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“Mein Kampf al contrario”: la condanna degli ex generali israeliani della pulizia etnica in Cisgiordania:

Un’inchiesta  del New York Times rende noto che alcuni ex generali e alti esponenti dell’apparato di sicurezza, che per tutta la vita hanno combattuto per Israele e in passato hanno sostenuto l’occupazione della Cisgiordania, stanno ora denunciando apertamente ciò che sta accadendo nei territori occupati.

Al centro dell’inchiesta c’è il generale maggiore Eyal Ben-Reuven, veterano delle guerre israeliane, che negli ultimi mesi è tornato in Cisgiordania insieme ad altri ex comandanti. Dopo aver visto villaggi palestinesi devastati e ascoltato le testimonianze di contadini e pastori aggrediti dai coloni, la sua valutazione è diventata radicale: la violenza dei coloni rappresenterebbe oggi una minaccia per Israele persino più grave di quelle provenienti dall’Iran, da Gaza o dal Libano.

Non è una posizione isolata. L’ex generale Ephraim Sneh parla esplicitamente di “pulizia etnica”, mentre l’ex generale dell’Aeronautica Asaf Agmon sostiene che il tentativo di cancellare la presenza palestinese da vaste parti della Cisgiordania richiami, pur con tutte le differenze di scala, esperienze storiche che per gli israeliani hanno un significato drammatico.

Il giornale ha seguito questi ex militari durante una visita organizzata dal generale in pensione Yaakov Or, che da oltre un anno porta in Cisgiordania personalità israeliane – militari, uomini dell’intelligence, magistrati, diplomatici, economisti – perché vedano direttamente ciò che sta accadendo. Sono già più di 250 le persone che hanno partecipato a queste visite. L’obiettivo di Or è mostrare quella che considera una trasformazione sistematica del territorio: nuovi avamposti, recinzioni, espansione degli insediamenti e progressiva riduzione degli spazi nei quali le comunità palestinesi possono vivere e accedere alle proprie terre.

La questione diventa ancora più significativa perché queste accuse provengono da persone che non possono essere facilmente liquidate come avversari ideologici di Israele. Sono uomini che hanno occupato posizioni di grande responsabilità nell’esercito, nei servizi di sicurezza e nelle istituzioni dello Stato. Tra loro c’è anche Moshe Ya’alon, già capo di stato maggiore dell’esercito e ministro della Difesa di Netanyahu, che ha paragonato l’ideologia degli estremisti dei coloni a quella della Germania nazista, parlando provocatoriamente di una sorta di “Mein Kampf al contrario”.

Il quadro descritto dal NYT è quello di una Cisgiordania sempre più violenta, dove dopo il 7 ottobre 2023 oltre 1.100 palestinesi sono stati uccisi, la grande maggioranza dalle forze israeliane, mentre 67 israeliani sono stati uccisi da palestinesi. Parallelamente, gli attacchi dei coloni – uccisioni, incendi, saccheggi e aggressioni – continuano, mentre alcune comunità palestinesi sono state progressivamente costrette ad abbandonare le proprie case.

Particolarmente forte è la vicenda di Hamamat al-Maleh, nella Valle del Giordano: una comunità palestinese progressivamente svuotata dalle incursioni dei coloni. La scuola costruita con fondi dei donatori è stata prima abbandonata dagli studenti e poi, secondo testimoni e attivisti, demolita con un bulldozer. Quando gli ex generali arrivano sul posto, trovano praticamente una comunità cancellata.

Il punto politico dell’articolo è dunque molto forte: la frattura non passa più soltanto tra israeliani e palestinesi, ma comincia a manifestarsi dentro lo stesso establishment israeliano. Alcuni degli uomini che hanno contribuito a costruire e difendere il sistema di sicurezza israeliano sostengono oggi che la violenza dei coloni e l’espansione degli insediamenti stiano diventando una minaccia per il futuro stesso del Paese.

E il governo Netanyahu si trova sempre più sotto pressione. Netanyahu ha recentemente condannato gli attacchi dei coloni come “atti criminali”, sostenendo che danneggiano Israele e la sua posizione internazionale; l’esercito, dal canto suo, nega di sostenere la violenza dei gruppi estremisti. Ma secondo gli ex generali, la politica governativa di sostegno a nuovi avamposti e insediamenti contribuisce ad alimentare proprio quella situazione che ora essi denunciano.

Ancora una volta sono  ex generali, ex ministri, uomini dell’intelligence e diplomatici israeliani che oggi arrivano a sostenere che ciò che sta accadendo nei territori occupati rischia di trasformarsi da strumento della sicurezza israeliana in una minaccia per Israele stesso.