Usa: i 250 anni e le crepe rivelate da Trump – di Giancarlo Infante
Parliamo da tempo di un’America divisa a metà nelle urne, ma forse questa analisi va ulteriormente approfondita: la frattura non è più soltanto politica, è identitaria, culturale, istituzionale.
Nel tentativo di enfatizzare il proprio ruolo mondiale, l’America ha finito per mettere in discussione se stessa, mostrando quanto la sua forza globale dipenda ormai dalla tenuta interna e dalla capacità di ritrovare un equilibrio che oggi sembra smarrito.
Gli Stati Uniti attraversano una fase che nessuno avrebbe immaginato solo pochi decenni fa: una democrazia che si scopre vulnerabile proprio mentre continua a proclamarsi la più solida al mondo.
Sin da subito fu notato che il ritorno di Donald Trump non costituisse un incidente della storia, ma il segnale di una trasformazione profonda che riguarda la società americana, la sua identità, l’idea del proprio potere mondiale e, all’interno, la sfiducia nelle istituzioni. Trump non è soltanto un leader controverso: è il prodotto di un Paese che ha smesso di riconoscersi nei suoi stessi stessi codici – anche in quelli che ha agitato nel corso degli ultimi due secoli sostenendo di operare per migliorare il mondo – che non sa più se e quanto credere alle narrazioni rassicuranti del passato e che vive la politica come un campo di battaglia permanente.
La frattura non nasce con Trump. Da lui, e da gran parte dell’America che lo sostiene, giunge la conferma del lento logoramento del patto democratico che per decenni ha tenuto insieme un Paese vasto, complesso, contraddittorio. Patto che di pari passo andava con quello che garantiva la reciproca vicinanza con i tradizionali alleati europei. La polarizzazione è diventata la condizione naturale della vita pubblica americana. E così l’anniversario dei 250 anni non può essere solo una una festa, è diventata una domanda: cosa resta oggi della promessa originaria di una repubblica fondata sulla libertà, sull’equilibrio dei poteri, sulla fiducia nelle istituzioni?
Trump non è soltanto un leader controverso: è il prodotto di un’America che ha smesso di riconoscersi nel suo stesso passato. E quando si trova in difficoltà ricorre allo spauracchio del “comunismo” con una retorica che dice molto più di quanto sembri. La destra americana che vuole privatizzare lo Stato, cancellare i servizi sociali e gerarchizzare il consenso, finisce per definire “comunismo” qualsiasi aspirazione popolare a un’America che non sia soltanto quella dei potentati dell’energia e dell’hi‑tech. In questo rovesciamento concettuale, ciò che un tempo era considerato parte del patto sociale diventa una minaccia ideologica e il conflitto politico finisce per tracimare sulla natura stessa della democrazia americana.
Il fatto è che Trump rappresenta anche la voce di un’America che si sente tradita, marginalizzata, ignorata. La sua forza non deriva solo dal consenso elettorale, ma dalla capacità di interpretare un sentimento diffuso: l’idea che il sistema non funzioni più, che le élite abbiano smarrito il contatto con la realtà, che la verità sia diventata un terreno negoziabile. È un fenomeno che non si spegnerà con la sua uscita di scena, perché riguarda la trasformazione del rapporto tra cittadini e potere, tra identità e politica, tra realtà e percezione. Al tempo stesso, si tratta di un fenomeno che, però, ha al suo interno enormi contraddizioni, proprie del capitalismo contemporaneo, e cioè lo scontro tra gli interessi della cosiddetta economia reale con quelli della turbo finanziarizzazione e quelli dei gestori dell’ultra tecnologica. La risposta di Trump è diventata incongruente tra la prima esperienza presidenziale, quando fece incetta dei voti nelle aree operaie ed industriali e la seconda quando è diventato l’alfiere – e il finanziato – dai Musk, Thiel e tutti gli altri grandi baroni del digitale.
E mentre gli Usa vivono questo e tanti altri contrasti, il mondo attorno cambia. La Cina è anch’essa sempre più una potenza tecnologica e militare globale, l’India è una tecno‑potenza emergente, come ci ha ricordato il prof Sacco (CLICCA QUI), la Russia resta una minaccia instabile, l’Europa è vissuta come alleato incerto. Gli Stati Uniti restano la prima potenza globale, ma non più la potenza solitaria degli ultimi trent’anni. Eppure, non riesce a piegare una media potenza militare, com’è l’Iran, ai propri voleri.
Dopo due secoli e mezzo, la democrazia americana non è finita. Ma non è più quella di prima. E il vero interrogativo non riguarda Trump, bensì la capacità degli Stati Uniti di ritrovare un equilibrio che oggi sembra smarrito. E a metà delle seconda Presidenza di Trump nessuno è in grado di scommettere sul dopo. Una situazione che americani ed europei non hanno mai sperimentato prima nell’arco di 250 anni. Cosa che ha reso le celebrazioni del 4 luglio come davvero inedite. Ed in più scompaginate da un caldo che non impedisce a Trump di negare quei cambiamenti climatici denunciati nel tempo per primi proprio dalla scienza e dalla politica americana che oggi egli rinnega perché del passato prende e celebra solo quello che gli fa comodo.
Giancarlo Infante