Usa: la Giustizia, sotto pressione
La fotografia che emerge dagli ultimi approfondimenti del New York Times è quella di un sistema giudiziario americano attraversato da una crisi di funzionamento senza precedenti. Non un collasso, ma una tensione strutturale che coinvolge tutti i livelli: procuratori, grandi giurie, giudici federali e lo stesso Dipartimento di Giustizia (DOJ). Sul fondo, un elemento costante: la pressione politica esercitata dall’amministrazione Trump, che ha trasformato la giustizia in un terreno di scontro quotidiano.
“Grand juries” in rivolta: il meccanismo che non funziona più
Secondo il NYT, uno dei segnali più evidenti della crisi è il comportamento delle grandi giurie federali, organi che storicamente approvano quasi tutte le richieste dei procuratori. Oggi non è più così. Secondo una ricerca del quotidiano statunitense, le grandi giurie: respingono un numero insolitamente alto di richieste di incriminazione; contestano la qualità delle indagini;segnalano errori procedurali e presentazioni giudicate “incomplete” o “imprecise”.
È un fenomeno raro, che indica un rapporto deteriorato tra chi indaga e chi deve autorizzare le incriminazioni. Alcuni giudici federali, riferisce il NYT, hanno persino censurato pubblicamente il lavoro di procuratori nominati dall’amministrazione, parlando di “mancanza di rigore” e “pressioni improprie”.
Il Dipartimento di Giustizia perde pezzi
Il secondo fronte critico è l’esodo degli avvocati dal DOJ. Secondo le ricostruzioni basate sull’articolo del NYT, negli ultimi mesi il Dipartimento ha perso migliaia di funzionari, compresi avvocati di altissimo livello.
Le ragioni sarebbero riconducibili alle pressioni politiche percepite come incompatibili con l’etica professionale; al timore di essere coinvolti in indagini politicamente motivate; ai carichi di lavoro esplosi, soprattutto a causa del contrasto all’immigrazione; ad un clima interno definito da molti come “insostenibile”.
La “Sezione Appellate”, una delle più prestigiose, avrebbe perso oltre il 40% del personale in un solo anno. Un’emorragia che indebolisce la capacità del DOJ di sostenere casi complessi e difendere le proprie posizioni nei tribunali federali.
Il cortocircuito tra politica e giustizia
Il NYT descrive un sistema in cui la linea di confine tra giustizia e politica è diventata porosa. Da un lato, il DOJ è accusato di perseguire avversari politici del Presidente; dall’altro, ogni indagine su figure vicine alla Casa Bianca viene letta come un atto ostile.
Il risultato è un clima di sospetto generalizzato. Ogni decisione — aprire un’indagine, chiuderla, rallentarla — diventa immediatamente un caso politico. E questo logora la credibilità delle istituzioni.
Un sistema che resiste, ma a fatica
Nonostante tutto, il quadro non è quello di un crollo totale. Le grandi giurie stanno esercitando un controllo più rigoroso. I giudici federali intervengono con maggiore frequenza per correggere abusi o errori. Molti funzionari di carriera continuano a difendere l’indipendenza del sistema.
Ma la domanda che attraversa entrambi gli articoli è semplice e inquietante: quanto può reggere un sistema giudiziario se ogni sua decisione viene interpretata come un atto politico? Insomma, la Giustizia americana vive uno stress istituzionale profondo.









