Zelensky va in guerra in Medioriente – di Giuseppe Sacco
Mancavano pochi minuti a mezzogiorno di ieri, sabato 14 Marzo, quando a Teheran, a seguito di un messaggio postato su X da Ebrahim Azizi, Presidente della Commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, il Majlis, si è sparsa come un fulmine la notizia che un nuovo avversario – un paese europeo questo, e parecchio distante dal quadro mediorientale – si era aggiunto al novero degli Stati con i quali – oltre che contro gli aggressori Israeliani e Statunitensi – la Repubblica Islamica si considera in guerra.
L’Ucraina allo sbando
«Fornendo supporto con i droni al regime israeliano – recitava il post, riprendendo una dichiarazione ufficiale del Parlamento – l’Ucraina, ormai allo sbando, è di fatto entrata in guerra, ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”. Una presa d’atto che non aveva atteso che ci fossero informazioni precise ed ufficiali su un effettivo seguito dell’offerta fatta– su esplicita pressione americana – da Kiev a Tel Aviv, per una cooperazione militare tra i due paesi. Ma che faceva soprattutto riferimento alle affermazioni dl presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Le dichiarazioni di Azizi sono giunte mentre la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran continua a intensificarsi in tutto il cosiddetto “Grande Medio Oriente”, con attacchi missilistici e di droni che si diffondono in tutta la regione. E i suoi commenti nei confronti dei paesi – soprattutto europei – che hanno aiutato, o solidarizzato, con gli USA o con Israele sembrano essere in linea con il sentimento della stragrande maggioranza degli Iraniani, compresi molti dei critici più severi dell’oscurantismo religioso del regime.
A poche ore dalle dichiarazioni di Azizi, il Ministero degli Esteri ucraino ha risposto definendo la minaccia iraniana “assurda”, ma ha anche fatto trapelare che Netanyahu ha chiesto di parlare al telefono con Zelensky, ed espresso la speranza che ciò possa aver luogo all’inizio di questa settimana.
Tutto ciò è stato fortemente corroborato da altre informazioni fornite dell’ex “Amico del popolo” – come Zelensky si era auto-definito nella sua fortunata serie tv, da lui prodotta ed impersonata – poi più frequentemente detto “zhebrak smerti, “il mendicante di morte”, per il suo eterno errare in Europa alla ricerca di armi. Altre informazioni relative alla concessione di sostegno tecnico, “attraverso «specialisti del settore”, offerto ad altri paesi in guerra – di fatto, anche se non ufficialmente –con l’Iran. E specificamente ai piccoli paesi feudali che ospitano sul loro territorio basi militari americane permanenti, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, più probabilmente anche il Bahrein – cui fa capo la Quinta Flotta del colosso statunitense.
L’America chiede aiuto ?
Zelensky ha infatti reso pubblica la settimana scorsa un’informazione che sarebbe stato più prudente tenere riservata. E cioè che gli USA gli si erano rivolti a lui per “ottenere aiuto” nel campo della difesa anti-droni, attingendo agli anni di esperienza dell’Ucraina nella lotta contro i droni Shahed prodotti, con una particolare progettazione, in Iran: “Abbiamo ricevuto una richiesta dagli Stati Uniti per un supporto specifico nella protezione contro gli ‘Shahed’ nella regione del Medio Oriente”, ha scritto Zelensky su X. “Ho dato istruzioni di fornire i mezzi necessari e garantire la presenza di specialisti ucraini in grado di garantire la sicurezza richiesta.”
Il che non è però stato di gradimento di Donald Trump. Tornato alla sua abitudine di trattare il presidente ucraino come un servo. E in un’intervista alla NBC News, ha affermato: «Non abbiamo bisogno di aiuto nella lotta contro l’Iran». Ed ha aggiunto che «l’ultima persona da cui abbiamo bisogno di aiuto è Zelensky». Trump si è però rifiutato di commentare se Israele e gli Stati Uniti abbiano accettato l’aiuto dell’Ucraina per quanto riguarda la tecnologia di intercettazione dei droni.
Non è una questione da poco. Si tratta infatti di una collaborazione tecnica di forniture di armi e di pratiche belliche che, come ha esplicitamente affermato Azizi nel suo post su X, hanno automaticamente trasformato l’intero territorio ucraino in un “bersaglio legittimo e legale da parte dell’Iran”. Un elemento di un certo valore per le forze armate iraniane, che soffrono crudelmente del fatto di non poter rispondere, per la limitata gittata dei loro missili, ai colpi del “grande Satana” d’oltre oceano, se non coinvolgendo piccoli paesi islamici.
Guerra su due fronti
La trasformazione dell’Ucraina in un paese europeo impegnato non solo in una guerra contro la Russia, ma anche coinvolto, in Medio Oriente, contro l’Iran, è però un evento estremamente negativo sotto ogni altro punto di vista, e per la maggior parte degli altri paesi.
Con la collaborazione tra l’Ucraina e Israele si compie infatti – se non ancora una saldatura vera e propria tra i due principali “pezzi”, come con intuitiva lungimiranza li aveva chiamati Papa Francesco – una guerra mondiale verso la quale stiamo avanzando in maniera che appare sempre più irreversibile. E che coinvolge in maniera sempre più pericolosa il “pilastro europeo” della NATO, che ha aggiunto ai suoi membri, dopo l’implosione del blocco sovietico, ben sedici paesi siti all’Est della Germania, e che si spingono fin sotto le mura stesse del Kremlino.
Così come appare evidente nella quinta spedizione in Medioriente che gli Stati Uniti combattono guerre interminabili in paesi che in nessun modo minacciano gli interessi nazionali della Repubblica a stelle e strisce. Ma che essi le hanno combattuto in questo dopo guerra – quello del Secondo conflitto mondiale, appena definitivamente terminato – nell’esclusivo interesse di Israele. E che anche l’Europa finisce purtroppo per essere risucchiata, nelle rivalità, negli odii, nelle stragi e nei genocidi del Medio Oriente, così come rischia oggi di essere coinvolta anche la Federazione russa. Indirettamente, ma molto più pericolosamente di quanto non sia stato finora con l’aiuto fornito da Mosca all’Iran nel campo dell’informazione.
I timori di Trump
Lo stesso Trump sembra rendersene conto con allarme. Molto significativa – e anche coraggiosa – sotto questo punto di vista, la decisione di sospendere provvisoriamente l’embargo sul petrolio di origine russa e disponibile fuori dal territorio della Federazione. Ovviamente, al fine di rallentare i prezzi del petrolio che feriscono profondamente la società americana già in prevalenza critica del presidente eletto poco più di un anno e mezzo fa grazie alla promessa di porre termine ad ogni conflitto.
Si può, a questo proposito, pensare che anche la richiesta ad altri paesi di navi nello Stretto – tra cui quelle cinesi – possa venire da tali timori e, forse, dalla ricerca di una via d’uscita attraverso una sorte di interposizione, sia pure non ufficializzata dall’Onu. E cosi essa sembra essre stata interpretata da Pechino che, già poche ore dopo ha reagito all’esortazionedi Donald Trump con una dichiarazione alla CNN dell’Ambasciata cinese a Washington secondo la quale la Cina auspica una cessazione immediata delle ostilità e che «tutte le parti hanno la responsabilità di garantire un approvvigionamento energetico stabile e senza ostacoli».
Trump evidentemente si è reso conto della pericolosità costituita, soprattutto sul fronte interno agli Stati Uniti, dal suo servilismo nei confronti di Netanyahu e dell’ancora più aggressiva élite militare israeliana – in primo luogo del generale Eyal Zamir, Capo di Stato Maggiore di un esercito sempre meno corrispondente al suo nome ufficiale di IDF (Israel Defence Force) e sempre più in posizione d’assalto. Ed ha cercato di uscire da un groviglio in cui sempre più rischia di trovarsi in una situazione di guerra in cui non potrà esercitare la sua tattica preferita di rimescolare continuamente le carte e di sottrarsi oggi agli impegni contrari presi ieri.
Non a caso i burocrati di Bruxelles – per rispondere all’interesse della Germania che nei prodromi ormai evidenti di una Terza Guerra Mondiale vede l’occasione per riarmarsi come era prima della sconfitta subita da parte dei sovietici nel 1945 – si sono affrettati a dissociarsi dal passo distensivo compiuto verso Putin dal Presidente americano, rifiutando la possibilità di giungere almeno ad una tregua in Ucraina. Cosa che continua a mantenerli nella terribile necessità di rinunciare al petrolio russo per comprare quello americano, infinitamente più caro.
Sono influenzati dalla Germania, e in parte dalla Francia, che sperano che la fine del dopoguerra (quasi simbolicamente segnato dalla morte di Habermas, CLICCA QUI), interprete della “germana buona” di Bonn) sia l’occasione per cancellare, come sembra credere anche il Giappone, i risultati della Seconda guerra mondiale.
Giuseppe Sacco









