Dalla Laudato si’ a Leone XIV: la fede alla prova della crisi climatica – di mons MichelePennisi

Dalla Laudato si’ a Leone XIV: la fede alla prova della crisi climatica – di mons MichelePennisi

Nel Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, Leone XIV ha scritto parole di rara intensità, affermando che la giustizia ambientale non può più restare un concetto astratto, ma deve tradursi in azione concreta, poiché essa coinvolge simultaneamente la dimensione sociale, economica e antropologica dell’esistenza umana. Dove i più fragili subiscono per primi gli effetti devastanti del cambiamento climatico, lì la cura del creato diventa questione di fede e di umanità. Le sfide del nostro tempo non si affrontano con risposte settoriali, ma con uno sguardo capace di abbracciare la complessità del reale.

Quando Francesco consegnò alla Chiesa e al mondo l’enciclica Laudato si’, nel maggio del 2015, molti colsero subito la portata rivoluzionaria di quel documento. Non si trattava, come qualcuno frettolosamente suppose, di una sorta di manifesto ambientalista in veste ecclesiastica. Era, piuttosto, una riflessione profonda e articolata sull’intreccio indissolubile tra crisi ambientale, crisi sociale e crisi spirituale. Francesco chiamò tutto questo con un’espressione destinata a divenire categoria di pensiero: ecologia integrale. L’aggettivo «integrale» non è decorativo. Porta con sé un’esigenza radicale: quella di superare le visioni frammentate che separano l’economia dall’etica, la tecnologia dalla responsabilità, lo sviluppo dalla giustizia. L’ecologia integrale afferma che la Terra non è un magazzino di risorse da saccheggiare, né un problema tecnico da risolvere con algoritmi sempre più sofisticati. È la casa comune dell’umanità, e la sua custodia chiama in causa ogni dimensione dell’esperienza umana: dalla scienza alla contemplazione, dall’economia alla preghiera. Sarebbe però riduttivo pensare che l’ecologia integrale sia nata dal nulla nel 2015. La riflessione della Chiesa sulla relazione tra persona umana, comunità e creato ha radici ben più antiche. Per certi aspetti, essa affonda nel solco della grande tradizione monastica benedettina, quell’ora, labora et lege che per secoli ha custodito non soltanto la fede, ma anche la terra, i saperi, l’agricoltura, la bellezza del paesaggio. Nel Magistero sociale moderno, il primo grande passo fu compiuto da Leone XIII con la Rerum Novarum del 1891. Quell’enciclica, concepita nel pieno della rivoluzione industriale, denunciava lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo e poneva le basi per una riflessione sistematica sulla dignità del lavoro, sulla destinazione universale dei beni e sulla responsabilità dei governi nei confronti dei più deboli. Già allora, sebbene con un linguaggio diverso, emergeva la consapevolezza che lo sfruttamento incontrollato delle risorse — comprese quelle umane — produce ferite profonde nel tessuto della convivenza civile.

Da Leone XIII a Pio XI, da Giovanni XXIII a Paolo VI, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, ogni Pontefice ha aggiunto un tassello a quel mosaico che oggi chiamiamo Dottrina sociale della Chiesa. Papa Francesco, con la Laudato si’ e poi con l’esortazione Laudate Deum del 2023, ha portato quel mosaico alla sua composizione più compiuta. Mostrando come la questione ecologica non sia un capitolo aggiuntivo della dottrina sociale, bensì ne rappresenti la sintesi più alta e urgente. Lungo questa traiettoria di pensiero e di impegno pastorale, si inserisce oggi con forza il magistero di Leone XIV. Fin dai primi mesi del suo pontificato, ha dato prova di una sensibilità acuta per i temi della custodia del creato, maturata negli anni del suo ministero in America Latina, dove ha toccato con mano le ferite dell’ambiente e le sofferenze delle comunità più vulnerabili.