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Trump versus Meloni: perché non riusciamo a commuoverci più di tanto – di Giancarlo Infante

L’errata valutazione dell’uomo e delle cose

Gli attacchi di Trump alla Meloni, ormai reiterati e sempre più cattivi, non ci commuovono più di tanto. Sono, infatti, il frutto di una errata valutazione del personaggio e delle sue politiche da parte della nostra Primo ministro. Una valutazione che la Meloni ha trasformato sin da subito in una strategia politica e di immagine molto precisa: convincersi — e convincere gli italiani — di essere la preferita nel mondo di Trump, dei MAGA (Make America Great Again) e di tutti i trumpisti sparsi per il pianeta. Di essere persino una Maga essa stessa.

Questo errore non depone bene a suo favore, anche perché ne viene a conferma della approssimata qualità del suo messaggio politico, del tutto inadeguato alla pretesa di rappresentare chissà cosa nella storia politica italiana. Purtroppo, tutti noi, per un certo verso, siamo affidati a lei, e i risultati sono disastrosi.

Ha investito tutto su questa immagine: la centralità dell’Italia “finalmente riconosciuta”, il ruolo di leader globale, l’idea di rappresentare un unicum nel panorama internazionale e nazionale. Ci ha costruito sopra una narrazione fino al limite della decenza, tanto da essere definita “cortigiana”: non nel senso offensivo, ma nel senso politico di chi porta alle estreme conseguenze l’arte di accasarsi presso il potente di turno, difendendolo fino alla fine pur di restare nella sua corte.

È arrivata a negare l’innegabile: quando si prodigò per dire dinanzi a lui, in conferenza mondiale a reti unificate, che Trump non aveva definito gli europei “parassiti”, cosa abbondantemente smentita da precedenti dichiarazioni del Presidente americano; quando giustificò la violazione del diritto internazionale nel caso del rapimento di Maduro in Venezuela; allorquando non approvò, ma neppure condannò, l’intervento in Iran. Tutto pur di non incrinare il rapporto con il leader americano. E per accreditare questo rapporto è andata in “libera uscita” dall’Europa ed ha mutato la forma e la sostanza della multidecennale politica italiana di equilibrio tra Israele e i palestinesi.

Il mistero sulle cause scatenanti

Oggi non sappiamo cosa abbia scatenato questa improvvisa sconfessione e la violenza verbale che Trump riserva di solito ai nemici del momento. La Meloni non gli ha fatto qualche favore che lui si attendeva per i suoi affari personali? Non è difficile crederlo. Poco credibile, invece,  è che Trump si sia inalberato per la sola difesa del Papa dopo il suo attacco a Leone XIV. E non regge neppure l’ipotesi del “limitato apporto italiano” alle spese Nato: non è certo questo che ha scatenato la furia trumpiana personalizzata contro Giorgia Meloni, visto che egli da anni contesta l’Europa su questo punto, lo stesso di quando la prese sotto la sua ala protettrice. Ed è anche questa mancanza di chiarezza sui motivi di un contendere tanto estremizzato e continuato che non ci sentiamo molto commossi e impietositi.

Invece di fare la meravigliata e l’Achille sotto la tenda, forse Giorgia Meloni qualcosa in più ce lo dovrebbe dire, perché lei sa.

La verità è che Giorgia Meloni ha costruito una strategia fondata su un’illusione: quella di essere “centrale”, indispensabile, unica. Ma quando si costruisce un’immagine sul “rapporto speciale” con un potente che non riconosce la fedeltà se ad essa non è collegata l’utilità, il giorno in cui smetti di tornargli comodo vieni scaricato senza complimenti.

Come abbiamo già sostenuto, Trump non è cambiato: è cambiata la percezione che la Meloni aveva di sé nel mondo che lei si immagina e che vuole raccontare. Tutto pensato cinicamente a tavolino ed esclusivamente rivolto alla comunicazione e all’auto rappresentazione.

L’allineamento a Trump ha avuto un costo politico interno evidente. Nel tentativo di accreditarsi come interlocutrice privilegiata del mondo trumpiano, la Meloni ha progressivamente indebolito la nostra posizione in Europa, dove la sua affidabilità è apparsa condizionata da logiche di fedeltà personale più che da coerenza istituzionale. Questo ha rafforzato i suoi critici interni, che oggi la accusano di aver sacrificato la credibilità internazionale dell’Italia per un consenso effimero costruito sull’immagine di una “leader globale”, mai realmente riconosciuta se non da una stampa adulatrice e dai suoi modesti sostenitori che oggi, alla luce della situazione, appaiono davvero personaggi in cerca d’autore.

Vale un politica estera concepita pensando alla  immagine personale?

Il rischio più grande di questa strategia è aver trasformato la politica estera in una proiezione dell’immagine personale. Cosa a cui, purtroppo, si è adeguato anche l’inconsistente Ministro degli esteri, Antonio Tajani, che, ma non solo per questo, fa porre molti interrogativi sul ruolo e la dignità di Forza Italia. Silvio Berlusconi si starà rigirando nella tomba!

Quando la diplomazia diventa un palcoscenico per la propria rappresentazione, e non uno strumento per difendere l’interesse nazionale, ogni alleanza si riduce a un rapporto di convenienza e ogni crisi diventa una questione di vanità. È il punto in cui la politica smette di essere visione e diventa spettacolo. Purtroppo, deprimente e preoccupante per il nostro futuro. Con la conferma dell’aurea valutazione del mai troppo apprezzato e celebrato storico Carlo Cipolla che ci ha spiegato nel suo “Allegro ma non troppo” che i guai più grossi li creano quelli che appartengono alla categoria dello “stupido”, persino più di quanto non faccia il “bandito”, perché danneggiano gli altri e loro stessi, soprattutto se raggiungono i livelli apicali delle organizzazioni pubbliche.

Forse, già dal vertice della Nato di oggi vedremo le conseguenze di una valutazione tutta sbagliata.

Giancarlo Infante