, che racconta di sentirsi «pagata come vent’anni fa». La stessa sensazione emerge dalla storia di una docente di sostegno con uno stipendio di circa 1.780 euro e due figli adolescenti: il problema non è soltanto arrivare alla fine del mese, ma non poter più affrontare con serenità una spesa imprevista, una riparazione dell’auto, una vacanza o un aiuto ai figli. È qui che comincia l’impoverimento del ceto medio: non necessariamente dalla povertà assoluta, ma dalla perdita progressiva della capacità di scegliere e di progettare il proprio futuro.
Se la crisi del salario diventa crisi della democrazia
È questo il punto politico che non dovrebbe essere eluso. Un salario non misura soltanto il benessere di una persona: misura anche il rapporto di fiducia fra il cittadino e la società nella quale vive. Per decenni il messaggio implicito della democrazia europea è stato: se studi, lavori, rispetti le regole e contribuisci alla comunità, puoi costruire una vita dignitosa e offrire ai tuoi figli opportunità migliori. Oggi, per una parte crescente della popolazione, questa promessa appare molto più incerta.
Quando un lavoratore scopre che il proprio stipendio perde potere d’acquisto mentre aumentano affitto o mutuo, bollette, carburante, alimentari e costi per i figli, non registra soltanto un peggioramento economico. Può maturare la convinzione che il sistema non stia più mantenendo la promessa di mobilità e sicurezza sulla quale aveva costruito la propria fiducia.
Ed è qui che salari e democrazia si incontrano. Se il lavoro non consente più di vivere con dignità, se una pensione dopo una vita di contributi non protegge dalla paura delle spese quotidiane, se una famiglia della classe media deve rinunciare alle cure, alle vacanze o al futuro dei figli, la distanza dalla politica rischia di trasformarsi in sfiducia nelle istituzioni.
Non è difficile allora comprendere perché trovino spazio i movimenti populisti. Essi intercettano una frustrazione reale, anche quando la spiegano attraverso cause discutibili o propongono soluzioni semplicistiche. Il problema non è soltanto ciò che promettono. È il vuoto lasciato da una politica che troppo spesso ha parlato di indicatori macroeconomici senza riuscire a rispondere alla domanda più concreta dei cittadini: “Con il mio lavoro, riesco ancora a vivere dignitosamente?”
Un nuovo patto sociale per difendere la democrazia
Per questo la risposta al populismo non può essere soltanto morale o culturale. Non basta accusare gli elettori di essere arrabbiati, impauriti o disinformati. Bisogna interrogarsi sulle ragioni della loro insicurezza.
La politica italiana ed europea deve riportare al centro il potere d’acquisto dei salari e delle pensioni, il rinnovo dei contratti, una fiscalità meno penalizzante sul lavoro, il costo della casa, i servizi pubblici e una politica energetica capace di ridurre la vulnerabilità delle famiglie agli shock internazionali.
L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente aumentare il numero degli occupati, ma fare in modo che il lavoro torni a essere uno strumento di autonomia, dignità e sicurezza. Perché una democrazia non vive soltanto di elezioni, Parlamento e libertà politiche. Vive anche della convinzione quotidiana dei cittadini che il sistema nel quale abitano offra loro una possibilità concreta di costruire il futuro. Se questa convinzione si spezza, la crisi economica diventa crisi sociale; la crisi sociale diventa crisi di fiducia; e la crisi di fiducia può trasformarsi in crisi democratica.
Ecco perché la questione dei salari non è una rivendicazione sindacale tra le tante. È una questione politica di prima grandezza. Difendere il ceto medio significa anche difendere uno dei pilastri della democrazia europea. Perché quando una persona non riesce più a vivere dignitosamente del proprio lavoro, non perde soltanto potere d’acquisto: perde fiducia nel futuro, perché la politica e le istituzioni appaiono sempre più incapaci di costruirlo.
Michele Rutigliano