Una nazione da ricostruire: la Generazione Z in Siria – di Edoardo Almagià

Una nazione da ricostruire: la Generazione Z in Siria – di Edoardo Almagià

La Siria è un paese cruciale della regione. I suoi abitanti sono circa 22 milioni e di questi gli arabi sono la grande maggioranza. Una minoranza degli arabi siriani è data dai beduini. Il secondo gruppo etnico più importante è quello dei curdi, che costituiscono circa un decimo della popolazione e sono concentrati principalmente nelle regioni della Giazira, di Jarabulus e nel monte Curdo. Vaste comunità curde si sono stabilite a Damasco e ad Aleppo, dove hanno finito con l’arabizzarsi. In gran parte sono musulmani sunniti. Il terzo grande gruppo etnico è rappresentato dai turcomanni, i quali si suddividono in due gruppi: quelli rurali, che hanno conservato la lingua turca, e quelli urbani, prevalentemente arabizzati. Sono anch’essi in maggioranza sunniti.

Vi sono poi gli armeni, di religione cristiana, concentrati in maggioranza tra Aleppo e Damasco; i circassi, di religione musulmana sunnita e gli assiri, di religione cristiana, giunti perlopiù nel 1933 dall’Iraq ed in gran parte concentrati tra le rive del fiume Khabur e ad al-Qamishli. A questi vanno aggiunti greci, persiani, albanesi, bosgnacchi, pashtun, russi e georgiani, quasi tutti arabizzati. La Siria un tempo ospitava anche un’importante comunità ebraica, emigrata in massa tra il XIX e il XXI secolo.

Emersa da 14 anni di guerra civile e dopo la cacciata del presidente Assad, la Siria ha ora un nuovo governo il cui capo si muove abilmente all’estero in cerca di aiuti ed appoggi, mentre all’interno si sta operando al meglio per riportare una certa armonia tra comunità fino a qualche tempo fa divise e lacerate. Non senza difficoltà e persino a costo di vite umane, egli sta cercando di dare una dose di stabilità in una nazione che dal 2011 non ha fatto che conoscere un crescente conflitto interno, finalmente conclusosi con la caduta di Damasco nel 2024.

Si tratta adesso di forgiare una nuova nazione nella quale ogni componente etnica e religiosa possa far parte e non sarà un lavoro semplice.

Questa nazione da ricostruire non è soltanto un territorio da riedificare, ma una coscienza collettiva da riformulare. La Siria del dopo guerra — quella che molti osservatori iniziano a definire, con cautela e qualche forzatura, la Siria di Al-Sharà — si trova oggi esattamente in questo punto di frattura: sospesa tra macerie materiali e identitarie, tra il peso di un passato recente ancora irrisolto e la pressione di un futuro che non può più essere rimandato. In questo scenario fragile, complesso e profondamente contraddittorio, la Generazione Z emerge come un attore inatteso ma decisivo, portatrice di linguaggi nuovi e di una visione del mondo che sfida le categorie tradizionali della politica mediorientale.

Non si tratta, tuttavia, di un protagonismo lineare o facilmente celebrabile. La Generazione Z siriana è figlia diretta della guerra: molti dei suoi membri non hanno memoria di un Paese stabile, altri hanno conosciuto soltanto una normalità intermittente, scandita da bombardamenti, sfollamenti, perdita e precarietà. Questo dato biografico collettivo incide profondamente sulla loro percezione dello Stato, dell’autorità e persino del concetto stesso di comunità nazionale. Ricostruire la Siria, per loro, non significa tornare a un “prima” idealizzato, ma costruire qualcosa che, in realtà, non è mai esistito davvero.

In questo senso, l’agire della Generazione Z si distingue nettamente da quello delle generazioni precedenti. Se queste ultime sono state spesso intrappolate in logiche ideologiche rigide — nazionalismo, appartenenze settarie, fedeltà politiche consolidate — i più giovani tendono a muoversi in modo più fluido, pragmatico e, in alcuni casi, disincantato. Non è tanto l’adesione a un progetto politico definito a caratterizzarli, quanto piuttosto una serie di pratiche diffuse: micro-imprenditorialità, attivismo digitale, iniziative comunitarie locali, forme ibride di partecipazione che sfuggono alle strutture tradizionali.

È proprio nello spazio digitale che la Generazione Z siriana trova uno dei suoi principali strumenti di espressione e azione. Social media, piattaforme di comunicazione e reti transnazionali diventano non solo luoghi di narrazione alternativa rispetto ai media ufficiali, ma anche veri e propri laboratori di ricostruzione simbolica. Qui si ridefiniscono identità, si costruiscono solidarietà, si immaginano futuri possibili. Tuttavia, questa dimensione virtuale non è priva di ambiguità: da un lato amplifica voci e connette individui, dall’altro espone a nuove forme di controllo, propaganda e frammentazione.

Il contesto politico della Siria di Al-Sharà — comunque lo si voglia interpretare o definire — rappresenta un ulteriore elemento di complessità. Le istituzioni, pur mantenendo una parvenza di continuità, si confrontano con una realtà profondamente mutata: territori segnati da diverse forme di governance, economie informali diffuse, una popolazione stremata ma non priva di resilienza. In questo quadro, la Generazione Z non si pone necessariamente in opposizione frontale al potere, ma neppure si riconosce pienamente in esso. Piuttosto, sembra adottare una strategia di adattamento critico: navigare il sistema, sfruttarne gli spazi disponibili, aggirarne i limiti quando possibile.

È qui che emerge una delle contraddizioni più interessanti. Da un lato, i giovani siriani mostrano una sorprendente capacità di iniziativa: avviano piccole attività economiche, partecipano a progetti di ricostruzione locale, si impegnano in ambito educativo e culturale. Dall’altro, questa energia si scontra con ostacoli strutturali enormi: disoccupazione elevata, accesso limitato alle risorse, infrastrutture fragili, restrizioni politiche. Il rischio è che l’intraprendenza individuale, anziché tradursi in cambiamento sistemico, resti confinata in una dimensione di sopravvivenza migliorata.

Un altro aspetto cruciale riguarda il rapporto con la diaspora. Milioni di siriani hanno lasciato il Paese negli anni del conflitto, e una parte significativa appartiene proprio alla Generazione Z. Questa diaspora non è soltanto una perdita per la Siria, ma anche una potenziale risorsa. I giovani all’estero acquisiscono competenze, costruiscono reti, maturano esperienze che potrebbero contribuire alla ricostruzione. Tuttavia, il legame con il Paese d’origine è spesso ambivalente: tra desiderio di ritorno e consapevolezza delle difficoltà, tra appartenenza e distanza. La sfida sarà trasformare questa relazione in un ponte reale, evitando che si riduca a una nostalgia sterile o a un distacco definitivo.

Dal punto di vista culturale, la Generazione Z siriana sta già producendo segnali di cambiamento. Nella musica, nell’arte, nella letteratura emergono narrazioni nuove, meno legate ai paradigmi tradizionali e più aperte a contaminazioni globali. Queste espressioni non sono semplicemente estetiche: rappresentano tentativi di rielaborare il trauma, di dare senso all’esperienza della guerra e di immaginare una normalità diversa. Anche qui, però, il contesto resta determinante: la libertà di espressione è limitata, gli spazi indipendenti sono rari, e la produzione culturale deve spesso muoversi su un crinale delicato.

Ad essere onesti, è necessario evitare due trappole opposte: quella del pessimismo assoluto e quella dell’ottimismo ingenuo. La Generazione Z non è una soluzione miracolosa ai problemi della Siria, né una vittima passiva senza margini di azione. È, piuttosto, un soggetto complesso, attraversato da tensioni e contraddizioni, ma anche portatore di potenzialità reali. Il suo agire quotidiano — spesso invisibile alle grandi narrazioni geopolitiche — rappresenta forse il terreno più concreto su cui si gioca il futuro del Paese.

La ricostruzione della Siria, infatti, non potrà essere soltanto il risultato di accordi politici o investimenti internazionali. Richiederà un cambiamento profondo nelle relazioni sociali, nelle aspettative collettive, nel modo stesso di concepire lo Stato e la cittadinanza. In questo processo, la Generazione Z avrà un ruolo inevitabile, se non altro per una ragione demografica: sarà essa a vivere più a lungo con le conseguenze delle scelte attuali.

La domanda, allora, non è se i giovani siriani saranno protagonisti della ricostruzione, ma in che modo lo saranno. Riusciranno a trasformare le loro pratiche diffuse in una visione condivisa? Sapranno superare le divisioni ereditate dal conflitto senza rimuoverne le cause? Troveranno spazi reali di partecipazione o continueranno a operare ai margini delle strutture di potere?

Non esistono risposte semplici. Ma ignorare queste domande significherebbe perdere di vista l’aspetto forse più decisivo della Siria che verrà: non tanto le sue infrastrutture o i suoi equilibri geopolitici, quanto la qualità del tessuto umano che la sosterrà. Ed è proprio lì, tra le incertezze e le invenzioni quotidiane della Generazione Z, che si intravede — fragile, incompiuta, ma reale — la possibilità di una nazione diversa costretta a vivere tra vicini ingombranti e rivalità internazionali.

Edoardo Almagià