Una Repubblica antifascista ancora da curare e da difendere – di Giancarlo Infante
La nascita della Repubblica antifascista fu anche riconciliazione. Con la democrazia e con il mondo moderno, e il suo concetto di libertà. Ma fu riconciliazione pure interna, checché ne dicano i fascistelli dei nostri giorni. Basta ricordare l’amnistia concessa – e con una certa generosità – anche ai criminali di guerra che pure noi avemmo. Sia nell’Esercito e, a questo proposito, spiccano i generali Badoglio e Graziani che si erano macchiati di turpi decisioni nel corso della guerra d’Etiopia, incluso quello dell’uso dei gas contro la popolazione inerme. Ma pure per tante camicie nere, asservite ai nazisti nel corso dell’occupazione delle terre europee orientali, nei Balcani – dove si distinse per la ferocia il generale Mario Roatta – e in Russia. Così come i fascisti collaborazionisti della Gestapo impegnati nella feroce caccia agli ebrei e ai resistenti in Italia.
Quella generosità è stata poi ripagata dai “nipotini” con la stagione degli attentati e delle stragi della destra neofascista eversiva e durata dagli anni ’60 in poi, per altri due decenni. Il sistema repubblicano, così, ha dato prova di una grande resistenza democratica. E lo ha fatto anche mentre era colpito, e duramente, dal terrorismo di sinistra infarcito, anch’esso come quello di destra, di interessi stranieri che volevano limitare il forte sviluppo economico e sociale italiano. Tanto che si parlò della “Notte della Repubblica”.
Non solo un anniversario: un promemoria
Ottant’anni, allora, che non sono da vivere solo come un anniversario, ma riconosciuti quale conferma di un atto di rottura e di rinascita sanciti da un popolo che aveva conosciuto la dittatura, la guerra, la persecuzione, e che decise di rimettere in cima ai propri obiettivi quello della libertà. Non è un caso, infatti, se il 2 giugno viene dopo il 25 aprile, e non per un fatto di calendario. Non fu, infatti, una scelta neutra, bensì antifascista.
Ed è per questo che, otto decenni dopo, registriamo quanto è ancora messo in discussione: tra silenzi imbarazzati, revisionismi striscianti, reticenze istituzionali e veri e propri attacchi alla Costituzione ammantati da intenti riformatori. Gli ottant’anni restano, dunque, come un promemoria.
La Repubblica che cambiò la pelle dell’Italia
Con il passaggio alla Repubblica, l’Italia cambiò pelle. Non solo istituzionalmente, ma culturalmente, economicamente, socialmente, persino, antropologicamente. E’ come se avvenisse una scelta di civiltà e di cultura politica e sociale. Gli italiani si ritrovarono da sudditi a cittadini, passarono dallo stato di popolo chiuso nella paura ad una società aperta al futuro. Lo statalismo idolatrico, con la sua idea gerarchica delle relazioni istituzionali e di quelle civili – la quale era in parte precedente al fascismo, già propria della Monarchia sabauda – venne spazzato via, sostituito dall’idea di una comunità che imparava a praticare il lessico della democrazia.
Dunque, quel passaggio significò andare oltre il mero cambiamento di regime: venne a compimento il processo avviato con il 25 Aprile dell’anno precedente. La Repubblica antifascista significava soprattutto rifiuto della violenza, del culto del capo, della discriminazione, della negazione dell’altro. Ed ha un fondamento il legare la Resistenza e la Repubblica all’idea di un “secondo Risorgimento”, inteso come liberazione e rifondazione di un popolo, di uno Stato, di un Paese.
Quella radice va difesa e sostenuta
Ottant’anni dopo, ciò che dovrebbe essere patrimonio comune è però fatto diventare da qualcuno terreno di scontro. Ma non c’è una colpa della Storia cui rimediare, come pensa una politica che mal sopporta la memoria. E tutto questo resta nel profondo di chi s’impegna in tentativi di modifica, più o meno espliciti, della Carta costituzionale, pure a dispetto del fatto di non godere di un vero esteso consenso nazionale.
E il recente Referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati pure aveva questo nel sottofondo. Voluto dagli stessi che si nutrono delle ambiguità verso il passato fascista; della retorica che contrappone “ordine”, di cui provano a reclamare la primazia esclusiva, e “libertà”, della quale danno una lettura autoritaria. E quanto tutto ciò sia vero è rivelato dalla tolleranza con cui linguaggi e simboli del passato vengono rinverditi nonostante siano stati relegati nella vergogna dalla Repubblica.
Ma il sostanziale indebolimento della democrazia – di cui alcuni teorizzano addirittura una versione “illiberale”- costituisce un fenomeno che non riguarda solo l’Italia: l’intero Occidente vive una stagione di smarrimento, in cui pulsioni autoritarie sono spacciate per efficienza, per identità e per sicurezza. E tutto ciò giunge a conferma di una grande lezione della storia: quando la democrazia arretra, vuol dire che ci si allontana da un tempo migliore.
Non c’è da abbandonarsi alla malinconia. Gli ottanta anni della Repubblica devono spingere, invece, a guardare avanti con responsabilità a ciò che serve per difendere i diritti, il pluralismo, il rispetto della verità dei processi storici, e per ritrovare un impeto di solidarietà e di giustizia sociale. Dobbiamo cogliere in essi la forza vitale del loro significato e contrastare chi vuole, invece, dipingere la loro durata quale segno di un indebolimento del sistema democratico. Perché sappiamo che la democrazia non è un dato acquisito, ma un processo fragile e complesso, il cui significato vero, la cui vita e funzionamento restano solo se i cittadini la custodiscono.









