Cisgiordania: la colonizzazione che ricorda i peggiori regimi
Negli ultimi mesi, la Cisgiordania è diventata il teatro di una nuova accelerazione nella politica di insediamento israeliana. Le organizzazioni internazionali parlano apertamente di annessione de facto, mentre sul terreno si moltiplicano confische, demolizioni e violenze contro la popolazione palestinese. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), la situazione è ormai “irreversibilmente frammentata”.
Espansione e violenze: i dati OCHA
Le cifre pubblicate da OCHA (Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari nei suoi bollettini del 2026) sono inequivocabili:
- Nel rapporto West Bank Humanitarian Snapshot – Giugno 2026, OCHA documenta oltre 1 000 episodi di violenza da parte di coloni dall’inizio dell’anno, con più di 500 palestinesi feriti e circa 1 200 ettari di terra palestinese confiscati per “scopi militari” o “sicurezza”.
- Nell’aggiornamento Demolitions and Displacement in the West Bank – Luglio 2026, l’ONU segnala più di 400 strutture palestinesi demolite nei primi sei mesi del 2026, di cui il 30% in aree dichiarate “zone di addestramento militare”.
- OCHA avverte che l’espansione degli insediamenti “compromette la possibilità di uno Stato palestinese indipendente”, poiché crea un mosaico di enclavi separate e impossibili da collegare.
Questi dati confermano ciò che le comunità palestinesi denunciano da anni: la colonizzazione non è un fenomeno spontaneo, ma una strategia pianificata, sostenuta da infrastrutture militari e da un sistema legale che discrimina sistematicamente i palestinesi.
Amnesty International: un sistema di apartheid e annessione permanente
Amnesty International, nel suo rapporto aggiornato Israel’s Apartheid Against Palestinians: Cruel System of Domination and Crime Against Humanity (2026), afferma che le politiche israeliane in Cisgiordania costituiscono “un regime di apartheid” basato su:
- esproprio sistematico delle terre,
- trasferimento forzato delle comunità palestinesi,
- impunità garantita ai coloni,
- discriminazione legale e amministrativa.
Nel Brief – West Bank Settlements Expansion (Giugno 2026), Amnesty denuncia la creazione di 22 nuovi avamposti illegali e la “legalizzazione retroattiva” di altri 9, spesso accompagnati da copertura militare diretta. L’organizzazione conclude che “l’occupazione si è trasformata in annessione permanente”, chiedendo ai governi occidentali di sospendere la cooperazione militare e tecnologica con Israele finché non verranno rispettate le risoluzioni ONU.
Una “nazificazione” del territorio: memoria tradita
Il termine è duro, ma inevitabile: ciò che accade in Cisgiordania è una nazificazione del territorio palestinese, una sistematica sostituzione demografica e territoriale che ricorda i peggiori regimi del Novecento. La logica è la stessa: espropriare, espellere, sostituire.
Che questa dinamica sia portata avanti da chi ha vissuto sulla propria pelle la tragedia della persecuzione rende il quadro ancora più drammatico. La memoria storica non può essere usata come scudo per ripetere l’ingiustizia.
Il silenzio occidentale: complicità
Mentre OCHA e Amnesty pubblicano dati sempre più allarmanti, i governi occidentali continuano a tacere. L’Unione Europea si limita a “esprimere preoccupazione”, gli Stati Uniti parlano di “moderazione”, e nessuno mette in discussione gli accordi commerciali o la cooperazione militare con Israele.
Questo silenzio pesa come una connivenza politica: la colonizzazione avanza perché chi potrebbe fermarla preferisce non vedere.
Conclusione
La Cisgiordania è oggi un laboratorio di apartheid e di appropriazione sistematica. Le fonti ONU e Amnesty lo dicono chiaramente: siamo davanti a una annessione permanente, mascherata da sicurezza. Chiamarla “nazificazione” non è un eccesso retorico, ma un modo per ricordare che la memoria non può essere selettiva, e che la giustizia non può essere sacrificata sull’altare della geopolitica.