CronacaEsteriPoliticaUltime notizie

Trump: il grande festival della preghiera di Washington – di Edoardo Almagià

Sul prato monumentale di Washington, sotto l’obelisco che veglia sulla capitale americana come un dito puntato verso il cielo della storia, circa tre settimane fa migliaia di persone hanno pregato insieme invocando Dio, l’America e Donald Trump. Il raduno ha visto la partecipazione di migliaia di persone e si è concentrato sulla celebrazione dei valori cristiani e sul 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. All’evento hanno preso parte leader religiosi, predicatori evangelici e funzionari politici dell’amministrazione Trump. All’entusiasmo del pubblico e nella speranza che il Paese torni a Gesù, si sono uniti con i loro interventi registrati proiettati sugli schermi il presidente Trump, il vice-presidente J.D. Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio e quello della Guerra, Pete Hegseth.

Non è stata soltanto una manifestazione religiosa. È stata una rappresentazione politica del sacro. Un rito nazionale. Un atto di fede trasformato in linguaggio identitario. E forse nessun episodio recente racconta meglio la metamorfosi degli Stati Uniti contemporanei quanto il grande festival della preghiera organizzato attorno all’universo trumpiano, quella lunga liturgia patriottica ribattezzata “Rededicate 250”, andata in scena al National Mall come un gigantesco revival evangelico dentro il cuore simbolico della democrazia americana.

C’era qualcosa di profondamente americano e insieme profondamente inquietante in quella scena. Le bandiere a stelle e strisce ondeggiavano accanto alle croci. I cori religiosi si alternavano agli slogan patriottici ed i pastori parlavano di Gesù. La religione non appariva più come una dimensione spirituale separata dal potere, ma come il combustibile morale di una nazione che una parte dell’America percepisce assediata, decadente, minacciata.

Per capire davvero quel raduno bisogna liberarsi di un equivoco europeo. In Europa, dopo secoli di guerre confessionali, la modernità ha lentamente relegato la fede nello spazio privato. Negli Stati Uniti è accaduto quasi il contrario: la religione è sempre rimasta un elemento pubblico della vita nazionale. L’America nasce infatti da un paradosso. È una repubblica illuminista costruita però da uomini che leggevano la Bibbia come un manuale morale della civiltà. La separazione tra Stato e Chiesa sancita dalla Costituzione non ha mai significato l’espulsione del sacro dalla politica. Semmai ha prodotto una religione civile americana, una specie di fede patriottica in cui Dio benedice la nazione e la nazione si percepisce investita di una missione storica.

Trump non ha inventato questa tradizione. Ha fatto qualcosa di diverso e più radicale: l’ha trasformata in un’arma identitaria e sovranista.

Il nazionalismo religioso trumpiano non è semplicemente fede cristiana applicata alla politica. È la convinzione che l’America autentica coincida con una precisa identità culturale, etnica e religiosa: bianca, conservatrice, evangelica, patriottica. Chi resta fuori da questo perimetro — immigrati, progressisti, élite urbane, multiculturalismo, secolarizzazione — viene percepito non come avversario politico ma come minaccia esistenziale.

Ed è qui che il festival della preghiera di Washington assume un significato storico. Perché ciò che si è visto sul National Mall non era soltanto devozione. Era il tentativo di ridefinire il racconto nazionale americano. Non più gli Stati Uniti come democrazia pluralista fondata sulla convivenza delle differenze, ma come nazione “redenta”, chiamata a ritrovare le proprie radici cristiane contro la corruzione morale del presente.

Gli Stati Uniti sono un paese ufficialmente laico nel quale ognuno è libero di praticare la sua religione. Non vi è quindi nessuna indicazione che punti ad una preferenza di culto. Il presidente Trump però ne vuol fare una nazione cristiana con obbligo di preghiera e citazioni bibliche da mettere in mostra negli edifici pubblici. E’ opinione radicata di Paula White, l’evangelica predicatrice di Trump, che fosse volontà dei Padri fondatori avere una nazione esplicitamente cristiana, cosa che di fatto non corrisponde al vero.

Vi è in questo movimento una dimensione decisamente razziale e non a caso, nel corso delle ultime elezioni, gli evangelici neri si erano recati alle urne per votare la candidata democratica Kamala Harris. Va ricordato in questo contesto che il pastore preferito del Segretario alla Guerra è un noto razzista, per di più contrario al voto femminile. Una parte consistente di questo movimento sostiene ed è favorevole ad Israele non perché vicino agli ebrei, ma perché crede nell’idea della ricostruzione del Tempio alla quale avrebbe fatto seguito la ricomparsa del Messia. Sotto ogni punto di vista quindi, questo imponente raduno implica una riscrittura della narrazione nazionale in quanto votare contro Trump è schierarsi contro Dio.

Le parole usate durante la manifestazione erano rivelatrici. “One Nation Under God (Una nazione dentro Dio)”. “America belongs to God (L’America appartiene a Dio)”. “Rededicate the nation (Riconsacrare la nazione)”. Espressioni che sembrano innocue se ascoltate distrattamente, ma che acquistano un peso enorme nel contesto politico americano contemporaneo. Perché dietro quella retorica si intravede un’idea precisa: la convinzione che la legittimità politica derivi da una sorta di investitura spirituale della nazione.

È il cuore del cosiddetto “Christian nationalism”, il nazionalismo cristiano americano. Una corrente ideologica che non coincide necessariamente con la pratica religiosa tradizionale. Molti dei suoi sostenitori non frequentano nemmeno regolarmente la chiesa. Ciò che conta non è tanto il Vangelo quanto l’identità. Il cristianesimo diventa una bandiera culturale, un marcatore di appartenenza, un confine simbolico tra “noi” e “loro”.

Trump ha intuito prima di altri la potenza politica di questa trasformazione. Lui, uomo divorziato, controverso miliardario newyorchese, sempre pronto a correre dietro qualche sottana, di scarsi scrupoli nell’arricchire se stesso e chi gli è accanto, poco credibile come figura spirituale, è riuscito a diventare il campione della destra evangelica americana non perché incarnasse i suoi valori morali ma perché prometteva di difenderne il potere culturale. È il grande paradosso trumpiano: un leader spesso lontanissimo dall’etica cristiana tradizionale che viene percepito come strumento provvidenziale da milioni di credenti conservatori.

Non è una novità assoluta nella storia americana. Ma oggi il fenomeno appare molto più intenso perché nasce dentro una società che vive una crisi profonda di identità. Gli Stati Uniti stanno attraversando trasformazioni demografiche, culturali e sociali gigantesche. L’America bianca protestante che per secoli ha rappresentato il centro simbolico del paese non è più maggioritaria. La secolarizzazione cresce. Le città diventano sempre più multiculturali. Le giovani generazioni hanno rapporti molto più fluidi con religione, genere e identità nazionale.

Per una parte dell’elettorato conservatore tutto questo viene vissuto come una perdita. E ogni perdita genera nostalgia. Trump parla esattamente a quella nostalgia. Il suo “Make America Great Again” non è soltanto uno slogan economico o geopolitico. È un messaggio quasi escatologico: il richiamo a un’età dell’oro perduta che deve essere restaurata.

Il festival della preghiera a Washington è stato dunque il teatro perfetto di questa narrativa. Un gigantesco rito collettivo in cui politica, religione e patriottismo si sono fusi fino a diventare indistinguibili. Sul palco si alternavano pastori evangelici, leader conservatori, uomini dell’amministrazione Trump. La croce e la bandiera parlavano la stessa lingua.

Naturalmente i sostenitori dell’evento respingono le accuse di integralismo. Rivendicano il diritto dei credenti a partecipare alla vita pubblica. E sotto molti aspetti hanno ragione. La libertà religiosa americana nasce proprio dalla possibilità che la fede entri nello spazio pubblico senza essere repressa dallo Stato. Ma il problema posto dal nazionalismo religioso non è la presenza della religione nella politica. È la trasformazione della religione in criterio di appartenenza nazionale.

Quando una nazione comincia a definirsi implicitamente attraverso una sola identità religiosa, la pluralità smette lentamente di essere percepita come ricchezza e diventa sospetta. È il rischio che oggi attraversa gli Stati Uniti.

Le immagini dei contro-manifestanti al National Mall raccontavano perfettamente questa frattura. Da una parte migliaia di fedeli convinti di difendere l’anima dell’America; dall’altra gruppi laici e interreligiosi che denunciavano la fusione tra potere politico e cristianesimo evangelico come una minaccia costituzionale, il tutto all’ombra dei dossier Epstein nei quali sino ad oggi il nome di Trump appare almeno seimila volte.

La verità è che l’America sta vivendo una guerra culturale molto più profonda di quanto appaia nei dibattiti televisivi. Non si combatte soltanto sulle tasse, sull’immigrazione o sulla politica estera. Si combatte sul significato stesso della nazione. Su chi abbia il diritto di definirne l’identità morale.

In questo senso Trump non è la causa ma il sintomo di una trasformazione più ampia. Ha dato voce a un’America religiosa e conservatrice che per anni si è sentita marginalizzata dalle élite culturali urbane, dai media, dalle università, dalla globalizzazione progressista. E questa America oggi non chiede soltanto rappresentanza politica. Chiede riconoscimento simbolico.

La preghiera collettiva di Washington è stata dunque anche una gigantesca richiesta di legittimazione. Una dichiarazione di esistenza. “Noi siamo ancora qui.” È questo il messaggio che migliaia di persone volevano lanciare al paese.

Eppure c’è qualcosa di ironico, quasi tragico, nel modo in cui il cristianesimo politico americano si è progressivamente allontanato dal linguaggio evangelico originario. Nei Vangeli il potere è guardato con sospetto. Cristo parla agli ultimi, agli esclusi, agli stranieri. Il nazionalismo religioso contemporaneo invece spesso utilizza il cristianesimo come linguaggio della forza, dell’identità e della sovranità nazionale.

È una religione della frontiera più che del perdono.

Lo stesso Trump ha saputo sfruttare magistralmente questa mutazione. Non parla quasi mai come un predicatore spirituale. Parla come un capo tribale. Usa la religione per rafforzare l’idea di appartenenza a una comunità assediata. E in tempi di paura le comunità assediate cercano uomini forti più che santi. Per questo il nazionalismo religioso americano non va liquidato con sufficienza europea. Sarebbe un errore. Esso nasce da paure reali, da trasformazioni autentiche, da un senso diffuso di spaesamento culturale. Ma proprio per questo è politicamente potente.

La domanda decisiva riguarda il futuro. Gli Stati Uniti stanno davvero diventando una “nazione cristiana” nel senso immaginato dai movimenti trumpiani? Probabilmente no. I dati mostrano un’America sempre più pluralista e secolarizzata. Molti giovani si allontanano dalle chiese tradizionali. La società americana resta profondamente variegata.

Ma il punto forse è un altro. Anche senza conquistare la maggioranza culturale assoluta, il nazionalismo religioso può influenzare enormemente le istituzioni, la Corte Suprema, le scuole, la legislazione, il linguaggio pubblico. Può ridefinire l’orizzonte simbolico del paese ed è precisamente ciò che il trumpismo sta tentando di fare: non semplicemente governare l’America, ma reinterpretarne l’anima.

Alla fine del festival, quando il sole calava dietro il Campidoglio e le ultime note dei cori religiosi si disperdevano nell’aria umida di Washington, restava una sensazione difficile da ignorare. Non quella di un paese unito nella fede, ma quella di una nazione divisa persino sul significato di Dio. E’ forse questa la vera immagine dell’America contemporanea: una repubblica che continua a pregare, ma che non prega più lo stesso futuro.

Edoardo Almagià