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L’INTERVISTA/ RITA GENOVESI UNA CORAGGIOSA EDITRICE ABRUZZESE

L’INTERVISTA/ RITA GENOVESI UNA CORAGGIOSA EDITRICE ABRUZZESE

Non é proprio un mestiere facile quello dell’editore. In questo caso dell’editrice perché parliamo di Rita Genovesi. Una “vulcanica” imprenditrice  che ha deciso di unire, assieme, la passione per la letteratura con la sfida dell’impresa. Per rendere l’impegno ancora più eccitante , ha deciso di aprire la sua casa editrice “Treditre editori” ad Avezzano. Sfata il mito che per fare cultura si debba solo guardare a Milano o a Roma.

Cosa significa aprire una casa editrice e. soprattutto, avviarla in una realtà di provincia:

“Aprire una qualsiasi attività,  oggi, è sicuramente un salto nel vuoto. Per una casa editrice come  per un’officina meccanica, o un supermercato. Le maggiori difficoltà,  per l’editore che non chiede  contributi  all’autore, sta nel reperire il libro giusto. Quello che, scritto bene, riesce a raccontare una storia capace di prendere il lettore. Gli “editografi”, come li chiamo io,  cioè gli editori  che si limitano a stampare il “manoscritto” e a farselo pagare per intero o sotto forma di acquisto di libri da parte dell’autore, hanno sicuramente vita più facile.  Gestire questa attività in una realtà di provincia significa, poi, anche vedersi sommersi di manoscritti e “file” da amici, dai figli di amici, dagli amici di figli. Tutti una storia fantastica che non può non essere pubblicata. Diventa, allora, veramente difficile spiegare che, comunque, un editore è un imprenditore costretto a sostenere un mare di spese. Non é sempre un ricco mecenate, per di più amico loro….Nel momento stesso in cui un piccolo editore come me decide di premiare uno scrittore facendogli un contratto di edizione,  lo scrittore  realizza un sogno. L’editore, però, smette di dormire…”

La cultura “dominante” in Italia sembra essere legata, si potrebbe dire, persino, condizionata da Milano e da Roma. Due importanti poli metropolitani che, però sommati assieme non raggiungono neppure il 10 per cento della popolazione italiana. Una persona come te avverte questa dissociazione? A tuo avviso quali conseguenze ciò comporta per la nascita di un’autentica cultura “popolare”?

“La cultura è  cultura ovunque. Anche se chi ne fruisce e chi la fa si trovano in luoghi e/o tempi ‘culturalmente diversi’. Magari , la sua diffusione potrebbe essere penalizzata da una posizione geografica più o meno lontana dai grandi poli, ma io, francamente questa dissociazione non la vedo e non la vivo. Per questo trovo la seconda parte della tua domanda abbastanza complicata.  Bisognerebbe addentrarsi nel significato di cultura popolare: cultura che appartiene al popolo? che viene dal popolo? che è per il popolo? O contrapposta alla cultura influenzata dalla classe dominate? La cultura in genere è sicuramente  influenzata dalla strategia con cui i nostri governanti continuano a ridurre le risorse ad essa destinate e/o a permettere che ciò accada”.

scaffale libri

Quali tipi di libri intendi valorizzare, e perchè?

“Sicuramente narrativa, poesia e Comics. Mi piace molto la narrativa. Un autore di talento riesce a portarti dentro la storia che racconta e a farti vivere le emozioni dei protagonisti lasciando anche spazio alla tua immaginazione. La poesia perché mi piace leggerla e mi piace scriverla. (Lei non lo dice, ma ha ricevuto più di un gratificante riconoscimento per le sue poesie, nda).  È, però,  veramente difficile, fra quelle che arrivano sulla mia mail, trovarne di emozionanti. Che non siano banali, superficiali o semplici resoconti di ministorie personali scritte da presuntuosi egocentrici privi anche delle più semplici nozioni di grammatica italiana. Mi aspetto soddisfazioni anche dai fumetti. Sbirciando sui “social networks” trovo  dei lavori incredibili. Mi accorgo che ci sono dei veri talenti, la cui prima dote è l’umiltà, poi tanta sagacia, perspicacia e, soprattutto, un contatto diretto con la realtà che questi artisti, con una satira pungente e allo stesso tempo divertente, sanno ben descrivere”.

Come valuti le auto pubblicazioni che oggi possono contare anche su nuovi strumenti via Internet? A tuo avviso sono utili ed efficaci? Oppure é sempre necessaria la “mediazione” di un editore?

“Possono essere un ottimo mezzo per un autore per uscire fuori dall’anonimato e farsi conoscere su di una larga scala. In genere,  l’auto pubblicazione è sempre l’ultima spiaggia. Ci si arriva dopo che il proprio lavoro è stato inviato,  invano, a decine di editori  i quali, la maggior parte delle volte nemmeno lo leggono, figurarsi se rispondono. Quando lo fanno è per chiedere un lauto contributo. A quel punto è sicuramente meglio far da sé. Io, per principio, non cestino mai i manoscritti che mi arrivano. Mi impongo di leggere almeno 20 pagine. Se le supero senza accorgermene passo il “manoscritto” al comitato di lettura per una valutazione più approfondita. Se ci arrivo con sofferenza, comunque, in ogni caso mando una risposta all’autore. se negativa, mi limito a dire che non rientra fra quelli che ci piacerebbe pubblicare. La mediazione di un editore non è indispensabile per la pubblicazione. Rappresenta una certificazione di qualità nel momento in cui l’editore stesso sia di riconosciuta qualità. In questo caso,  la mediazione è quasi sempre propedeutica al successo”.

Entrare in libreria oggi significa più che mai perdersi in un “mare” di proposte. Alla fine,  vincono i prodotti che possono accedere ai grandi circuiti della comunicazione, della pubblicità ed ottenere l’appoggio dei grandi gruppi di interesse. Cosa potrebbe essere fatto per modificare questa situazione?

“Purtroppo é sicuramente vero: sì, le più visibili sono quelle opere che, presenti ovunque, in spazi fisici o virtuali, attirano maggiormente l’attenzione del lettore. Oppure, anche del semplice cliente alla ricerca di un regalo da fare. Se comunicazione e marketing possono essere prerogativa esclusiva dell’editore, per la distribuzione si potrebbe/dovrebbe pensare anche ad un aiuto pubblico.  Lo Stato, per esempio,  per aumentare la diffusione dei libri pubblicati anche dai piccoli editori, potrebbe farsi  carico, almeno in parte, delle spese di distribuzione. Queste arrivano ad incidere fino al 55 per cento del prezzo di copertina. Eventualmente, si potrebbe pensare ad una struttura pubblica  di distribuzione nazionale.

treditre editori

Magari, prevedendo una certa soglia di fatturato, superata la quale si perde il diritto all’aiuto pubblico e si deve tornare a contare solamente sulle proprie forze. Per evitare che si pubblichi di tutto contando solo sull’incentivo, senza alcuna cura cioé sia dei contenuti, sia del mercato   si potrebbe legare il secondo eventuale contributo alla vendita del libro precedente che diventa così il “termometro” della capacità dell’editore di scovare un talento. Se, nonostante una distribuzione più o meno capillare e una discreta pubblicità, il libro resta sugli scaffali, significa che il libro non vale granché  e che, quindi,  l’editore non è in grado di fare  quello che io credo debba essere il suo vero lavoro più importante, anche nei confronti della collettività: scovare talenti”.

Intervista di Giancarlo Infante