Trump e il cristianesimo – di Giancarlo Infante
“Io andrò in Paradiso”. Donald Trump ha affrontato così il “campo minato” su cui dobbiamo camminare un po’ tutti di fronte all’aldilà. Questo suo avventurarsi lungo le impervie montagne del “dopo” è stato forse sollecitato dalla partecipazione alla “National Prayer Breakfast” (la Colazione Nazionale di preghiera che, di solito, si tiene a Washington agli inizi di ogni febbraio riunendo i politici repubblicani e democratici).
Neppure stavolta si è fatto mancare la vis polemica e il giudizio sulla “qualità” del cristianesimo degli altri: “non so come una persona di fede possa votare i democratici. Non lo so proprio”. Perché lui ignora l’esistenza del pluralismo politico, in generale, e tra i cristiani – ma questo vale per tutte le fedi religiose – in particolare. E quanto esso sia stato persino codificato dal Concilio Vaticano II per i cattolici. E sia ricordato per inciso, che in tutta l’Europa una parte dei cristiani ha cominciato ad operare in maniera organizzata nella cosa pubblica sin dalla seconda metà dell’800, mentre altri pensavano a puntellare i vecchi regimi del passato. I cattolici, in maniera più specifica, hanno dato vita a tante espressioni dell’impegno politico d’ispirazione cristiana, ma senza che si presentasse un partito “cattolico” tour court, ad eccezione di un paio di esperienze di fine ‘800 ed inizi ‘900 in Belgio e in Olanda. In Italia, solo in maniera residuale qualcuno ha pensato di dare vita al “partito cattolico”, ma ritrovandosi ad esercitare una pura speculazione astratta. E molti di coloro che si dicevano cattolici o erano stati educato cattolicamente hanno sempre votato per chi loro piaceva di più. Quando Sturzo portò alle elezioni per la prima volta il Partito popolare raccolse poco più del 20%.
La Chiesa cattolica non ha mai parlato di regole che impegnassero politicamente i propri fedeli, mentre ha, invece, dato vita dalla fine dell’800 all’elaborazione del Pensiero che chiamiamo Dottrina sociale della Chiesa. Le altre fedi cristiane non sono mai giunte a tanto. E vale la pena di ricordare che solo nel 1934 – in opposizione al fanatismo pagano e statolatrico del nazismo – giunse la dichiarazione di Barmen che, per la prima volta, riuniva tutte le chiese protestanti del nord Europa nella denuncia di quel che veniva definito “antidemocrazia”.
Chiarimenti importanti su cui non siamo in grado di cogliere la piena conoscenza da parte di Donald Trump. Il quale, anche di fronte all’Assemblea della giornata Giornata nazionale di preghiera americana, ha confermato la proverbiale tendenza a parlare con piglio decisionista – ed alla leggera un po’ di tutto – questa volta appena, appena mitigata da una confidenza che ce lo ha ricondotto a tratti meno apodittici, anche se un tantino contraddittori: “a volte penso che non riuscirò mai ad andare in Paradiso – ha detto. Non c’è niente che possa fare. Anche se sto facendo molto, pure per la religione. La religione è ora più “sexy” che mai. In realtà, penso che probabilmente riuscirò ad andare in Paradiso. Non sono il candidato perfetto, ma ho fatto molte cose buone per le persone perfette”.
Sempre senza dimenticare quel che ci ricordò insegnò Papa Francesco – con il “chi siamo noi per giudicare?” – non possiamo non notare che la sostanza del pensiero del Presidente americano interroga, e molto, sulla sua idea di cristianesimo. E lasciamo stare il linguaggio, diciamo così, variopinto. Compresa la parte in cui si attribuisce dei meriti per ciò che avrebbe fatto per la religione. In ogni caso, la sua è la religione di quelle che credono di essere “persone perfette”, degli eletti, dei predestinati. E, dunque, in piena sintonia con quella visione particolare coltivata dai settori più estremisti del puritanesimo, del calvinismo e di numerose sette che si fregiano della dicitura “cristiana”. In realtà, quasi subito dopo la Riforma, questa idea dei “perfetti” cominciò a vacillare. Come dimostrarono le sanguinose repressioni dei contadini nelle terre dei luterani tedeschi e quelle contro i considerati eretici dai calvinisti di Ginevra. L’intolleranza religiosa ha avuto tante facce e, dappertutto, ha confermato i guai – persino i crimini – che lo zelo dell’integralismo si porta dietro.
Sarebbe un discorso davvero lungo da fare in questa sede. E, non a caso, chilometri di scaffali raccolgono molte migliaia di volumi nelle biblioteche del mondo intero. Ma certo non è proprio il caso di avviarlo sulla base del discorso di Trump, sempre riuscito nel farci intendere con molta chiarezza quanto gli aspetti religiosi siano tanto così strumentalmente connessi alla promozione della sua politica. Diretta soprattutto a favore dei bianchi e dei ceti sociali più ricchi.
Noi avvertiamo la grande differenza che ci separa in materia. E non solo perché il suo protestantesimo è profondamente intriso da una cultura più biblica che evangelica. E basta entrare in talune chiese protestanti e vedere che i salmi quasi sempre indicati al fedele sono quelli del Vecchio testamento – e mai del Nuovo – per capire il significato di una tale considerazione. Un elemento non di poco conto che spiega la tendenza – poi tradotta anche nella politica trumpiana – di molti conservatori statunitensi, e purtroppo anche da parte di molti che si dicono cattolici, ad attestarsi al di qua della linea di cesura che Cristo ha tracciato tra la promessa fatta da Dio al popolo eletto di Mosè e la sua realizzazione attraverso la Resurrezione. E solo così è stato possibile che il Dio severo fosse sostituito da quello misericordioso; che la regola dell’occhio per occhio fosse spazzata via dall’amore da coltivare persino verso i propri nemici; che la predestinazione degli scribi e dei farisei – quelli del rispetto formale delle regole che li rendeva presuntivamente ed arrogantemente eletti e perfetti- è stata soppiantata dal libero arbitrio e dalla ricerca di una vita responsabilmente vissuta nella solidarietà, a partire da quella per gli ultimi. E con uno spirito di fraternità per tutti gli altri, credenti o pubblicani che siano, americani o immigrati, neri o bianchi, con questa o quella tendenza sessuale. Già, quella fraternità la cui mancata realizzazione ha reso monca persino l’onda liberatrice della Rivoluzione francese.
Infine, un elemento ineludibile che, in qualche modo, riguarda Donald Trump in maniera diretta. Cristo è venuto a dirci che il Regno dei Cieli non sarà per quelli che avranno detto “Signore, Signore”, bensì per quanti avranno fatto la volontà del Padre (Matteo, 7,21 -27). E ciò che spicca di questa volontà è la considerazione che all’amore per Dio non può mancare la compagnia di quello per il “prossimo tuo”, senza attardarsi a guardare alla razza, alla ricchezza o povertà; meno che mai alle opinioni politiche. In ogni caso, sempre costretti a mettersi in discussione per considerare il come si possa seguire con coerenza, ed “usando diligenza”, la sollecitazione di Pietro a mettere “ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l’amore fraterno, all’amore fraterno la carità” (Pietro, 1,3-8).
Qui si misura la differenza tra un’idea di cristianesimo ed un’altra. Perché, per dirla come il grande teologo protestante, Herebert Luthy, nel suo “Da Calvino a Rousseau” – in cui riprende la considerazione del cattolico e studioso del capitalismo, Werner Sombart – molti calvinisti, puritani ed evangelici – quelli che, a priori, si considerano gli eletti ed i predeterminati o, come le definisce Trump, le “persone perfette” – sono in realtà “ebrei che non sanno di esserlo”. Rischiano, cioè di essere un’altra cosa. E questo spiega abbastanza delle visioni sulle cose del mondo e delle scelte politiche di molti professanti cristiani, dell’idea che Trump ha del Cristianesimo e della sua possibilità personale dell’accesso in Paradiso. Cosa che, comunque, gli auguriamo.
Peccato che, mentre scriviamo queste brevi riflessioni, si apre ancora di più quell’autentica cloaca rappresentata dal caso Epstein, fondatore di un vero sistema di pedofilia transoceanico, ma anche segnalato come agente del Mossad ed impegnato a tessere trame dappertutto fosse possibile. Inevitabili tante domande sui “valori” dell’Occidente ed anche dei tanti “buoni cristiani” coinvolti. E tra questi spicca il cattolico Steve Bannon – non certo coinvolto nelle trame più oscene della vicenda Epstein – ma con lui impegnato ad “abbattere” Papa Francesco.
La conferma che è sempre meglio essere accorti quando si parla con troppa libertà di cose di religione come invece fa Donald Trump, gran frequentatore dell’uno, Bannon, e dell’altro, Epstein.
Temi su cui bisognerà tornare anche per la caratteristica sempre più marcata da parte di forze politiche che concepiscono la religione come “instrumentum regni” soprattutto … in campagna elettorale.
Giancarlo Infante









