CronacaPolitica

Lo scisma lefebvriano e la politica -di Giancarlo Infante

Lo scisma dei lefebvriani, rilanciato ciclicamente come se fosse una continua minaccia per la Chiesa cattolica, in realtà non significa molto di originale. È un fenomeno che nasce contro il Concilio Vaticano II, e non è un caso che la risposta più dura nel corso del tempo sia arrivata da Giovanni Paolo II, il Papa che con la scelta del nome stesso — omaggio diretto a Giovanni XXIII e Paolo VI — ribadì la scelta irrevocabile per il rinnovamento conciliare.

I lefebvriani cercano nel passato la soluzione dei problemi della Chiesa immersa nel mondo moderno. Si rifugiano in una visione rigida, soprattutto sul piano delle cerimonie esteriori, come se la forma potesse sostituire la sostanza. Ma la Chiesa, oggi, ha bisogno esattamente del contrario: una comunità in cammino, sinodale e non verticistica, accogliente e capace di leggere la complessità del mondo con gli occhiali della fraternità, della solidarietà e della vicinanza agli ultimi. È ciò che ha ricordato con forza Papa Francesco, e che Leone XIV ha confermato senza deviare di un millimetro.

Con Benedetto XVI c’era stata una sorta di tregua, anche perché il papa tedesco aveva concesso ai lefebvriani la possibilità di celebrare in latino. Ma quella apertura non ha mai significato una condivisione della loro visione teologica o ecclesiale: era un tentativo di ricomporre, non di legittimare.

Oggi i lefebvriani tornano alla carica con Leone XIV. Perché proprio ora? Forse perché hanno capito che il Papa “americano” non arretra rispetto alla linea di Papa Francesco. Cioè quella che persegue l’idea di una Chiesa che non si chiude, che non si difende dal mondo attaccandolo, che non si rifugia nella nostalgia, ma che si espone, si sporca le mani, si fa prossima. E in un contesto in cui i cristiani più tradizionalisti trovano sponda, sostegno e finanziamenti in organizzazioni politiche di destra, lo scisma lefebvriano diventa un utile strumento mediatico: quattro gatti, ma capaci di generare rumore.

In questo quadro può essere collocata anche la forte tensione tra Trump e Leone XIV? Una rottura radicale tra una visione politica identitaria e una visione cristiana che non accetta di essere arruolata. I lefebvriani, rilanciando la loro opposizione, cercano di inserirsi in questa faglia, sperando di indebolire la Chiesa di Roma agli occhi dell’opinione pubblica?

Ma forse hanno trovato l’uomo sbagliato con cui confrontarsi. Leone XIV è un agostiniano, già Provinciale degli agostiniani: conosce bene, dunque, cosa significhi combattere scismi ed eresie. E soprattutto sa che la forza della Chiesa non sta nella rigidità, nel rinchiudersi nel proprio “supponente” fortilizio, ma nella capacità di abitare il tempo presente senza paura, con quella “inquietudine buona” che Sant’Agostino considerava il motore della ricerca della verità e della felicità.

Lo scisma lefebvriano, alla fine, resta ciò che è sempre stato: un rumore di fondo, amplificato dai media, ma incapace di scalfire la traiettoria della Chiesa cattolica, che da Giovanni XXIII a Francesco e Leone XIV continua a camminare nella direzione indicata dal Concilio: apertura, dialogo, fraternità.

I movimenti cattolici tradizionalisti — lefebvriani, gruppi sedevacantisti, associazioni identitarie cristiane — non sono solo fenomeni ecclesiali. Negli ultimi vent’anni sono diventati attori politici, spesso collegati a  fondazioni conservatrici, a think tank di destra, a reti internazionali anti‑globaliste, a movimenti identitari europei e americani, da cui ricevono ingenti finanziamenti. E che, come confermano i file di Jeffrey Epstein – in cui è incappato anche uno dei leader cattolici dei Maga (Make America Great Again), quello Steve Bannon ex consigliere di Donald Trump – hanno provato ad impegnarsi contro Papa Francesco cercando la sponda anche con il pedofilo e supposto agente del Mossad israeliano (CLICCA QUI).

L’obiettivo non è solo liturgico o dottrinale: è culturale e politico. Cercando di proporre una visione del cristianesimo come baluardo identitario, contrapposto alla modernità, alla globalizzazione, al pluralismo. In questo senso, la loro battaglia contro il Concilio Vaticano II è anche una battaglia contro una certa idea di società.

La sponda nella destra politica

I movimenti tradizionalisti trovano sostegno in settori della destra anche in Italia perché propongono un’idea di ordine, gerarchia, disciplina, e dicono di difendere un modello di famiglia tradizionale. Si oppongono al multiculturalismo, immigrazione, diritti civili, offrono un linguaggio religioso utile a costruire identità politiche forti, e trascurano tutti gli altri aspetti della vita economica, sociale e civile cui fa riferimento l’insegnamento del Pensiero sociale della Chiesa.

E pur trattandosi in molti casi di etichette con scarsi seguaci o di personalità del tutto solitarie, esiste un’alleanza culturale e pratica perché l’obiettivo è quello di far apparire come pressoché totale l’adesione dei cattolici alle posizioni di destra. Ma così non è come dimostra in Italia gran parte dell’astensionismo. Sono “quattro gatti”, ma utili per creare narrazioni di conflitto dentro la Chiesa ufficiale. Come del resto dimostrò la famosa vicenda dei “Dubia” contro Francesco agitata da quattro cardinali, finita nel dimenticatoio dopo poco tempo.

Leone e la linea di Francesco

Nei primi giorni dopo l’elezione di Leone in molti si sono cimentati in una ricerca con il lanternino di una presunta diversità di pensiero oltre che di linguaggio e di atteggiamento rispetto al predecessore Francesco. Poi hanno dovuto scoprire che, se per linguaggio e modo di fare sono constatabili molte differenze, non è così per l’essenza del messaggio a proposito del quale è più che evidente la continuità. Ecco, allora, che a poco più di un anno dalla salita alla Cattedra di San Pietro di Leone XIV, persa ogni illusione, giunge lo scisma.

Giancarlo Infante