Yemen: Arabia saudita contro Emirati – di Edoardo Almagià

Yemen: Arabia saudita contro Emirati – di Edoardo Almagià

Per capire ciò che sta accadendo in quell’angolo dimenticato del mondo che è lo Yemen, bisogna partire da una verità semplice e scomoda: le guerre moderne raramente restano fedeli alle alleanze con cui nascono. Cambiano forma, cambiano obiettivi e, soprattutto, cambiano nemici. Così è accaduto anche alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, intervenuta nel 2015 per ristabilire un governo amico e finita oggi prigioniera delle proprie contraddizioni.

All’inizio, tutto sembrava chiaro. Nel 2014 i ribelli Houthi, riuniti sotto la sigla di Ansar Allah, conquistarono la capitale e costrinsero alla fuga il presidente Abdrabbuh Mansur Hadi. Per Riyadh, quella non era solo una crisi interna yemenita. Era una minaccia strategica. Gli Houthi erano sostenuti, politicamente e militarmente, dall’Iran, il grande rivale regionale dei sauditi. Permettere loro di controllare lo Yemen significava accettare una presenza ostile alle proprie frontiere meridionali.

Gli Emirati, con capitale Abu Dhabi, si unirono all’intervento per ragioni diverse ma complementari. Non temevano tanto gli Houthi quanto l’instabilità generale e la possibilità che gruppi islamisti o incontrollabili prendessero il controllo dei porti e delle rotte marittime. Lo Yemen non è un Paese qualsiasi. Si affaccia sullo stretto di Bab el-Mandeb, una delle arterie vitali del commercio mondiale, passaggio obbligato tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Chi controlla quel passaggio che porta a Suez controlla una parte del traffico energetico globale e non solo.

Per alcuni anni, sauditi ed emiratini hanno combattuto fianco a fianco, ma per due Yemen diversi. L’Arabia Saudita voleva uno Yemen unito, stabile e soprattutto fedele. Un governo centrale forte, capace di controllare il territorio e impedire infiltrazioni iraniane. Gli Emirati, invece, avevano una visione più pragmatica e frammentata. Non cercavano uno Yemen unito. Cercavano uno Yemen prevedibile. E soprattutto uno Yemen diviso in zone d’influenza dove poter esercitare un controllo diretto o indiretto sui porti strategici.

Questa divergenza, inizialmente nascosta, emerse con chiarezza nel sud del Paese, attorno alla città portuale di Aden. Qui gli Emirati sostennero e armarono una forza locale, il Consiglio di Transizione del Sud, un movimento apertamente separatista che punta alla ricostituzione dell’antico Yemen del Sud, esistito fino al 1990. Per i sauditi, quella scelta era un tradimento implicito. Loro combattevano per ricostruire uno Stato unitario sotto un governo centrale. Gli Emirati stavano invece costruendo uno Stato parallelo.

Il conflitto tra alleati esplose apertamente nel 2019, quando le forze separatiste sostenute dagli Emirati presero il controllo di Aden, scacciando le truppe fedeli al governo ufficiale, quello stesso governo che la coalizione era inizialmente intervenuta per difendere. Fu un momento rivelatore. Dimostrò che la coalizione non era più tale, ma un fragile compromesso tra ambizioni incompatibili.

Da allora, Arabia Saudita ed Emirati non si sono mai affrontati direttamente. Sarebbe stato troppo costoso e troppo pericoloso, oltre che controproducente in termini di immagine. Hanno però iniziato a combattere attraverso intermediari locali, sostenendo milizie rivali, finanziando gruppi diversi e promuovendo agende politiche inconciliabili. I sauditi hanno continuato a sostenere il governo ufficiale, oggi guidato dal Consiglio Presidenziale dello Yemen e presieduto da Rashad al-Alimi. Gli Emirati hanno rafforzato le milizie separatiste e altre forze locali fedeli più ad Abu Dhabi che a qualsiasi autorità nazionale.

Dietro questa rivalità c’è una differenza più profonda, quasi filosofica, su come si esercita il potere nella regione. L’Arabia Saudita è una potenza continentale. Pensa in termini di confini, stabilità territoriale e sicurezza nazionale. Vuole Stati vicini prevedibili e controllabili attraverso relazioni diplomatiche tradizionali.

Gli Emirati, invece, sono una potenza marittima. Pensano in termini di porti, rotte commerciali e nodi logistici. Non hanno bisogno di controllare un intero Paese, basta farlo nei suoi punti vitali, soprattutto le aree costiere. Per questo Abu Dhabi ha investito enormemente in porti e infrastrutture lungo tutta la costa meridionale yemenita. Non per governare lo Yemen, ma per assicurarsi che nessun rivale possa usarlo contro i suoi interessi.

A complicare ulteriormente la situazione c’è un cambiamento più recente. L’Arabia Saudita, dopo anni di guerra costosa e inconcludente, ha iniziato a cercare una via d’uscita diplomatica. Non per amicizia, ma per necessità ha avviato negoziati indiretti con gli stessi Houthi che aveva giurato di sconfiggere. La guerra non poteva essere vinta facilmente, e continuare a combatterla significava consumare risorse e prestigio.

Gli Emirati, invece, non hanno lo stesso senso di urgenza. Hanno già ottenuto molto di ciò che volevano: influenza sulle coste, alleati locali fedeli e una presenza strategica consolidata.

Così oggi lo Yemen è diventato il teatro di una guerra nella guerra: da un lato, il conflitto originale tra governo e ribelli Houthi, dall’altro una competizione più silenziosa ma non meno decisiva tra Arabia Saudita ed Emirati per il controllo del futuro del Paese. Non è una guerra fatta di grandi battaglie tra eserciti regolari, è soprattutto una guerra fatta di influenza, denaro e fedeltà. Una guerra in cui il vero obiettivo non è vincere, ma non perdere terreno. Il paradosso è evidente. I due Paesi restano ufficialmente alleati condividendo interessi, timori e nemici comuni. Ma nello Yemen hanno scoperto di non volere la stessa pace.

Per i sauditi, la pace equivale ad uno Stato centrale stabile. Per gli emiratini, invece, la pace significa un equilibrio frammentato che garantisca la loro influenza. Questa differenza è il cuore del conflitto e finché non sarà risolta, lo Yemen resterà ciò che è oggi: non solo un Paese devastato dalla guerra, ma il campo di una rivalità tra due alleati che, senza dichiararlo, hanno smesso di combattere dalla stessa parte.

Edoardo Almagià