Ayatollah e Grand Ayatollah: tra autorità e legittimazione – di Edoardo Almagià
Alla luce degli avvenimenti tutt’ora in corso che stanno contribuendo a destabilizzare una regione già di per sé notevolmente complessa, penso sia utile dedicare alcuni articoli per aprite uno spiraglio su di un sistema di governo unico al mondo. Servirà a meglio comprendere cosa sia l’odierna Repubblica Islamica iraniana e fino a che punto una serie di eventi siano in grado di sconfiggere un’idea.
Ayatollah e Grand Ayatollah sono qualifiche particolari di quel ramo di Islam chiamato sciita nato in opposizione all’ortodossia sunnita. Gli sciiti respingono i tre primi Califfi, riconoscendo invece Alì, genero di Maometto in quanto sposato con sua figlia Fatima ed i suoi discendenti, come soli e legittimi successori del Profeta.
L’origine di questa setta risale all’uccisione di Alì e all’usurpazione dei Califfi Ommayadi che nel 659 esclusero dalla successione i discendenti suoi e di sua moglie Fatima. Suo figlio al-Husayn insorse contro gli Ommayadi per dirigersi verso Kufa, nella quale i suoi sostenitori intendevano proclamarlo Califfo. Raggiunto a Kerbala dalle truppe di Yazid, egli non accettò di arrendersi e morì trafitto da una pioggia di frecce. Al-Husayn è oggi commemorato e venerato come un martire e considerato il solo Califfo legittimo a seguito della morte di suo fratello Hassan, avvenuta alcuni anni prima.
Oggi il gruppo sciita più diffuso è quello imamita, prevalente in Iran. A seguito della scomparsa di Alì questo ramo accetta altri 12 Imam, di cui l’ultimo sarebbe morto bambino, ma che vivrebbe tutt’ora nascosto per ricomparire alla fine dei tempi e ristabilire il Regno della Giustizia.
Nel lessico politico e religioso contemporaneo, pochi termini sono stati caricati di un peso simbolico quanto quello di ayatollah. E ancora meno sono stati compresi nella loro reale struttura interna. Nel dibattito pubblico globale — spesso semplificato, talvolta distorto — “ayatollah” è diventato sinonimo di guida religiosa suprema, di potere teocratico, di autorità assoluta. Ma dietro questa parola si nasconde un sistema di formazione lungo, rigoroso e altamente selettivo, che culmina in una distinzione ulteriore e decisiva: quella tra ayatollah e grand ayatollah, o ayatollah al-uzma, il “grande segno di Dio”.
Comprendere questa differenza significa entrare nel cuore della formazione clericale sciita, nelle sue scuole — le hawza — e nel percorso accademico e spirituale che trasforma uno studioso in giurista, e poi eventualmente in riferimento religioso per milioni di fedeli.
Il punto di partenza del percorso comincia nelle scuole religiose sciite, le hawza ‘ilmiyya, presenti soprattutto a Qom in Iran e a Najaf in Iraq. Qui lo studente — spesso ancora adolescente — intraprende un cammino che può durare anche due o tre decenni, quindi un lungo cammino del sapere. Non si tratta di un semplice studio teologico. Il curriculum comprende: giurisprudenza islamica (fiqh); principi della giurisprudenza (usul al-fiqh); logica; filosofia islamica; esegesi coranica; diritto applicato e metodologia del ragionamento religioso.
Il punto di arrivo di questo percorso è il riconoscimento del titolo di mujtahid, ovvero colui che ha raggiunto la capacità di interpretare autonomamente le fonti religiose e derivarne norme giuridiche. Ma essere mujtahid non significa ancora essere ayatollah. Manca infatti ancora il riconoscimento della competenza.
Il titolo di ayatollah non è un diploma formale standardizzato, ma un riconoscimento progressivo. In passato era riservato a pochi studiosi di altissimo livello; oggi, soprattutto dopo la rivoluzione iraniana del 1979, il suo uso si è ampliato.
Come emerge dalle fonti classiche e contemporanee, un ayatollah è un giurista religioso che ha completato gli studi avanzati nella hawza, ottenuto il riconoscimento dei propri maestri e pari ed è considerato capace di emettere interpretazioni giuridiche indipendenti. Egli spesso insegna a sua volta ad altri studenti avanzati. In altre parole, l’ayatollah è già una figura di autorità intellettuale e religiosa, ma non necessariamente una guida seguita dalla comunità nel senso più ampio del termine. Può essere paragonato a un grande professore o giurista: autorevole, rispettato, ma non automaticamente “seguito” dai fedeli.
Il passaggio successivo a Grand Ayatollah non è una promozione formale, ma un salto di natura diversa: insieme teologico, sociale e politico. Solo alcuni ayatollah diventano grand ayatollah (ayatollah al-uzma). Questo avviene quando si verifica una condizione fondamentale: il riconoscimento come marjaʿ al-taqlid, ovvero “fonte di emulazione”. Qui avviene il grande salto, la trasformazione decisiva.
Un grand ayatollah è un religioso che ha raggiunto il massimo livello di ijtihad, interpretazione autonoma delle fonti; ha pubblicato una risala ‘amaliyya, un trattato di diritto pratico con le proprie sentenze religiose; è riconosciuto come guida da una comunità significativa di fedeli e diventa punto di riferimento per la pratica religiosa quotidiana. Non è dunque più soltanto uno studioso: diventa una autorità normativa vivente, alla quale i credenti si rivolgono per sapere come comportarsi nella vita quotidiana. È qui che la gerarchia cambia natura e che dall’erudizione passa alla leadership religiosa.
La distinzione tra ayatollah e grand ayatollah non è solo quantitativa, ma anche qualitativa. Si tratta di una differenza sostanziale. L’ayatollah è giurista qualificato, interprete del diritto islamico e un maestro riconosciuto. Il grand ayatollah è invece un marjaʿ, cioè una “fonte di imitazione”, una guida seguita da milioni di fedeli ed un’autorità che produce norme religiose vincolanti per chi lo segue. In sintesi: l’ayatollah rappresenta il sapere religioso il grand ayatollah rappresenta l’autorità religiosa riconosciuta e seguita dall’intera comunità.
Uno degli elementi più fraintesi è che questa gerarchia non funziona come un sistema burocratico o accademico occidentale. Non esiste un concorso con esame finale per diventare ayatollah o grand ayatollah. Il sistema è basato su tre elementi: competenza scientifica riconosciuta, consenso tra pari, accettazione da parte della comunità dei fedeli. Come sottolineano gli studi sulla struttura sciita contemporanea, il titolo di grand ayatollah è quindi il risultato di un processo di riconoscimento collettivo più che di una nomina ufficiale. È un sistema in cui il sapere non basta: deve essere riconosciuto.
Resta il fattore della dimensione politica, ossia di quando il sapere diventa potere. Nella teoria sciita classica, il ruolo del religioso è distinto da quello del governante. Ma nella pratica contemporanea, soprattutto in Iran e in parte in Iraq e Libano, questa distinzione si è progressivamente intrecciata con la dimensione politica. Il grand ayatollah non è soltanto una guida spirituale, è anche un attore pubblico, capace di influenzare scelte politiche, sociali e istituzionali. L’ayatollah, invece, può restare una figura prevalentemente accademica o locale. La differenza, quindi, non è solo religiosa: è anche di impatto sociale e politico.
In conclusione, si hanno due livelli della stessa autorità: la distinzione tra ayatollah e grand ayatollah non è solo una scala di prestigio lineare, ma include anche la separazione tra due mondi: il mondo della formazione e dell’interpretazione e il mondo della guida e dell’emulazione. Il primo produce conoscenza, il secondo orientamento. E’ in questa transizione — lenta, incerta, profondamente umana — che si gioca una delle caratteristiche più peculiari dello sciismo contemporaneo: l’idea che l’autorità religiosa non sia imposta dall’alto, ma costruita nel tempo, attraverso studio, riconoscimento e fiducia.
In ultima analisi, la differenza tra ayatollah e grand ayatollah è tutta qui: non tanto nel sapere in sé, ma nel fatto che quell’esperienza e sapere vengano scelti come guida.
Edoardo Almagià









